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Mansioni inferiori nel pubblico impiego

12 Dicembre 2019
Mansioni inferiori nel pubblico impiego

Anche nel pubblico impiego la legge tutela le competenze ed il bagaglio professionale del lavoratore vietando di svuotare tale patrimonio con l’adibizione a mansioni inferiori.

Sei un dipendente pubblico? Hai vinto un concorso per svolgere un certo tipo di lavoro ma, nel concreto, i tuoi superiori gerarchici ti chiedono di svolgere anche altre attività di minore valore professionale? Quali sono le tue tutele? La legge tutela, sia nel pubblico impiego che nell’impiego privato, il patrimonio di competenze e di conoscenze del lavoratore. Per questo, le leggi vietano al datore di lavoro di modificare a suo piacimento le mansioni del lavoratore. Così facendo, infatti, il bagaglio professionale del lavoratore potrebbe risultarne fortemente danneggiato. Ne consegue che, anche l’adibizione del dipendente a mansioni inferiori è vietata anche nel pubblico impiego.

Tuttavia, la disciplina delle mansioni nel lavoro pubblico non è del tutto identica a quella del lavoro privato la quale, di recente, è stata anche modificata dal legislatore. Allo stesso modo, anche i rimedi azionabili dal lavoratore non sono gli stessi. Ma andiamo con ordine.

Mansioni nel pubblico impiego: a chi si applica?

Quando si firma un contratto di lavoro, le parti si assumono degli obblighi reciproci. Il principale obbligo del datore di lavoro è pagare regolarmente lo stipendio al lavoratore. Il dipendente, invece, assume soprattutto l’obbligo di eseguire la prestazione lavorativa prevista nel contratto di lavoro e per la quale è stato assunto.

Le mansioni sono proprio le attività che, concretamente, il dipendente è chiamato a svolgere nell’esercizio del proprio lavoro. Ovviamente, le mansioni dipendono dalla finalità per cui un certo dipendente è stato assunto.

Se sei stato assunto come addetto al protocollo presso un Comune, le tue mansioni saranno legate alla gestione del protocollo, della posta in entrata ed in uscita, allo smistamento della corrispondenza, etc.

Ogni lavoratore ha diritto a mantenere e, se possibile, accrescere il proprio bagaglio professionale. A tutela di questo valore, come regola generale, è sempre vietato il demansionamento, ossia l’adibizione del dipendente a mansioni inferiori rispetto a quelle per cui è stato assunto o a quelle che ha “conquistato” sul campo. Passare, infatti, da una mansione superiore ad una mansione inferiore significa depauperare il proprio bagaglio di conoscenze e competenze.

Come vedremo, nell’impiego alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, la disciplina delle mansioni segue delle regole proprie, in parti diverse dalla disciplina del lavoro privato. E’ bene, dunque, chiarire preliminarmente cosa si intende per lavoro pubblico.

La legge relativa al lavoro pubblico [1] prevede che con il termine “amministrazioni pubbliche” si debbono intendere:

  • tutte le amministrazioni dello Stato;
  • gli istituti e scuole di ogni ordine e grado;
  • le istituzioni educative;
  • le aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo;
  • le Regioni;
  • le Province;
  • i Comuni;
  • le Comunità montane;
  • i consorzi ed associazioni tra gli enti locali di cui sopra;
  • le istituzioni universitarie;
  • gli Istituti autonomi case popolari;
  • le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e le loro associazioni;
  • tutti gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali;
  • le amministrazioni, le aziende e gli enti del Servizio sanitario nazionale;
  • l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (Aran);
  • le Agenzie pubbliche;
  • il Coni.

Le regole relative al pubblico impiego, ivi compresa la relativa disciplina delle mansioni, si applicano dunque ai rapporti di lavoro stipulati dai predetti enti ed amministrazioni pubbliche.

Mansioni nel pubblico impiego: la disciplina

Chiarito a chi si applica, vediamo ora come funziona la disciplina delle mansioni nel pubblico impiego.

La legge [2] prevede che, nel lavoro pubblico, il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o alle mansioni equivalenti nell’ambito dell’area di inquadramento, oppure alle mansioni corrispondenti alla qualifica superiore che abbia, successivamente, acquisito per effetto delle procedure selettive ad evidenza pubblica previste e disciplinata dalla legge.

L’esercizio di fatto di mansioni non corrispondenti alla qualifica di appartenenza non ha effetto ai fini dell’inquadramento del lavoratore o dell’assegnazione di incarichi di direzione.

Emergono due importanti differenze rispetto al lavoro privato:

  • la nuova formulazione della norma relativa alle mansioni nell’impiego privato [3] prevede che il lavoratore possa essere adibito a mansioni anche non “equivalenti” a quelle da ultimo svolte purchè appartenenti allo stesso livello di inquadramento. Nel pubblico impiego, persiste, invece, il concetto di “equivalenza”;
  • nel pubblico impiego l’assegnazione di mansioni superiori si traduce anche nel relativo inquadramento solo se vengono seguite le procedure di promozione interna da un livello ad un altro previste dalla legge; in caso contrario, anche se di fatto il lavoratore esercita mansioni superiori, questo stato di fatto non può mai tradursi in uno stato di diritto. In sostanza, anche se lavori come funzionario se sei impiegato resti tale a meno che non superi con successo una procedura di promozione interna. Infatti, le progressioni all’interno della stessa area avvengono secondo principi di selettività, in funzione delle qualità culturali e professionali, dell’attività svolta e dei risultati conseguiti, attraverso l’attribuzione di fasce di merito. Le progressioni fra le aree avvengono, invece, tramite concorso pubblico.

Anche nel pubblico impiego, seppure con i ridotti margini di operatività che abbiamo visto, esiste dunque, nell’ambito delle mansioni afferenti lo specifico profilo professionale, il potere discrezionale dell’amministrazione di assegnare al dipendente le mansioni che ritiene più confacenti alle sue caratteristiche, fermo restando che deve trattarsi di mansioni equivalenti nell’ambito dell’area di inquadramento.

In definitiva, al lavoratore pubblico non possono essere assegnate mansioni inferiori e ciò nemmeno se, sul piano formale, resti comunque invariata la sua collocazione nell’amministrazione di appartenenza.

Il cosiddetto ius variandi, ossia la facoltà di modificare in modo unilaterale le mansioni del dipendente, può essere esercitato dall’amministrazione solo se le nuove mansioni sono equivalenti a quelle per cui il dipendente è stato assunto, e permettono al lavoratore di utilizzare la professionalità acquisita e di arricchire il proprio patrimonio professionale.

L’altra condizione è che, ovviamente, l’adibizione a mansioni equivalenti non provochi una riduzione del trattamento economico spettante al lavoratore.

Demansionamento nel pubblico impiego

Al pari che nel lavoro privato, anche nel pubblico impiego è dunque illegittimo adibire il dipendente a mansioni inferiori. Anzi. Il perimetro dello ius variandi nel lavoro pubblico è molto più circoscritto di quanto non lo sia nel lavoro privato.

Ne consegue che siamo di fronte ad un illegittimo demansionamento non solo in caso di assegnazione a mansioni non corrispondenti all’inquadramento contrattuale del lavoratore, ma anche quando vi è una sottrazione di tutte o della gran parte delle mansioni precedentemente esercitate dal dipendente. In questo caso, svuotando l’attività del lavoratore, si determina infatti un danno alla professionalità del dipendente stesso.

Cosa può fare il dipendente pubblico in caso di demansionamento, che avvenga tramite assegnazione a mansioni inferiori o tramite lo svuotamento della sua attività professionale? Innanzitutto, il lavoratore può agire in giudizio e chiedere al giudice del lavoro la condanna del proprio datore di lavoro al ripristino delle mansioni precedentemente svolte nonché al risarcimento del danno subito che, nell’ipotesi di demansionamento, consiste essenzialmente nel danno alla professionalità, all’immagine, nonché in un danno da perdita di chance. Se ci sono particolari profili di urgenza, il lavoratore può agire con lo strumento del provvedimento d’urgenza.

Il danno da demansionamento viene, solitamente, calcolato in via equitativa, anche se la giurisprudenza ritiene che, nella liquidazione, si possa fare riferimento ad una quota della retribuzione mensile, crescente con il perdurare del tempo della lesione della professionalità.

Per quanto concerne i presupposti per il risarcimento del danno da demansionamento si registrano tre orientamenti nella giurisprudenza:

  • nel caso di demansionamento illegittimo, che determina un danno alla vita professionale e di relazione, spetta al lavoratore il risarcimento del danno derivante dal pregiudizio di natura non patrimoniale subito da liquidarsi in via equitativa. Il lavoratore, per accedere a tale risarcimento, deve provare la sussistenza effettiva del danno. Non esiste, dunque, alcun automatismo tra demansionamento e risarcimento del danno in quanto il pregiudizio subito deve comunque essere provato dal lavoratore;
  • il comportamento del datore di lavoro che adibisce il lavoratore a mansioni inferiori rispetto a quelle per le quali è stato assunto si pone in contrasto con differenti profili dei quali solo alcuni hanno una rilevanza economica. In base a questo indirizzo, il risarcimento può essere disposto dal giudice anche nell’assenza di una specifica dimostrazione del pregiudizio professionale subito dal dipendente;
  • l’orientamento intermedio afferma che il giudice, nel caso di illegittimo demansionamento del lavoratore, può accertare l’esistenza del danno non solo sulla base degli elementi probatori forniti dal lavoratore ma anche desumendo l’esistenza del danno sulla base di alcuni elementi di fatto, tra i quali, la durata della dequalificazione profesisonale nonchè altre circostanze di fatto.

In caso di accoglimento del suo ricorso, il dipendente pubblico potrà quindi ottenere la reintegrazione nelle mansioni originariamente assegnate e il ristoro del danno subito.

note

[1] Art. 1 D.Lgs. 165/2001.

[2] Art. 52 D.Lgs 165/2001.

[3] Art. 2103 cod. civ.


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