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I coniugi possono vivere separatamente?

30 Novembre 2019
I coniugi possono vivere separatamente?

Mi sono sposata qualche anno fa in comunione di beni. Nel 2014 abbiamo avuto un figlio. Da quando è nato le cose sono cambiate. Quando è nato nostro figlio mi avevano appena licenziato e pensavo di godermi la maternità serenamente, invece mio marito dava i numeri per alcuni problemi economici. Alla fine è riuscito a tenere la casa dove abitiamo oggi, ma nonostante mio figlio fosse piccolo ha voluto che io  lavorasse, lui non ce la faceva ad stare con me dentro casa e il bimbo, e nel frattempo mi insultava in continuazione.

Dopo anni di tortura psicologica, tra alti e bassi nel rapporto, lui ha deciso che io e nostro figlio dobbiamo spostarci in un’altra casa. Lui sostiene che comprerà questa casa vicino al mio lavoro e scuola di mio figlio.

Lui sostiene che così sarebbe meglio per tutti. Il problema è che non vuole avere a che fare con il bimbo, nel senso di stare con lui mentre sono al lavoro, quindi per il momento sono costretta a portare mio figlio al mio lavoro. Secondo la legge, questo è giusto nei miei confronti e di mio figlio?

Si ritiene che la soluzione prospettata dal marito della lettrice non sia conforme a legge: secondo il codice civile, a seguito del matrimonio sorgono, in capo ad entrambi i coniugi, una serie di diritti e doveri reciproci, quali ad esempio quello alla coabitazione e all’assistenza morale e materiale (art. 143 cod. civ.).

Sempre secondo il codice civile (art. 144), i coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa.

Orbene, nel caso prospettato sembra si possa violare il dovere dei coniugi di vivere insieme: se è vero, infatti, che i coniugi possono avere residenze disgiunte per comprovate ragioni (ad esempio, per motivi di lavoro marito e moglie possono essere costretti a vivere in città diverse), nel caso proposto sembra che il cambio di abitazione sia dettato più da una crisi coniugale che da un’effettiva esigenza lavorativa.

In altre parole, l’obbligo di coabitazione può essere derogato se c’è una valida ragione; nel caso prospettato, la ragione sarebbe la crisi della relazione di coppia, crisi che, pertanto, giustificherebbe la richiesta di separazione.

Ugualmente, il disinteresse del padre nei confronti del figlio è un’altra condotta lesiva degli obblighi che la legge impone ai coniugi, questa volta in qualità di genitori: l’art. 147 cod. civ. dice che il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli. Non si tratta solamente di una questione economica: il padre non deve solo provvedere al mantenimento del figlio, ma deve assisterlo in ogni aspetto della sua vita (per quanto compatibile con il proprio lavoro).

Dunque, tirando le fila di quanto detto sinora, le soluzioni prospettata dal marito sembrano adeguate in vista di una separazione, non di un normale vivere coniugale. La moglie potrebbe anche accettarle, ma se le rifiutasse il marito non potrebbe imporgliele, in quanto la residenza disgiunta, quando non adeguatamente giustificata, comporta la violazione dell’obbligo di coabitazione.

In conclusione, a sommesso avviso dello scrivente, la situazione familiare prospettata andrebbe regolata una volta per tutte, poiché le condizioni descritte non corrispondono a quelle di un matrimonio sano. Tutto ciò si ripercuote, ovviamente, sulla condizione del minore, il quale si ritrova a vivere in una condizione anomala, potenzialmente deleteria per il suo benessere psico-fisico.

Il padre non può disinteressarsi del proprio figlio, sebbene sia intenzionato a corrispondere del danaro per il suo mantenimento. In pratica, è come se si comportasse già da genitore separato, il che è in contrasto con la legge, visto che non c’è nessuna separazione formale.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Mariano Acquaviva


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