Rifiuta il lavoro e ottiene ugualmente il mantenimento dal marito

25 Novembre 2019 | Autore:
Rifiuta il lavoro e ottiene ugualmente il mantenimento dal marito

Lo ha deciso la Cassazione confermando l’obbligo dell’ex marito a pagare l’assegno, anche se l’ex moglie è in grado di lavorare ed ha rifiutato alcune offerte.

Ha dell’incredibile il caso di un uomo costretto a pagare il mantenimento all’ex moglie “pelandrona”; la chiamiamo così perché, come vedremo, aveva rifiutato alcune offerte di lavoro e nonostante ciò le è stato riconosciuto il diritto a continuare a percepire l’assegno.

Un fatto tanto più incredibile se si nota che la sentenza di oggi [1] è stata emessa non da un giudice di merito ma dalla Corte di Cassazione e dunque è destinata a costituire un precedente per casi simili.

Il marito, separato dopo otto anni di matrimonio e poi infine divorziato, corrisponde alla ex moglie un assegno divorzile di 300 euro al mese, a cui si aggiungono 500 euro mensili per canone di affitto e 900 euro per il mantenimento del figlio minore della coppia.

L’uomo – che ha un reddito di 2.100 euro al mese – ricorre in Cassazione e fa osservare che l’ex moglie non è in stato di bisogno e non può qualificarsi parte debole del rapporto coniugale: sottolinea che è bilingue (parla anche il tedesco), ha lavorato in passato come commessa e, soprattutto, di recente ha rifiutato alcune opportunità di lavoro, che le avrebbero consentito di mantenersi.

La sua tesi in parole povere (esposta nel ricorso con motivi molto più articolati e che qui riassumiamo) è: se la mia ex moglie è capace di procurarsi il denaro necessario per vivere lavorando, ma non vuole farlo perché dovrei continuare a mantenerla io?

Il lavoro, a quanto pare, non mancava, nella «località turistica di residenza» della donna. Ma la Corte respinge tutti questi argomenti, bollandoli come «non decisivi» (riferendosi alla conoscenza del tedesco e alle offerte di lavoro) oppure come «già esaminati» dalla corte d’Appello, riferendosi qui alle pregresse esperienze lavorative della donna ed anche alla durata del matrimonio, giudicata come «non breve in sé».

Sul rapporto tra i redditi dell’uomo a fronte delle notevoli spese economiche da sostenere in conseguenza del divorzio, la Cassazione invece ritiene che questo profilo sia stato «pienamente esaminato» nella sentenza impugnata, e che perciò sia «inammissibile la revisione fattuale» nel giudizio di legittimità.

La conclusione è scontata: ricorso respinto e dunque assegno mensile all’ex consorte confermato. Al di là del caso specifico, la sentenza insegna quanto siano ristretti i margini di ricorso in Cassazione in tutti i casi nei quali la valutazione del merito della vicenda, cioè i profili di fatto, siano già stati svolti durante i precedenti gradi di giudizio di merito.

In questi casi, la Cassazione opera un controllo esterno, di pura legittimità, cioè di conformità alle norme di legge generali, senza riconsiderare i fatti specifici che caratterizzano la vicenda in esame. Così, quando ritiene che la sentenza impugnata abbia operato una valutazione esatta e un ragionamento corretto dal punto di vista motivazionale, non dà a quei fatti una diversa valutazione e non modifica le statuizioni già raggiunte.


note

[1] Cass. ord. n. 30638/19 del 25 novembre 2019.


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