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Mansioni inferiori rifiuto

7 Dicembre 2019
Mansioni inferiori rifiuto

Il dovere di eseguire le direttive che vengono impartite dal datore di lavoro impone al lavoratore di fare ciò che gli viene chiesto anche quando sospetta che la richiesta sia illegittima.

Sei una cuoca addetta alle mense scolastiche? Ti è stato chiesto dal tuo datore di lavoro di portare le colazioni nelle aule dopo averle preparate? Ritieni che questa richiesta sia illegittima perchè sei stata assunta per cucinare e non per servire a tavola? Cerchiamo di capire come occorre comportarsi in situazioni come questa.

Accade, non di rado, che un dipendente riceva delle direttive che possano sembrargli illegittime. Ciò succede soprattutto quando le attività richieste vegono considerate dal dipendente appartenenti ad un livello inferiore a quelle previste nel contratto di lavoro.

Come vedremo, tuttavia, anche nel caso di assegnazione di mansioni inferiori il rifiuto di svolgere le attività richieste è illegittimo ed espone il dipendente a conseguenze gravi, compreso il licenziamento disciplinare. Infatti, secondo la Cassazione, solo un giudice può valutare se le attività richieste sono effettivamente inferiori. Prima di una decisione del giudice, resta l’obbligo di fare ciò che viene richiesto.

Cosa sono le mansioni?

Quando vieni assunto da un datore di lavoro, nel contratto troverai indicata la qualifica professionale (ad esempio, cuoco) alla quale corrispondono una serie di attività concrete da compiere. Queste concrete attività sono le mansioni e l’insieme di esse costituisce la qualifica professionale.

Nel caso del cuoco, ad esempio, le mansioni da svolgere sono la preparazione dei pasti, la gestione degli ordini delle derrate alimentari, la mise en place nel piatto, etc.

La legge [1] prevede che il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto. Tuttavia, in alcuni casi, è riconosciuto al datore di lavoro il potere di cambiare, anche senza il consenso del dipendente, le sue mansioni (cosiddetto jus variandi). Questa facoltà è possibile solo se le “nuove” mansioni cui vieni assegnato sono riconducibili allo stesso livello e categoria legale di inquadramento delle ultime effettivamente svolte. La possibilità di adibire il dipendente a mansioni inferiori esiste solo se, a causa della modifica degli assetti organizzativi aziendali, la posizione del lavoratore viene messa in discussione.

Ad esempio, un bar ristorante decide di cessare l’attività di ristorazione e chiude dunque la cucina. In questo caso, la riorganizzazione aziendale incide direttamente sulla posizione professionale del cuoco. In queste circostanze, vista l’esigenza primaria di salvaguardare il posto di lavoro, il lavoratore può essere assegnato a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore purché rientranti nella medesima categoria legale. Anche in questa ipotesi di legittima modifica peggiorativa delle mansioni, la legge prevede che il mutamento di mansioni debba essere comunicato per iscritto, a pena di nullità, e il lavoratore ha diritto alla conservazione del livello di inquadramento e del trattamento retributivo in godimento, fatta eccezione per gli elementi retributivi collegati a particolari modalità di svolgimento della precedente prestazione lavorativa.

Cos’è l’obbligo di obbedienza del lavoratore?

Se, da un lato, il lavoratore è consapevole che non devono essergli richieste delle mansioni inferiori a quelle per cui è stato assunto, è pur vero che, dall’altro lato, uno dei principali obblighi del lavoratore è l’obbligo di obbedienza.

La legge prevede, infatti, che, oltre alla diligenza richiesta dalla natura della prestazione dovuta e dall’interesse dell’imprenditore, il lavoratore deve osservare le disposizioni impartite dall’imprenditore medesimo e dai suoi collaboratori. Con questa norma, viene quindi formalmente riconosciuto il potere direttivo spettante all’imprenditore, cui corrisponde, dal lato del lavoratore, un dovere di obbedienza.

Infatti, uno dei principali poteri del datore di lavoro è il potere direttivo [2], ossia, la facoltà di dettare le direttive necessarie per conformare la condotta del lavoratore alle regole prescritte al fine di garantire il regolare ed efficiente funzionamento dell’organizzazione del lavoro. A questo potere datoriale corrisponde il cosiddetto obbligo di obbedienza del lavoratore, ossia, il lavoratore deve osservare le disposizioni impartite dall’imprenditore medesimo e dai suoi collaboratori [3].

Cosa fare, dunque, se il datore di lavoro ti dice di svolgere delle attività che non ti competono, poichè si sostanziano in mansioni inferiori al tuo livello di inquadramento?

Mansioni inferiori: rifiuto

La Cassazione si è occupata diverse volte di dare una risposta a questo interrogativo. In una recente sentenza, ha affermato [4] la legittimità del licenziamento disciplinare del dipendente che si rifiuta di svolgere mansioni inferiori al livello di appartenenza.

Secondo la Suprema Corte, infatti, l’illegittimo comportamento del datore di lavoro, che richiede al dipendente lo svolgimento di mansioni inferiori, consente al lavoratore di rivolgersi al Giudice per fare dichiarare l’illegittimità della condotta dell’azienda. Tuttavia, nell’immediato, non può essere il lavoratore a rifiutare aprioristicamente lo svolgimento della prestazione.

Nel caso da ultimo affrontato dalla Cassazione, una lavoratrice, assunta con qualifica di cuoca ed addetta presso una scuola d’infanzia comunale, nell’ambito di un appalto del servizio di ristorazione, si era rifiutata di portare all’interno delle classi, e distribuire ai bambini, le colazioni da lei stessa preparate.

Di fronte alla violazione del dovere di obbedire alle direttive impartite, il datore di lavoro aveva licenziato la cuoca per giustificato motivo soggettivo. La cuoca aveva dunque deciso di impugnare il licenziamento per giustificato motivo soggettivo per una serie di motivazioni.

In particolare, la cuoca sosteneva che le attività pretese dall’azienda (e dunque la consegna in classe e la distribuzione delle colazioni) esulavano dalle mansioni previste nel contratto di lavoro e rientranti nella qualifica di cuoca.

La Corte d’Appello aveva dato ragione alla dipendente, riconoscendo che l’ordine impartito era illegittimo in quanto costituiva una violazione dell’obbligo del datore di lavoro di adibire il personale alle mansioni contrattualmente previste.

La Cassazione, ribaltando quanto deciso dalla Corte d’Appello, ha, al contrario, dato ragione al datore di lavoro. In particolare, secondo i giudici di Cassazione, l’illegittimo comportamento del datore di lavoro, consistente nell’assegnare il dipendente a mansioni inferiori a quelle corrispondenti alla sua qualifica, non può mai giustificare il rifiuto aprioristico – da parte del dipendente – di svolgere la prestazione lavorativa.

In tali casi, ad avviso degli Ermellini, il lavoratore deve, nell’immediato, obbedire alle direttive impartite dal datore di lavoro, salvo poi richiedere al giudice del lavoro di ricondurre la propria prestazione di lavoro nell’ambito della qualifica di appartenenza. Infatti, in base alla legge, compete solo all’imprenditore la gestione dell’impresa e della sua organizzazione ed il lavoratore dipendente è tenuto a conformare la propria prestazione di lavoro alle direttive che gli vengono impartite dal datore di lavoro.

Sulla base di tale ragionamento, la Suprema Corte ha accolto il ricorso presentato dal datore di lavoro ed ha dichiarato legittimo il licenziamento disciplinare intimato alla cuoca disobbediente.

Allora, quando il dipendente può rifiutarsi di svolgere la prestazione richiesta?

Secondo la stessa sentenza della Cassazione, il prestatore di lavoro può legittimamente rifiutarsi di svolgere le direttive che gli vengono impartite dal datore di lavoro solo in via eccezionale, vale a dire in caso di inadempimento datoriale totale o comunque tanto grave da incidere in maniera irrimediabile sulle sue esigenze vitali o da esporlo ad una responsabilità penale connessa allo svolgimento delle nuove mansioni.

Ad analoghe conclusioni la Cassazione era giunta anche in un caso di poco precedente a quello della cuoca della scuola dell’infanzia [5]. Nel caso precedente, un lavoratore, documentatore di primo livello presso un emittente radiotelevisiva, aveva ricevuto una sanzione disciplinare (sospensione per tre giorni dal lavoro e dalla retribuzione) per il fatto di essersi rifiutato di eseguire l’ordine, che gli aveva rivolto un superiore gerarchico, di reperire e consegnare un cd musicale richiesto da un giornalista.

Secondo il documentatore, infatti, questa attività esulava dai compiti contrattualmente previsti e propri della sua qualifica professionale, trattandosi infatti di mera manovalanza. Di fronte al rifiuto del lavoratore, l’azienda aveva dunque avviato un procedimento disciplinare nei suoi confronti culminato in una sanzione conservativa, ossia la sospensione dal lavoro e dallo stipendio.

Il lavoratore aveva impugnato la sanzione ritenendola ingiusta visto che egli si era limitato a rifiutarsi di obbedire ad una richiesta illegittima, in quanto lesiva del suo diritto a svolgere le mansioni per cui è stato assunto.

La Cassazione, in questo caso a conferma di quanto stabilito dalla Corte d’Appello, ha respinto il ricorso del lavoratore.

Infatti, secondo la Suprema Corte, con motivazioni analoghe a quell viste poco sopra, l’eventuale adibizione a mansioni non rispondenti alla qualifica rivestita può consentire al lavoratore di richiedere giudizialmente la riconduzione della prestazione nell’ambito della qualifica di appartenenza, ma non autorizza mai lo stesso a rifiutarsi aprioristicamente, e senza un eventuale avallo giudiziario, di eseguire la prestazione lavorativa richiestagli.

Anche in questa sentenza si afferma che solo in rari casi è legittimo rifiutarsi di compiere le attività richieste dal datore di lavoro, ossia, nei casi di inadempimento totale del datore di lavoro o attività che integra un reato.


note

[1] Art. 2103 cod. civ.

[2] Art. 2094 cod. civ.

[3] Art. 2104 cod. civ.

[4] Cass. ordinanza n. 24118/2018.

[5] Cass. sent. n. 21036/2018.


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