Aids: è vero che colpisce solo i gay?

26 Novembre 2019
Aids: è vero che colpisce solo i gay?

L’associazione tra omosessualità e Hiv è fondata oppure è semplicemente una bufala? Quali sono le modalità di trasmissione dell’Hiv? Ecco le risposte.

In vista della Giornata mondiale contro l’Aids del 1 dicembre, è bene sfatare alcuni falsi miti sull’Hiv e fare chiarezza su una ‘bufala’ dalle radici molto antiche. Ad essere colpiti dall’Aids sono soltanto gli omosessuali? Secondo un nuovo rapporto diffuso dall’Unicef, l’Aids continua a colpire non solo i gay, ma anche bambini e adolescenti. A sciogliere ogni dubbio, sulle bufale che riguardano la relazione tra omosessualità e Hiv, sono gli esperti di ‘Dottoremaeveroche’, il sito della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo) contro le fake news.

La storia della sindrome da immunodeficienza acquisita e dell’Hiv, il virus che la causa, “ha avuto inizio nel 1980, negli Stati Uniti, al Los Angeles Medical Center. Qui Micheal Gottlieb venne chiamato a visitare un paziente – trentatreenne, bianco, omosessuale – con una grave forma di polmonite e un’infezione orale dovuta al fungo Candida albicans”, ricordano gli esperti.

“Il paziente mostrava anche segni di un’infezione da citomegalovirus. A distanza di un anno, lo stesso medico Gottlieb visitò un altro paziente, omosessuale di 33 anni, che mostrava un quadro clinico molto simile. Nel giro di poco, aumentarono i casi di uomini giovani omosessuali con infezioni soprattutto di C. albicans e citomegalovirus: il comune denominatore era una forma di immunodeficienza di origine ignota purtroppo incurabile, che inizialmente la comunità medico-scientifica chiamò con il nome di Gay Related Immunodeficiency Syndrome (sindrome da immunodeficienza correlata all’essere gay)”.

Questa associazione tra omosessualità e morbo “venne presto smentita con la segnalazione da parte del Jackson Memorial Hospital di Miami, in Florida, di diversi casi analoghi che riguardavano però pazienti non bianchi e non omosessuali, sia uomini sia donne”.

Come riporta una nota stampa dell’agenzia Adnkronos, i Centers for Disease Control descrissero altri casi tra tossicodipendenti ed emofiliaci. “Il quadro che emergeva era quello di una malattia trasmissibile sessualmente o attraverso il contatto diretto con sangue infetto. Nel 1982 il termine Gay Related Immunodeficiency Syndrome venne quindi corretto in Acquired ImmunoDeficiency Syndrome, da cui la sigla Aids, con cui viene chiamata la sindrome in tutto il mondo”.

Attorno a questa malattia, asintomatica nei suoi primi stadi e altamente contagiosa, si venne a creare un terrore sociale e conseguentemente una discriminazione e uno stigma. “E per molto tempo l’etichetta ‘peste gay’ e ‘flagello di Dio contro gli omosessuali’ ha mantenuto in vita l’idea che l’Aids colpisca prevalentemente gli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini, nonostante le conoscenze scientifiche sulla modalità di trasmissione dell’Hiv, distogliendo l’attenzione dal concreto e reale rischio di diffusione dell’infezione nel mondo: la trasmissione eterosessuale”, affermano i medici anti-bufale.

Aids: colpisce solo gli omosessuali?

Per avere un’ulteriore conferma che l’Aids non colpisce solo gli uomini che hanno rapporti con persone del proprio sesso è sufficiente leggere i dati epidemiologici. In Italia, nel 2017, sono state 3.443 le nuove diagnosi di infezione da Hiv, pari a 5,7 nuovi casi per 100.000 residenti, con un’incidenza pressoché uguale a quella della media osservata tra le nazioni dell’Unione europea (5,8 nuovi casi per 100.000). I casi più numerosi – riferisce l’Iss – sono attribuibili a trasmissione eterosessuale (46%), seguiti dai casi relativi a maschi omossessuali (38%) e persone che usano sostanze stupefacenti (3%). Quindi, solo quattro casi di nuove infezioni su dieci riguardano gli omosessuali.

Aids: quali sono i comportamenti a rischio?

Gli esperti su Dottoremaeveroche.it precisano che “Esistono tre diverse modalità di trasmissione dell’Hiv: via ematica, via sessuale che è la più comune e via materno-fetale. Il contagio per via ematica avviene attraverso lo scambio di siringhe infette o attraverso trasfusioni di sangue infetto. Quello per via sessuale è il più diffuso, la carica virale presente nello sperma e nelle secrezioni vaginali può infatti raggiungere livelli elevati. Pertanto tutti i rapporti sessuali non protetti dal preservativo possono essere causa di trasmissione dell’infezione. Terza e ultima modalità di trasmissione è quella da madre a figlio: può avvenire durante la gravidanza, durante il parto o con l’allattamento”.

Quanto ai rischi con un bacio o una stretta di mano, “non basta una semplice stretta di mano o la condivisione di oggetti casalinghi, quali piatti, bicchieri o posate, o un semplice bacio per essere contagiati”, ribadiscono gli esperti. “Un bacio è potenzialmente contagioso solo nel caso in cui sia un bacio in bocca e la persona sieropositiva abbia delle lesioni macroscopicamente visibili nella mucosa boccale: quindi è un evento raro. L’idea errata che sia sufficiente un bacio per prendere il virus dell’Aids è frutto dello stigma verso questa malattia”.

“La pandemia dovuta all’Hiv in molte parti del mondo si sta ancora espandendo. Forse uno dei maggiori fraintendimenti dell’opinione pubblica (e dei mezzi di comunicazione) è la confusione tra nuovi casi di Aids, intesi come malattia conclamata, e nuovi casi di infezione. I primi stanno diminuendo, grazie alle terapie, i secondi invece sono stabili o addirittura in aumento. E sono questi ultimi che devono preoccupare”, scrive Giovanni Maga, responsabile della sezione Enzimologia del Dna & Virologia molecolare presso l’Istituto di Genetica molecolare Igm-Cnr di Pavia, nel suo libro ‘Aids: la verità negata’. “Per ogni persona che viene trattata con i farmaci, altre due si infettano. A limitare fortemente la nostra capacità di contenere, anzi fermare l’epidemia, più degli impedimenti tecnici o dei limiti scientifici sono l’ignoranza e il pregiudizio come percezione della malattia quale elemento stigmatizzante dei malati, che porta a utilizzare l’Aids come fattore di discriminazione sociale“.


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