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Handicap grave lavoro: ultime sentenze

20 Dicembre 2019
Handicap grave lavoro: ultime sentenze

Scopri le ultime sentenze su: riconoscimento dello status di persona con handicap in situazione di gravità; domicilio del parente o affine di terzo grado affetto da handicap grave; mancato ricovero dell’affetto da handicap presso strutture in grado di assicurare assistenza sanitaria continuativa; spese legali sostenute in un procedimento penale per l’improprio utilizzo dei permessi.

Il diritto al congedo per handicap grave

Il diritto al congedo per handicap grave, di cui all’art. 42, comma 5, del d.lgs. n. 151 del 2001, applicabile “ratione temporis”, secondo una interpretazione costituzionalmente orientata, ai sensi degli artt. 2, 3 e 32 Cost., deve essere inteso nel senso che il previsto limite biennale – non superabile nell’arco della vita lavorativa anche nel caso di godimento cumulativo di entrambi i genitori – si riferisca a ciascun figlio che si trovi nella prevista situazione di bisogno, in modo da non lasciarne alcuno privo della necessaria assistenza che la legge è diretta ad assicurare.

Cassazione civile sez. lav., 05/05/2017, n.11031

Lavoro subordinato: finalità e presupposti del congedo

In tema di lavoro subordinato, finalità e presupposti del congedo 42 comma 5 D.Lvo 151/2001 sono da ravvisarsi nella esigenza di assistere in via continuativa il congiunto convivente che si trovi in situazione di handicap grave accertato ai sensi dell’articolo 4, comma 1, della legge 5 febbraio 1992, n. 104.

L’espressa volontà del lavoratore di allontanarsi dal luogo ove presta assistenza al congiunto per diversi giorni, sia pure per interessi meritevoli di tutela, non appare compatibile con l’istituto del congedo ex art.42 comma 5  D.Lvo 151/2001, facendone venir meno il presupposto stesso.

Tribunale Trapani sez. lav., 19/01/2017

Lavoro subordinato e permessi retribuiti

In tema di permessi retribuiti ex art. 33, comma 3, della l. n. 104 del 1992, la condizione – cui è assoggettato il relativo diritto – che la persona da assistere, affetta da handicap grave, non sia ricoverata a tempo pieno, non può che intendersi riferita al ricovero presso strutture ospedaliere o simili (pubbliche o private) che assicurino assistenza sanitaria continuativa, in coerenza con la “ratio” dell’istituto, che è quella di garantire al portatore di handicap grave tutte le prestazioni sanitarie necessarie e richieste dal suo “status”, così da rendere superfluo, o comunque non indispensabile, l’intervento del familiare.

(Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata – che aveva ritenuto legittimo il licenziamento intimato per falsa dichiarazione del lavoratore in ordine al requisito del mancato ricovero della madre, alloggiata in una casa di riposo – perché la valutazione del giudice di merito sulla veridicità della dichiarazione si era arrestata ad una nozione atecnica di ricovero, senza considerare il livello di assistenza prestato dalla struttura).

Cassazione civile sez. lav., 14/08/2019, n.21416

Rriconoscimento del trasferimento: presupposti e condizioni

Ai sensi dell’art. 33, comma 5, l. n. 104/1992, il lavoratore dipendente, pubblico o privato che assiste una persona con handicap grave caratterizzato da situazione di gravità ha diritto di scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere e non può essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede.

Al riguardo, poi, la l. n. 183 del 2010 (art. 4) ha eliminato dal citato art. 33 della l. n. 104 la previsione della continuità ed esclusività dell’assistenza che limitavano la concessione delle agevolazioni in questione per cui, una volta espunti i predetti requisiti, l’Amministrazione ha come parametri entro i quali deve valutare la concessione o meno del beneficio de quo unicamente, da un lato, le proprie esigenze organizzative ed operative e, dall’altra, l’effettiva necessità del beneficio, al fine di impedirne un uso strumentale.

T.A.R. Aosta, (Valle d’Aosta) sez. I, 15/07/2019, n.38

Diritto del lavoratore di usufruire dei permessi

È il datore di lavoro, e non l’ente previdenziale, il soggetto destinatario dell’obbligo della concessione di tre giorni di permesso mensile retribuito a favore del lavoratore che assiste una persona con handicap grave, parente o affine entro il terzo grado e convivente, così come espressamente previsto dell’art. 33 della legge n. 104 del 1992; la circostanza che l’istituto previdenziale sia deputato a restituire al datore di lavoro le somme corrisposte attiene esclusivamente all’aspetto economico e non incide sul diritto del lavoratore a beneficiare del permesso retribuito.

Corte appello Palermo sez. lav., 02/05/2019, n.280

Condizioni per il rimborso delle spese legali 

È legittima la determinazione del ministero della Difesa recante rigetto dell’istanza di un dipendente volta ad ottenere, ai sensi dell’art. 18, d.l. 25 marzo 1997 n. 67, conv. in l. 23 maggio 1997 n. 135, il rimborso delle spese legali dal medesimo sostenute in un procedimento penale – avente come imputazione l’improprio utilizzo dei permessi previsti dalla l. n. 104 del 1992 per l’assistenza a congiunti portatori di handicap grave – che si sia concluso con sentenza di assoluzione <<perché il fatto non sussiste>>; in tal caso, infatti, secondo una valutazione da effettuarsi ex ante che prescinde dall’esito del giudizio penale, si tratta di condotte ascrivibili all’iniziativa personale del ricorrente e che si pongono in evidente conflitto d’interesse con il datore di lavoro.

T.A.R. Latina, (Lazio) sez. I, 26/04/2019, n.350

Licenziamento del dipendente in congedo per assistere il familiare

È pienamente legittimo il licenziamento intimato, al termine della procedura di riduzione del personale, nei confronti del dipendente il cui rapporto di lavoro è temporaneamente sospeso per fruizione del congedo straordinario per assistenza al padre portatore di handicap grave.

Tale licenziamento, infatti, non si pone in contrasto con la disciplina speciale che regolamenta il diritto alla conservazione del posto di lavoro per i dipendenti che assistono familiari in situazione di disabilità grave.

La regola posta dall’articolo 4, comma 2, l. n. 53/2000, in forza della quale il dipendente in congedo per assistere il familiare affetto da grave handicap conserva il posto di lavoro per tutto il relativo periodo di assenza, impedisce unicamente di procedere a un licenziamento che sia riconducibile alla fruizione del congedo medesimo. La norma cioè non impedisce che il datore di lavoro possa licenziare per ragioni che attengono al business aziendale e all’organizzazione produttiva.

Cassazione civile sez. lav., 25/02/2019, n.5425

Accertamento giudiziale dello status di soggetto portatore di handicap grave

Il rigetto della domanda amministrativa volta ad ottenere il riconoscimento dello status di persona con handicap in situazione di gravità ex art. 3, comma 3 e art. 33 della legge n. 104/1992 da parte dell’A.S.L. (o l’assenza di risposta alla domanda) adita ai sensi del successivo art. 4 della legge n. 104/1992, impedisce al soggetto istante di ottenere tutti quei benefici che la legge prevede nei più disparati ambiti di esplicazione della vita dello stesso (dal mondo del lavoro alla sanità, all’imposizione fiscale, ecc.).

Di conseguenza, a fronte del rigetto (o del silenzio) in questione, non può essere ragionevolmente negata all’interessato – a meno di non configurare un vero e proprio vuoto di tutela difficilmente giustificabile – la possibilità di agire in giudizio davanti al giudice ex art. 445 bis per ottenere il riconoscimento del proprio status di soggetto portatore di handicap grave.

Tribunale Trani sez. lav., 26/11/2018, n.2270

Mobilità per l’assistenza a disabile

Il diritto di scelta della sede di lavoro più vicina al proprio domicilio non è assoluto e privo di condizioni, in quanto l’inciso “ove possibile” richiede un adeguato bilanciamento degli interessi in conflitto, con il recesso del diritto stesso ove risulti incompatibile con le esigenze economiche e organizzative del datore di lavoro, in quanto in tali casi – segnatamente per quanto attiene ai rapporti di lavoro pubblico – potrebbe determinarsi un danno per la collettività.

Ciò nondimeno, a fronte della natura imperativa di tali disposizioni di tutela, che riguardano indistintamente tutti i congiunti di portatori di handicap grave, che siano referenti unici per l’assistenza, non vi sono motivi per differenziare la fruibilità del diritto di precedenza a seconda della natura della parentela.

Sono dunque illegittime e vanno disapplicate le disposizioni contrattuali nella parte in cui limitano ai soli trasferimenti nell’ambito provinciale il diritto di precedenza del figlio referente unico per l’assistenza del genitore in condizioni di disabilità grave.

Tribunale Patti sez. lav., 04/07/2018, n.941

Assegnazione della sede più vicina al domicilio del familiare da assistere

Per effetto delle sopravvenute modifiche legislative, il diritto all’assegnazione presso la sede più vicina al domicilio della persona da assistere viene ora riconosciuto al lavoratore che assiste una persona con handicap in situazione di gravità, anche nel caso in cui difettino i requisiti della “continuità” e della “esclusività” dell’assistenza.

In altre parole, atteso che il comma 5 dell’art. 33, L. 104/92 (trasferimenti) rimanda al comma 3 (permessi) per individuare i beneficiari del trasferimento, è necessario comunque che il lavoratore presti assistenza ad un parente o affine in situazione di handicap grave, anche saltuariamente e non in via esclusiva. Sicché deve ritenersi che, venuti meno i requisiti della continuità e dell’esclusività, sia oggi sufficiente, in ipotesi, anche un solo atto di assistenza svolto in favore del disabile per far scattare il meccanismo di cui al comma 5, pur sempre occorrendo che tale assistenza sia effettivamente prestata.

Il diritto del familiare lavoratore dell’handicappato di scegliere la sede più vicina al proprio domicilio e di non essere trasferito ad altra sede senza il suo consenso, non è assoluto o illimitato, ma presuppone, oltre gli altri requisiti esplicitamente previsti dalla legge, altresì la compatibilità con l’interesse dell’impresa.

Tribunale Bari sez. lav., 29/05/2018

Ricorso contro il provvedimento di trasferimento 

Il lavoratore che assiste un familiare disabile convivente, anche se privo dei benefici della legge 104/1992 e anche se l’infermità non è grave, ha diritto a non essere trasferito. Questo è quanto affermato dalla Cassazione accogliendo il ricorso di una dipendente contro il provvedimento di trasferimento comminatole da una società per azioni.

Per la Corte, pur in assenza della documentazione medica della Asl, la questione che si pone è quella di valutare “se il diritto a non essere trasferiti sussista ai sensi delle legge n. 104/92 solo in presenza di una necessità di assistenza a soggetti portatori di handicap grave o se invece sussista anche quando la disabilità del familiare non sia così grave a meno che non vi siano esigenze aziendali effettive così urgenti da imporsi sulle contrapposte esigenti assistenziali”.

E sul punto, l’evoluzione della giurisprudenza di legittimità porta a ritenere che il trasferimento del lavoratore sia vietato anche quando la disabilità del familiare, che egli assiste, non si configuri come grave, a meno che il datore di lavoro, a fronte della natura e del grado di infermità psicofisica del familiare, provi la sussistenza di esigenze aziendali effettive e urgenti, insuscettibili di essere altrimenti soddisfatte.

Cassazione civile sez. lav., 12/12/2016, n.25379

Sede di lavoro vicina al proprio domicilio

Ai sensi dell’art. 33 comma 5, l. 5 febbraio 1992 n. 104 il diritto del pubblico dipendente a scegliere la sede di lavoro più vicina al domicilio del parente o affine di terzo grado affetto da handicap grave e bisognoso di assistenza può essere soddisfatto a condizione che sussista la disponibilità nella dotazione di organico della sede di destinazione di un posto in ruolo per il proficuo utilizzo del pubblico dipendente istante.

T.A.R. Torino, (Piemonte) sez. I, 04/02/2016, n.171

Scelta della sede di lavoro

Ai sensi dell’art. 33 della legge n. 104/1992, il genitore o familiare lavoratore che assiste con continuità un parente – o affine entro il terzo grado – portatore di un handicap grave, ha diritto di scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio.

Cassazione civile sez. lav., 18/12/2013, n.28320



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4 Commenti

  1. Da almeno 30 anni soffro di depressione maggiore/bipolare/border-line. Ho sempre lavorato a parte qualche anno dove la depressione richiedeva vari ricoveri in ospedale e terapia varia. Da quasi 10 anni ho un lavoro part time. Nell’ultimo anno la depressione è peggiorata drasticamente e ora sono da un paio di mesi in malattia con un eventuale ricovero di nuovo. Ho sempre “avuto grandi problemi sociali, e comunicativi sul lavoro”, ma me la sono sempre “cavata”, ma ora la situazione è importante. Sono in possesso di un certificato di invalidità (55%). Mi è stato comunicato che forse si può recepire una “pensione anticipata” per l’inabilita di lavorare per questo stato. Non so esattamente come sono messa riguardo i contributi. Comunque so di avere almeno 13 anni di contributi anche all’estero. Ho 56 anni. Questa pensione può essere anche revocata se c’è un miglioramento . Cosa devo fare?

    1. La possibilità di ottenere una pensione anticipata non discende direttamente dallo stato di depressione, ma dalla percentuale d’invalidità riconosciuta a seguito della depressione stessa. Per pensionarsi, poi, non è sufficiente la sola percentuale minima d’invalidità, ma bisogna possedere anche un requisito contributivo minimo, e, per quanto riguarda la pensione di vecchiaia anticipata per invalidità, anche un determinato requisito di età.Occorre osservare, andando con ordine, in quali casi e come si può ottenere la pensione anticipata per depressione. Innanzitutto, bisogna evidenziare che, nei casi più gravi, dalla depressione può derivare la riduzione della capacità lavorativa. In particolare, per quanto concerne le casistiche più diffuse, relativamente alle patologie depressive, le tabelle relative alle percentuali d’invalidità riconoscibile, riportate nelle linee guida dell’Inps, indicano i seguenti importi:
      – sindrome depressiva endoreattiva lieve: 10% ;
      – sindrome depressiva endoreattiva media: 25% ;
      – sindrome depressiva endoreattiva grave: dal 31% al 40%;
      – sindrome depressiva endogena lieve: 30% ;
      – sindrome depressiva endogena media: dal 41% al 50%;
      – sindrome depressiva endogena grave: dal 71% all’80%;
      – nevrosi fobico ossessiva e/o ipocondriaca di media entità: dal 21% al 30%;
      – nevrosi fobico ossessiva lieve: 15% ;
      – nevrosi fobico ossessiva grave: dal 41% al 50% ;
      – nevrosi ansiosa: 15%;
      – psicosi ossessiva: dal 71% all’80%.

      Se la depressione della lettrice si è ultimamente aggravata e la stessa riporta una o più patologie tra quelle elencate, può essere dunque opportuno inviare all’Inps una domanda di aggravamento dell’invalidità (tramite servizi online, contact center o patronato; la verifica dell’aggravamento è effettuata da un’apposita commissione medica), per arrivare al riconoscimento di una percentuale d’invalidità almeno pari al 67%.L’assegno d’invalidità ordinario, difatti, è riconosciuto per la riduzione della capacità lavorativa a meno di un terzo (quindi per invalidità superiori al 67%), in presenza dei requisiti contributivi (5 anni di contribuzione, di cui almeno 3 anni di contributi versati nell’ultimo quinquennio; non valgono, a tal fine, i contributi derivanti dal lavoro svolto in Paesi esteri non legati all’Italia da convenzioni in materia di sicurezza sociale); l’assegno ordinario d’invalidità si calcola, al pari della pensione, sulla base dei contributi accreditati (quindi col sistema retributivo, misto o contributivo, a seconda della collocazione temporale dei contributi, e del possesso, o meno, di 18 anni di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995). Non sono previste maggiorazioni nel calcolo della pensione, e sono previste delle riduzioni nel caso in cui il reddito personale superi determinate soglie.In assenza dei requisiti contributivi (5 anni, di cui 3 versati nell’ultimo quinquennio), può essere riconosciuta la pensione d’invalidità civile (assegno di assistenza mensile per invalidi civili parziali), ma solo qualora si possieda un’invalidità almeno pari al 74% ed un reddito non superiore a 4853,29 euro (per l’anno 2018); l’assegno ammonta, per il 2018, a 282,54 euro, per 13 mensilità. Si tratta di un reddito esente da Irpef, incompatibile con lo svolgimento di un’attività lavorativa, contrariamente all’assegno d’invalidità ordinario.
      Nel caso in cui sia riconosciuta un’invalidità pensionabile almeno pari all’80%, la lettrice avrà la possibilità di fruire della pensione di vecchiaia anticipata, cioè con un’età pensionabile inferiore a quella prevista per la pensione di vecchiaia ordinaria: nel dettaglio, sino al 31 dicembre 2018 la differente età pensionabile è pari a 55 anni e 7 mesi per le donne e d a 60 anni e 7 mesi per gli uomini, con una finestra di attesa (dal momento di maturazione dell’ultimo requisito utile alla pensione alla liquidazione del trattamento) pari a 12 mesi.In primo luogo, per il diritto alla diversa età pensionabile, l’accertamento dello stato di invalidità in misura non inferiore all’80 % deve essere effettuato dagli uffici sanitari dell’Inps: se il lavoratore, dunque, ha eventualmente già ottenuto il riconoscimento di una percentuale d’invalidità pari o superiore all’80% da parte di un altro ente, la certificazione rilasciata costituisce solo un elemento di valutazione per la formulazione del giudizio medico legale utile alla pensione di vecchiaia anticipata.In parole semplici, solo la commissione medica dell’Inps può concedere la possibilità di pensionamento anticipato per invalidità, non essendo sufficiente il riconoscimento avuto da altri enti con percentuale non inferiore all’80%. Questo perché, secondo l’Inps, l’invalidità per la pensione di vecchiaia anticipata deve essere valutata secondo le previsioni della nota Legge 222/1984, cioè la legge che disciplina la previdenza dei lavoratori inabili o invalidi: si parla, difatti, d’invalidità pensionabile, non di invalidità civile.
      Oltre al requisito sanitario ed ai requisiti di età appena esposti, per ottenere la pensione di vecchiaia anticipata per invalidità è necessario possedere almeno 20 anni di contributi (15 se si è beneficiari di una delle tre deroghe Amato, D.lgs. 503/1992: possesso di 15 anni di contributi accreditati entro il 31 dicembre 1992, autorizzazione ai contributi volontari rilasciata dall’Inps entro il 24 dicembre 1992, possesso di 15 anni di lavoro dipendente, 25 anni di anzianità contributiva e 10 anni lavorati discontinuamente).Inoltre, non sono ammessi al beneficio i lavoratori del settore pubblico ed i lavoratori autonomi.
      Ulteriori ipotesi di pensionamento presuppongono il riconoscimento dell’invalidità in misura pari al 100%:
      – pensione per invalidi civili totali: la misura è la stessa della pensione d’invalidità civile, cioè 282,54 euro mensili, ma con limiti di reddito più alti, pari a 16.664,36 euro annui; non è richiesto un requisito contributivo minimo;
      – se si è dipendenti pubblici e si possiedono almeno 15 o 20 anni di contributi, possono poi essere riconosciute la pensione per inabilità alle mansioni o a proficuo lavoro; queste pensioni sono calcolate sulla base dei soli contributi accreditati e senza maggiorazioni, proprio come l’assegno ordinario d’invalidità; sono previste delle riduzioni nel caso in cui il reddito personale superi determinate soglie;
      – se si possiedono almeno 5 anni di contributi, di cui 3 versati nell’ultimo quinquennio, ed è stata riconosciuta l’inabilità permanente ed assoluta a qualsiasi attività lavorativa, può essere poi ottenuta la pensione d’inabilità; la pensione è calcolata sulla base dei contributi accreditati, ma si applica una maggiorazione contributiva pari alla distanza che separa l’interessato dall’età di 60 anni, entro un tetto di 40 anni di contributi;
      – infine, se a causa della depressione, oltre all’invalidità del 100%, è riconosciuto lo stato di non autosufficienza, si ha diritto all’assegno di accompagnamento, pari a 516,35 euro mensili, che non richiede un requisito contributivo minimo o il rispetto di determinate soglie di reddito.
      Allo stato dei fatti, con il 55% di invalidità civile, non è possibile ottenere nessuna prestazione pensionistica o di assistenza. È dunque indispensabile, prima di inoltrare qualsiasi domanda di prestazione all’Inps, richiedere un aggravamento relativo alla percentuale d’invalidità riconosciuta.
      L’iter da seguire per inoltrare la domanda di aggravamento è lo stesso previsto per la domanda d’invalidità:
      – richiedere al proprio medico curante il certificato medico introduttivo, che invierà telematicamente all’Inps, in cui indicherà le infermità/patologie, il riconoscimento d’invalidità in misura maggiore a quella già accertata e l’eventuale riconoscimento di handicap o non autosufficienza;
      – invio della domanda d’invalidità all’Inps tramite il portale web dell’istituto (se si dispone delle credenziali di accesso, pin dispositivo, spid di secondo livello o carta nazionale dei servizi), oppure tramite contact center dell’Inps (è necessario il pin dispositivo) o patronato, avendo cura di riportare nella domanda il protocollo del certificato medico telematico;
      – verifica da parte della commissione medica dell’aggravamento dell’invalidità, ed eventualmente riconoscimento dell’handicap e della non autosufficienza;
      – contro il verbale della commissione medica è possibile proporre ricorso, previa perizia.

  2. Sono affetto da handicap grave al 100%. Quale norma sancisce il diritto al congedo straordinario retribuito per un periodo massimo di due anni?

    1. Il congedo straordinario cui si riferisce il lettore non è contemplato direttamente dalla legge n. 104/92, ma da due provvedimenti distinti: la legge n. 53/2000 (art. 4) e il decreto legislativo n. 151/2001 (art. 42). Dalla lettura combinata di queste disposizioni si evince che i lavoratori dipendenti che assistano familiari con disabilità grave ai sensi dell’articolo 3, comma 3, legge 5 febbraio 1992, n. 104 hanno diritto ad un congedo straordinario, cioè ad un periodo di assenza dal lavoro non retribuito fino ad un massimo di ventiquattro mesi.Il congedo straordinario spetta ai lavoratori dipendenti secondo l’ordine stabilito dalla legge: coniuge convivente o la parte dell’unione civile convivente della persona disabile in situazione di gravità; padre o madre, anche adottivi o affidatari, della persona disabile in situazione di gravità in caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti del coniuge convivente o della parte dell’unione civile convivente; figlio convivente della persona disabile in situazione di gravità, esclusivamente nel caso in cui il coniuge convivente o la parte dell’unione civile convivente ed entrambi i genitori del disabile siano mancanti, deceduti o affetti da patologie invalidanti; fratello o sorella convivente della persona disabile in situazione di gravità, nel caso in cui il coniuge convivente o la parte dell’unione civile convivente, entrambi i genitori e i figli conviventi del disabile siano mancanti, deceduti o affetti da patologie invalidanti; parente o affine entro il terzo grado convivente della persona disabile in situazione di gravità, nel caso in cui il coniuge convivente o la parte dell’unione civile convivente, entrambi i genitori, i figli conviventi e i fratelli/sorelle conviventi del disabile siano mancanti, deceduti o affetti da patologie invalidanti.Una Circolare del Ministero del Lavoro del 18 febbraio 2010 ha stabilito che la convivenza deve essere ricondotta a tutte quelle situazioni in cui sia il disabile che il soggetto che lo assistite abbiano la residenza nello stesso Comune, riferita allo stesso indirizzo: stesso numero civico anche se in interni diversi.Non possono richiedere il congedo straordinario: i lavoratori addetti ai servizi domestici e familiari; i lavoratori a domicilio; i lavoratori agricoli giornalieri; i lavoratori autonomi; i lavoratori parasubordinati; i lavoratori con contratto di lavoro part-time verticale, durante le pause di sospensione contrattuale.È possibile richiedere fino a un massimo di due anni di congedo straordinario nell’arco della vita lavorativa: tale limite è complessivo fra tutti gli aventi diritto per ogni disabile grave. Pertanto, chi ha più di un familiare disabile può beneficiare del congedo per ciascuno di essi, ma non potrà comunque mai superare i due anni. Il beneficio è frazionabile anche a giorni; perché non siano conteggiati i giorni festivi, i sabati e le domeniche è necessaria l’effettiva ripresa del lavoro tra un periodo e l’altro di fruizione.Il congedo straordinario e i permessi retribuiti per assistere familiari disabili non possono essere riconosciuti a più di un lavoratore per l’assistenza alla stessa persona disabile in situazione di gravità. È fatta eccezione per i genitori, anche adottivi, di figli disabili in situazione di gravità a cui viene riconosciuta la possibilità di fruire di entrambe le tipologie di benefici per lo stesso figlio anche alternativamente, fermo restando che nel giorno in cui un genitore fruisce dei permessi, l’altro non può utilizzare il congedo straordinario.L’indennità per il congedo straordinario corrisponde alla retribuzione ricevuta nell’ultimo mese di lavoro che precede il congedo, esclusi gli emolumenti variabili della retribuzione, entro un limite massimo di reddito rivalutato annualmente.I periodi di congedo non sono computati ai fini della maturazione di ferie, tredicesima e trattamento di fine rapporto, ma sono validi ai fini del calcolo dell’anzianità assicurativa.Il periodo di fruizione del congedo straordinario è coperto da contribuzione figurativa valida per il diritto e per la misura della pensione.La domanda per il congedo straordinario consiste in un’autocertificazione, accompagnata dal certificato di handicap grave; deve essere presentata al proprio dirigente o alla propria amministrazione, se si lavora per un ente pubblico.I dipendenti privati, invece, devono inoltrare la domanda direttamente all’Inps: dopo che l’Istituto abbia verificato la correttezza formale e accolto l’istanza, deve essere inoltrata richiesta al proprio datore di lavoro.

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