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Prova testimoniale processo tributario: ultime sentenze

25 Maggio 2021
Prova testimoniale processo tributario: ultime sentenze

Scopri le ultime sentenze su: procedimento tributario; divieto di prova testimoniale; produzione di dichiarazioni di terzi in sede extraprocessuale; ammissibilità di una prova testimoniale nel processo tributario.

Prova testimoniale nel giudizio tributario

Le dichiarazioni di terzi sono ammesse nel processo fiscale, non a titolo di fonti di prova in senso proprio, ma piuttosto a titolo di ausilio all’accertamento, che deve, comunque, essere sostenuto da ulteriori elementi

Cassazione civile sez. VI, 03/02/2020, n.2406

Dichiarazioni di terzi: valore probatorio

Nel processo tributario, il divieto di prova testimoniale posto dall’art. 7, D.Lgs. n. 546/1992, si riferisce alla prova da assumere con le garanzie del contraddittorio e non implica l’impossibilità di utilizzare, ai fini della decisione, le dichiarazioni che gli organi dell’amministrazione finanziaria sono autorizzati a richiedere anche ai privati nella fase amministrativa di accertamento che, proprio perché assunte in sede extraprocessuale, rilevano quali elementi indiziari che possono concorrere a formare, unitamente ad altri elementi, il convincimento del giudice.

Tali dichiarazioni hanno il valore probatorio proprio degli elementi indiziari e, qualora rivestano i caratteri di gravità, precisione e concordanza di cui all’art. 2729 c.c., danno luogo a presunzioni. In questo ambito, al fine di evitare che l’ammissibilità di tali dichiarazioni possa pregiudicare la difesa del contribuente ed il principio di uguaglianza delle parti, è necessario riconoscere che, al pari dell’Amministrazione finanziaria, anche il contribuente possa introdurre nel giudizio innanzi alle Commissioni Tributarie dichiarazioni rese da terzi in sede extraprocessuale per far valere le proprie ragioni e tali dichiarazioni devono assurgere a rango di indizi, che necessitano di essere valutati congiuntamente ad altri elementi.

Cassazione civile sez. trib., 02/10/2019, n.24531

Processo tributario: gli elementi indiziari

Il divieto di prova testimoniale previsto dall’art. 7 del D. Lgs. n.546 del 1992 non comporta l’impossibilità di utilizzare, ai fini della decisione, le dichiarazioni che gli organi dell’amministrazione finanziaria sono autorizzati a richiedere anche ai privati nella fase amministrativa di accertamento. Tali dichiarazioni rilevano quali elementi indiziari che concorrono a formare, unitamente ad altri elementi, il convincimento del giudice.

Comm. trib. reg. Palermo, (Sicilia) sez. VIII, 03/12/2018, n.5355

Qual è il valore della prova testimoniale nel processo tributario?

Il divieto di prova testimoniale previsto dall’art. 7 del D. Lgs. n.546 del 1992 non comporta l’impossibilità di utilizzare, ai fini della decisione, le dichiarazioni che gli organi dell’amministrazione finanziaria sono autorizzati a richiedere anche ai privati nella fase amministrativa di accertamento. Tali dichiarazioni rilevano quali elementi indiziari che concorrono a formare, unitamente ad altri elementi, il convincimento del giudice.

Comm. trib. reg. Palermo, (Sicilia) sez. VIII, 03/12/2018, n.5355

Processo tributario: il divieto di prova testimoniale

Nel processo tributario il divieto di prova testimoniale posto dall’art. 7 del d.lgs. n. 546 del 1992 non osta alla produzione sia da parte dell’Amministrazione finanziaria che, in ragione dei principi del giusto processo ex art. 111 Cost., del contribuente, di dichiarazioni rese da terzi in sede extraprocessuale che assumono valenza indiziaria sul piano probatorio.

(Nella specie, la S.C., in applicazione del principio, ha ritenuto insufficiente ad integrare la prova contraria richiesta al contribuente la sola dichiarazione scritta della madre, in assenza di ulteriori elementi).

Cassazione civile sez. VI, 19/11/2018, n.29757

Dichiarazioni alla Guardia di Finanza

Nel processo tributario, alle dichiarazioni rese da terzi in sede di verifica va attribuita una valenza indiziaria, da corroborare con ulteriori elementi. Il divieto di prova testimoniale posto dall’art. 7 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 si riferisce solamente alla prova testimoniale quale prova da assumere con le garanzie del contraddittorio all’interno del processo.

Cassazione civile sez. trib., 13/09/2018, n.22349

Dichiarazioni testimoniali nel processo tributario: ammissibilità 

Il divieto di prova testimoniale nel processo tributario si riferisce solo alla prova testimoniale processuale e non alle dichiarazioni che, sia l’Amministrazione che i contribuenti, possono assumere in sede extraprocessuale e produrre in giudizio. La valenza indiziaria di tali dichiarazioni, anche a favore del contribuente, è coerente con il principio del giusto processo, come anche affermato dall’art. 6 CEDU.

Cassazione civile sez. VI, 16/03/2018, n.6616

Dichiarazioni rese da terzi in sede extra-processuale

Nel procedimento tributario il contribuente ha a carico la possibilità di far  entrare tutte le dichiarazioni rese da terzi agli organi dall’Amministrazione Finanziaria, restando il divieto di ammissione della “prova testimoniale”, ex art. 7 del d. lgs. n. 546 del 1992, ed inoltre il contribuente stesso può introdurre dichiarazioni rese da terzi a suo favore in sede extra-processuale, poiché, grazie a tali dichiarazioni, si dà concreta attuazione ai principi del giusto processo e garantire così il principio supremo della parità delle armi processuali e quello dell’effettivo diritto di difesa.

Comm. trib. reg. Lecce, (Puglia) sez. XXIII, 23/01/2018, n.164

Diritto del contribuente di provare il contrario

Per quanto concerne l’ammissibilità e la valenza di una prova testimoniale nel processo tributario, questa deve essere considerata un elemento indiziario e, ove acquisita dalla Guardia di Finanza, legittimando la rettifica, fa salvo il diritto del contribuente di provare il contrario, determinando così l’inversione dell’onere probatorio.

In particolare, trattandosi di IVA, deve osservarsi come sia prevista dall’art. 39 D.P.R. n. 600/1973 e dall’art. 54 D.P.R. n. 633/1972 l’ammissibilità di presunzioni semplici, fondate su indizi che il Giudice di merito ritenga gravi, precisi e concordanti; pertanto, ove ritenute attendibili, le dichiarazioni di un terzo sono di per sé idonee a fondare e supportare l’atto emesso all’esito del procedimento di accertamento.

Comm. trib. reg. Milano, (Lombardia) sez. XIV, 26/10/2017, n.4290

Documento con la dichiarazione di un terzo

In materia di appello nel processo tributario, alla luce del principio di specialità espresso dall’art. 1, comma 2, del D.Lgs. n. 546/1992, in forza del quale, nel rapporto fra norma processuale civile ordinaria e norma processuale tributaria, prevale quest’ultima, non trova applicazione la preclusione alla produzione documentale di cui all’art. 345, comma 3, c.c. potendo le parti provvedervi anche per documenti preesistenti al giudizio svoltosi in primo grado.

Inoltre, il documento contenente la dichiarazione di un terzo (ad esempio la dichiarazione del portalettere che attesta di aver notificato gli avvisi di accertamento) è escluso come fonte di prova, non ostandovi il divieto di prova testimoniale di cui all’art. 7, comma 4, del D.Lgs. n. 546/1992, trattandosi di fonte di prova documentale, diversa da quella testimoniale sia in “res cartacea”, sia per il diverso regime processuale (circoscritto al rispetto del principio del contraddittorio per la sua produzione).

Comm. trib. reg. Cagliari, (Sardegna) sez. V, 19/09/2017, n.303

Giuramento e prova testimoniale

Con riferimento all’utilizzabilità delle dichiarazioni di terzi, nel processo tributario non sono ammessi il giuramento e la prova testimoniale – in quanto limitativa dei poteri delle commissioni tributarie e non pure dei poteri degli organi amministrativi di verifica, disciplinati da altre disposizioni, vale soltanto per la diretta assunzione, da parte del giudice tributario, nel contraddittorio delle parti, della narrazione dei fatti della controversia compiuta da un terzo, ovverosia per quella narrazione che, in quanto richiedente la formulazione di specifici capitoli e la prestazione di un giuramento da parte del terzo assunto quale teste, acquista un particolare valore probatorio.

Le dichiarazioni, invece, dei terzi raccolte dai verificatori, quand’anche nell’ambito di un procedimento penale, e inserite nel processo verbale di constatazione, hanno natura di mere informazioni acquisite nell’ambito di indagini amministrative e sono, pertanto, pienamente utilizzabili quali elementi di prova e di convincimento, sebbene esse non siano state assunte o verbalizzate in contraddittorio con il contribuente, da nessuna norma richiesto.

Comm. trib. reg. L’Aquila, (Abruzzo) sez. VII, 30/05/2017, n.500

Il convincimento del giudice

Nel processo tributario, fermo restando il divieto di ammissione della prova testimoniale posto dall’art. 7 del D.Lgs. n. 546 del 1992, il potere di introdurre dichiarazioni rese da terzi in sede extraprocessuale, con il valore probatorio proprio degli elementi indiziari, i quali, pur non essendo idonei a costituire da soli il fondamento della decisione, concorrono a formare il convincimento del giudice, è riconosciuto sia all’Amministrazione finanziaria, sia al contribuente, dandosi così concreta attuazione ai principi del giusto processo ex art. 111 Cost..

Comm. trib. reg. Milano, (Lombardia) sez. XX, 23/05/2017, n.2280

Prova testimoniale: limiti al divieto di applicabilità

Nel procedimento tributario il giudice può utilizzare, per il suo convincimento, le prove raccolte all’interno di un processo penale per individuare così i fatti accertati e sottoporli alla propria valutazione.

Pertanto, il divieto di cui all’articolo 7 del d. lg. n. 546 del 1992 riguarda la prova testimoniale come prova di cui si richiede l’acquisizione in udienza, mentre è legittimo l’utilizzo delle dichiarazioni rese da terzi nel corso delle verifiche, poiché esse rappresentano degli elementi indiziari che determinano la fondatezza dell’investigazione se sono gravi, precisi e concordanti.

Comm. trib. reg. Torino, (Piemonte) sez. XXII, 05/05/2016, n.602

Il contenzioso tributario

In tema di contenzioso tributario, la disposizione contenuta nell’art. 7, comma 4, d.lg. n. 564 del 1992 – secondo cui nel processo tributario ‘non sono ammessi il giuramento e la prova testimoniale’ – in quanto limitativa dei poteri delle commissioni tributarie e non pure dei poteri degli organi amministrativi di verifica, disciplinati da altre disposizioni, vale soltanto per la diretta assunzione, da parte del giudice tributario, nel contraddittorio delle parti, della narrazione dei fatti della controversia compiuta da un terzo, ovverosia per quella narrazione che, in quanto richiedente la formulazione di specifici capitoli e la prestazione di un giuramento da parte del terzo assunto quale teste, acquista un particolare valore probatorio.

Le dichiarazioni, invece, dei terzi raccolte dai verificatori, quand’anche nell’ambito di un procedimento penale, e inserite nel processo verbale di constatazione, hanno natura di mere informazioni acquisite nell’ambito di indagini amministrative e sono, pertanto, pienamente utilizzabili quali elementi di prova (nella specie, la Corte ha affermato che sono utilizzabili dal giudice le dichiarazioni resi dai soci alla Guardia di Finanza atteso che il divieto di prova testimoniale vale solo per le affermazioni rese in contraddittorio delle parti).

Cassazione civile sez. VI, 22/09/2014, n.19965

Dichiarazioni rese da terzi in fase di accertamento

L’art. 7 comma 4 d.lg. n. 546 del 1992 prevede che nel processo tributario sono vietati la prova testimoniale e il giuramento con la conseguenza che i terzi i quali, nella precedente fase di verifica, abbiano reso dichiarazioni, non possono essere chiamati a confermare quanto esposto nel giudizio tributario, e se, come statuito dalla Corte costituzionale (con sent. 21 gennaio 2000, n. 18), tale divieto non comporta l’inutilizzabilità, in sede processuale, delle dichiarazioni di terzi eventualmente raccolte dall’Amministrazione nella fase procedimentale, tuttavia tali attestazioni rappresentano elementi indiziari che possono concorrere a formare il convincimento del giudice ma non sono idonei a costituire, da soli, il fondamento della decisione, né, quindi, possono di per sé essere elevate a rango di prova; inoltre, poiché nella fattispecie la contribuente, nel corso del processo penale a carico del suo legale rappresentante parallelamente celebratosi e conclusosi con sentenza pienamente assolutoria, ha contestato tutte le affermazioni rese da terzi ed ha provato la loro inconsistenza, non si può che concludere per l’annullamento dell’atto impositivo.

Comm. trib. reg. Lecce sez. XXIV, 02/10/2012, n.231



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