Suicidio assistito: riconosciuta l’obiezione di coscienza al medico

23 Novembre 2019 | Autore:
Suicidio assistito: riconosciuta l’obiezione di coscienza al medico

I medici non hanno l’obbligo di aiutare i pazienti nel suicidio assistito. Per i trattamenti da praticare, la Corte richiama la legge sulle Dat.

La Corte costituzionale, nelle motivazioni della sentenza depositata ieri, ha richiamato il ruolo dei medici nelle impegnative decisioni da adottare nei casi di fine vita assistito. Manca ancora una legge in materia, così la Consulta intanto ha deciso – dopo aver atteso un anno, inutilmente, che il Parlamento legiferasse – di dichiarare incostituzionale il reato di istigazione e aiuto al suicidio, ma per non rendere indiscriminata la pratica dell’eutanasia ha stabilito dei limiti e delle condizioni.

Qui entrano in gioco i medici: il loro ruolo, insostituibile in questi casi, emerge nel richiamo fatto dalla Corte alle Dat, le disposizioni anticipate di trattamento, già regolate con legge. Ora, con l’intervento operato dai giudici costituzionali sulla norma penale, si stabilisce che il paziente potrà decidere di lasciarsi morire e lo farà chiedendo, consapevolmente e volontariamente, di interrompere i trattamenti di sostegno che lo tengono in vita e di essere sottoposto a sedazione profonda, per entrare in uno stato di incoscienza e attendere così la morte.

Il medico in questi casi dovrà prendere atto delle scelte del paziente e portarle ad esecuzione; non potrà praticare trattamenti “accelerativi”, che provocano la morte più in fretta, ma solo interrompere quelli che la ritardano. In proposito la legge sulle Dat prevede già una procedura che si attaglia a questo modo di procedere.

La Consulta ne ha tenuto conto, e così nella sua sentenza ha invitato gli operatori sanitari ad adottare le cautele necessarie. Come dovranno comportarsi i medici d’ora in poi? La normativa sulle Dat comprende la rinuncia ai trattamenti sanitari necessari alla sopravvivenza del paziente e prevede anche la garanzia dell’erogazione di una appropriata terapia del dolore e di cure palliative:« queste disposizioni prevedono una procedura medicalizzata che soddisfa buona parte delle esigenze riscontrate dalla Corte», dicono i giudici in sentenza.

Dunque sarà legittimo applicare queste prescrizioni in aderenza alla normativa vigente, che la Consulta ha riconosciuto valida. Però la Corte ha anche stabilito che «la verifica delle condizioni che rendono legittimo l’aiuto al suicidio e delle relative modalità di esecuzione debba restare affidata, in attesa dell’intervento legislativo, a strutture pubbliche del servizio sanitario nazionale». Questo è in linea con quanto la Corte stessa aveva già stabilito in precedenti pronunce, e sempre per evitare abusi in danno dei malati e la coartazione della loro volontà.

Per verificare la scelta effettuata occorrerà anche il« previo parere del comitato etico territorialmente competente, organo consultivo per i problemi etici che emergono nella pratica sanitaria, in particolare a fini di tutela di soggetti vulnerabili».

Se invece il medico non vuole aderire alla scelta del paziente e intende praticare l’obiezione di coscienza, c’è uno spazio garantito per farlo: la Corte precisa che la dichiarazione di illegittimità costituzionale si limita ad escludere la punibilità dell’aiuto al suicidio in casi come quello deciso, del Dj Fabo e dell’aiuto prestato da Marco Cappato, ma non c’è un obbligo di fornire un tale aiuto.

In particolare, l’obiezione di coscienza viene garantita dalla precisazione fornita in sentenza secondo cui «Resta affidato alla coscienza del singolo medico scegliere se prestarsi o no a esaudire la richiesta del malato». Tutto questo almeno fino a quando il Parlamento non emanerà una nuova legge, come la Corte stessa ha auspicato; ma il cammino sembra ancora lungo.


note

Immagine: 123rf.com


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