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Come spendere i soldi in nero

27 Novembre 2019
Come spendere i soldi in nero

Denaro non dichiarato: le alternative tra il deposito in banca o sul conto corrente postale, l’utilizzo tramite spese, l’emissione di fattura falsa e la frammentazione in bonifici come donazione. 

Non tutti, all’avvio di un’attività autonoma, risultano subito in regola col fisco. Spesso chi svolge un lavoro in proprio – un musicista, un informatico, un’estetista, un personal trainer, ecc. – transita attraverso un periodo di prova durante il quale testa il mercato e verifica la convenienza del business. In questa fase egli risulta del tutto sconosciuto al fisco: non emette fatture e non presenta dichiarazione dei redditi. Difficile criticarlo: sarebbe più pericoloso fare poi retromarcia in caso di perdita del fatturato e denunciare redditi inferiori che potrebbero insospettire l’Agenzia delle Entrate, generando accertamenti fiscali. Ecco perché, al termine del “test” e nel momento in cui si decide di regolarizzarsi, ci si trova spesso con un consistente gruzzoletto di contanti. A questo punto sorgono gli interrogativi: come spendere i soldi in nero, come gestirli, dove depositarli? 

Ci sono diverse soluzioni che possono essere adottate. Al di là delle operazioni di riciclo del denaro, che sicuramente sono illegali, c’è più di un metodo per evitare che la piccola evasione, giustificata dalla necessità di sondare il mercato, possa implicare rischi fiscali. Vediamo qualche suggerimento.

Come gestire i soldi in nero?

Come tutte le disponibilità di liquidi, anche i soldi in nero possono essere o spesi o conservati. Nel primo caso bisognerà stare attenti a quali acquisti eseguire posto che alcuni di questi finiscono nell’occhio del fisco; in tal caso potrebbe apparire evidente la discrasia tra il potere di acquisto del contribuente e il reddito ufficiale da questi dichiarato facendo scattare un controllo. Nel secondo caso bisognerà guardarsi bene dall’effettuare depositi tracciabili come in conti correnti, libretti di deposito, carte prepagate, che potrebbero finire nell’anagrafe dei conti correnti ed essere comunicati all’Agenzia delle Entrate. 

La gestione del denaro in nero, quindi, richiede una certa prudenza. Certo, tanto più inferiore è la cifra in gioco, tanto più facile sarà la soluzione del problema, tanto minore il rischio di essere scoperti ed anche le eventuali conseguenze sanzionatorie nel caso di controlli. Peraltro, l’eventuale accertamento per piccoli importi non potrà mai dar luogo a procedimenti penali e alla contestazione di reati (che scattano solo a partire da 50mila euro di imposta evasa), ma tutt’al più a sanzioni economiche, di carattere puramente amministrativo.

Iniziamo allora proprio dal primo dei due aspetti: come spendere i soldi in nero.

Quali spese non sono controllate dal fisco?

Alcuni acquisti insospettiscono il fisco. Si tratta dei beni di lusso come auto e viaggi costosi. Per altri invece il controllo è quasi automatico: si pensi all’intestazione di immobili. Chi ha disponibilità economiche elevate, quindi, farà bene a stare alla larga da tali spese.

Per le piccole evasioni c’è sempre la possibilità dell’utilizzo del denaro in tutte quelle spese per le quali viene emesso lo scontrino che, al contrario della fattura, è completamente anonimo e non finisce all’Agenzia delle Entrate: dal carrello del supermercato all’acquisto di un prezioso in gioielleria, dall’abbigliamento alla cena al ristorante. Bisogna stare attenti a non superare il limite di utilizzo di contanti per singola operazione che, dal 2020, è pari a 2mila euro.

Rate del mutuo troppo alte, polizze assicurative, acquisto di titoli, azioni ed obbligazioni, canoni di affitto per importi eccessivi rispetto alle proprie capacità ufficiali finiscono nel calderone del fisco che può spiccare un accertamento induttivo tramite il redditometro.

L’emissione di fatture false

Bisogna guardarsi bene da operazioni di riciclo del denaro tramite la richiesta di emissione di fatture false. Si pensi al caso di un contribuente che, per depositare in banca dei contanti in nero, emette nei confronti di uno o più soggetti accondiscendenti fatture per lavori mai eseguiti, ricevendo poi un bonifico tracciabile come corrispettivo. Il falso committente si farà, a sua volta, consegnare i contanti dal prestatore d’opera (quelli oggetto del “riciclo”); egli peraltro potrà scorporare il costo della prestazione dalla propria dichiarazione dei redditi, avendone un ulteriore vantaggio in termini di riduzione del carico fiscale. 

Ebbene, un comportamento de genere integra sempre il reato di emissione di fatture false a prescindere dagli importi in gioco. Insomma, si passa dal tributario al penale, con conseguente aggravio di pene.

Le cassette di sicurezza

Uno dei metodi più comunemente utilizzati dagli italiani per conservare i contanti in nero sono le cassette di sicurezza che, al costo di circa 200 euro in media all’anno, consentono di detenere liquidi senza alcuna tracciabilità. O meglio, l’Agenzia delle Entrate può sapere dell’esistenza del contratto, ma non del contenuto custodito nel caveau. I controlli sono molto rari. Si tratta dell’alternativa più sicura al vecchio materasso anche se soggette alla svalutazione per via dell’inflazione.

Versamenti sul conto corrente

Sicuramente il metodo meno indicato per gestire il denaro in contanti frutto di evasione è il versamento sul conto corrente in quanto tracciabile. Tuttavia è anche vero che i controlli sulle movimentazioni bancarie sono spesso rari, specie nei confronti dei soggetti sconosciuti al fisco, come i disoccupati.

Nel momento in cui l’agente del fisco nota che sul conto corrente di un contribuente vi è un accredito (sia che questo derivi da un bonifico ricevuto da un’altra persona che da un versamento di contanti allo sportello) va a verificare se tale importo è riportato nella dichiarazione dei redditi ossia se è stato “denunciato”. Se lo è, significa che su di esso sono state pagate le tasse e quindi non parte alcun accertamento. In caso contrario scatta ciò che viene definito presunzione di reddito [2]. In pratica, per il fisco gli accrediti sul conto corrente (bonifici e versamenti di contanti) si presumono essere un reddito non dichiarato; non trovandoli indicati nella dichiarazione, infatti, l’ufficio delle imposte non può sapere da dove provengono i soldi ed è autorizzato dalla legge a ritenerli “nero”. Spetta al contribuente difendersi e dimostrare che tali soldi non vanno tassati perché si tratta di redditi esenti o già tassati alla fonte (ossia quando sono stati erogati).

Peraltro l’Agenzia delle Entrate ci mette poco ad accorgersi dell’accredito: ha un registro che le comunica tutti i movimenti sul conto (l’Anagrafe dei conti correnti). È anche vero che i controlli non avvengono a campione né sono automatici, per cui il rischio di verifica non è così elevato.

Il bonifico sul conto da parenti

Alcuni contribuenti sono soliti frammentare la somma, consegnandola a più persone, per poi farsi da queste bonificare una parte dell’importo sul proprio conto corrente, giustificandola come donazione, magari in vista di un compleanno o altra occasione. 

In verità, anche la donazione presenta profili di rischio. Se l’Agenzia delle Entrate rileva il movimento del denaro da un conto all’altro, per superare la presunzione che si tratti di denaro imponibile, frutto di prestazioni lavorative, non basta una semplice dichiarazione. È necessaria una documentazione scritta, ossia l’atto di donazione con data certa (e, quindi, registrato). Visti i costi di ciò, è sempre meglio disporre un bonifico diretto dal conto del parente a quello del beneficiario, senza far transitare il denaro in contanti dalle mani dell’uno a quelle dell’altro.

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