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Siti internet e pedopornografia

30 Novembre 2019
Siti internet e pedopornografia

Ho scoperto in un sito commerciale che pubblica contenuti horror, immagini raccapriccianti, morbose, riproduzioni di organi genitali con contenuti voyeuristici, l’immagine di mio figlio all’età di 8 anni. Non è una foto generica ma un vero ritratto da me realizzato ma mai autorizzato alla pubblicazione su siti od altro.

So che hanno commesso il reato di uso senza autorizzazione di immagine altrui, ma chiedo se il fatto che si tratti dell’immagine di un bambino  (ora maggiorenne) aggravi ancora di più il reato oltre  l’ambiente “deviato” e morboso che la ospita  (l’unica immagine di un bambino presente). Desidero denunciare i responsabili e chiedo quindi quali possibilità ho di punire penalmente tali persone e che risarcimento posso avere.

La legge punisce la pedopornografia in ogni sua forma. Secondo l’art. 600-ter, terzo comma, cod. pen., chiunque, con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, distribuisce, divulga, diffonde o pubblicizza materiale pedopornografico, ovvero distribuisce o divulga notizie o informazioni finalizzate all’adescamento o allo sfruttamento sessuale di minori degli anni diciotto, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 2.582 a euro 51.645.

Ai sensi dell’ultimo comma del medesimo articolo, per pornografia minorile si intende ogni rappresentazione, con qualunque mezzo, di un minore degli anni diciotto coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore di anni diciotto per scopi sessuali.

Per rispondere al quesito posto, dunque, occorre comprendere se la foto del bambino di otto anni sia qualificabile o meno come materiale pedopornografico. Ora, non ci sono dubbi che, se la foto ritrae gli organi genitali del bambino, anche se riprodotti virtualmente (poiché l’art. 600-quater 1 c.p. punisce anche la pedopornografia virtuale), ci troviamo in presenza del reato sopra citato.

Se così non è, occorrerebbe analizzare bene l’immagine in questione. Secondo la giurisprudenza (Cass., sent. n. 2546/2004), la natura pornografica della rappresentazione di minori in pose che lasciano scoperti integralmente o parzialmente gli organi sessuali o la zona pubica, al fine di distinguerla dal materiale di natura diversa, deve essere individuata in base all’accertamento della destinazione della rappresentazione ad eccitare la sessualità altrui e dalla idoneità a detto scopo. È dunque rilevante la valutazione della natura erotica delle pose e dei movimenti del minore.

Ancora, è materiale pedopornografico quello di contenuto lascivo, idoneo a eccitare le pulsioni erotiche del fruitore, sicché in esso vanni ricomprese non solo le immagini raffiguranti amplessi ma anche corpi nudi con i genitali in mostra (Cass., sent. n. 8285/2010).

In buona sostanza, dunque, per aversi materiale pedopornografico rilevante giuridicamente occorre la sussistenza di uno dei seguenti requisiti:

  • la nudità degli organi genitali idonea a suscitare pulsioni voluttuose (cosicché, la fotografia che ritragga la nudità di alcuni bambini al mare non costituisce reato, se non c’è alcuna volontà di suscitare una pulsione erotica);
  • il coinvolgimento di minori in attività sessuali.

Alla luce dell’orientamento giurisprudenziale citato, dunque, ritengo che, in base alle informazioni riferite, possano non sussistere gli estremi del reato di diffusione di materiale pedopornografico (diverso, invece, è l’utilizzo illegittimo di immagini senza consenso, il quale c’è tutto), in quanto la foto in oggetto non dovrebbe presentare nessuno dei due requisiti sopra enucleati.

Se, invece, la foto dovesse essere presentata in maniera tale da avere connotazioni erotiche, riproducendo virtualmente gli organi genitali di un bambino, allora si integrerebbe il reato di pornografia virtuale, la quale ricomprende le immagini realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto o in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali.

Ad ogni modo, anche volendo denunciare il fatto, bisogna tener conto che il reato si prescrive in sei anni, i quali decorrono dal momento in cui l’immagine pedopornografica è pubblicata in rete (Cass., sent. n. 25232/2005). Dunque, se la pubblicazione della foto risale a oltre sei anni fa, il reato sarebbe già prescritto: la giurisprudenza (Cass., sent. n. 25558 del 10 giugno 2019), infatti, sembra riconoscere il carattere della permanenza soltanto al reato di detenzione di materiale pedopornografico (art. 600-quater c.p.). Ciò significa che l’autore del fatto, nonostante siano passati molti anni, sarà ancora perseguibile solamente se si dimostri che le immagini pedopornografiche sono ancora in suo possesso. A prescindere dalla prescrizione, resta fermo il diritto a veder rimossa l’immagine dal sito.

Al di là delle considerazioni inerenti al caso sottoposto, attesa la natura piuttosto scabrosa del sito internet in questione e la possibile presenza di immagini di bambini all’interno di un sito per adulti, sarebbe comunque consigliabile una segnalazione alle Autorità e, nello specifico, alla polizia postale, affinché passi al setaccio il materiale pubblicato, anche al fine di evitare spiacevoli inconvenienti ad altre persone.

Per quanto riguarda la possibilità di ottenere un risarcimento a seguito di costituzione di parte civile all’interno di un eventuale processo penale, l’entità del risarcimento non è qualificabile a priori, dovendosi fornire concreta prova del danno patito. Lo stesso dicasi nel processo civile per l’illegittimo utilizzo della foto: in tale sede si potrà senz’altro rimarcare la maggiore lesione della propria immagine in quanto impiegato in un contesto assolutamente inopportuno.

Tirando le fila di quanto detto sinora:

  • non mi sembra sussistere il reato di diffusione di materiale pedopornografico;
  • dovrebbe sussistere il reato di utilizzo illecito di immagine altrui per arrecare danno o trarre un profitto (uso il condizionale perché non ho contezza delle modalità con cui la foto è stata carpita, se in precedenza era già stata pubblicata altrove e di altre informazioni utili);
  • sussiste il diritto al risarcimento del danno, il quale deve sicuramente tenere conto del contesto deleterio e degradante in cui l’immagine è stata inserita. Non è possibile, invece, procedere a una quantificazione del quantum risarcitorio.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Mariano Acquaviva


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