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Pensione non dovuta: quando va restituita?

13 Dicembre 2019 | Autore:
Pensione non dovuta: quando va restituita?

Restituzione degli indebiti pensionistici: da quando inizia a decorrere la prescrizione, in quali casi si applica la sanatoria.

Può accadere che il pensionato si dimentichi di fornire all’Inps delle informazioni che possono determinare la revoca o la riduzione di un trattamento di pensione. Questi dati, a seconda del trattamento previdenziale percepito, devono essere dichiarati periodicamente a cura del pensionato, ad esempio col modello Red, o col nuovo modello quota 100.

Se i dati devono essere comunicati dal pensionato all’Inps in quanto non conosciuti o conoscibili direttamente dall’ente, il pensionato è tenuto a restituire all’istituto le quote della pensione indebitamente percepite, in quanto riconducibili ad una condotta colposa o dolosa dell’interessato.

Ma la pensione non dovuta quando va restituita? Sino a quando può essere chiesta indietro?

La prescrizione degli indebiti opera da subito, o solo da quando l’Inps viene a conoscenza delle informazioni? Si può applicare la sanatoria degli indebiti? Procediamo con ordine, e proviamo a fare chiarezza sulle ipotesi in cui l’Inps riconosce delle quote di pensione non spettanti.

L’argomento è spesso fonte di dibattiti e contenzioso. È importante, comunque, tener presente che, se la pensione in più è stata corrisposta per un errore imputabile esclusivamente all’Inps, ed in forza di un provvedimento formale e definitivo, non si applica la sospensione della prescrizione e l’indebito non può essere chiesto indietro. Ma procediamo con ordine.

Quando si prescrivono gli indebiti Inps?

Nella generalità dei casi, i pagamenti indebiti effettuati dall’Inps sono soggetti all’ordinario termine di prescrizione decennale: pertanto, trascorsi 10 anni dal pagamento, l’Inps non può più richiedere la somma indietro.

Tuttavia, se l’interessato omette di inviare delle informazioni che incidono sul diritto o sulla misura della pensione, la prescrizione decennale inizia a decorrere solo dalla data in cui l’ente previdenziale viene a conoscenza dei fatti che incidono sul trattamento di pensione.

Normalmente, l’Inps viene a conoscenza dei redditi prodotti, incompatibili o parzialmente compatibili con la pensione, entro uno o due anni, in base alle informazioni recepite dall’Agenzia delle Entrate.

Può accadere però che l’Inps non venga a conoscenza di eventuali redditi incompatibili percepiti dal pensionato: è il caso dei redditi da lavoro prodotti all’estero. Se, ad esempio, un titolare di un assegno ordinario d’invalidità, o di una pensione di reversibilità, non dichiara all’Inps i redditi derivanti da un’attività lavorativa svolta all’estero, l’interessato continua a percepire il trattamento per intero, nonostante debba essere applicata la riduzione percentuale in base ai redditi.

In simili ipotesi, si applica la prescrizione, quindi il pensionato dopo 10 anni può “farla franca”? La risposta è negativa: considerando che l’Inps, in situazioni analoghe, non ha la possibilità di venire a conoscenza delle circostanze per le quali il trattamento di pensione deve essere ridotto, la prescrizione decennale resta sospesa. Ma fino a quando? La sospensione opera sinché l’istituto non è posto in condizione di conoscere la reale situazione previdenziale dell’assicurato e i redditi percepiti.

Quando si applica la sanatoria degli indebiti Inps?

Nel caso in cui il pensionato abbia percepito degli indebiti, ma abbia agito in assenza di dolo, la legge consente la sanatoria degli indebiti maturati entro il 31 dicembre 1995, o entro il 31 dicembre 2000. Un’importante norma del 1996 [1], infatti, dispone che non si proceda al recupero delle quote di trattamento non dovute se l’interessato, in assenza di dolo, nel 1996 abbia percepito un reddito personale imponibile Irpef (escludendo la casa di abitazione, i trattamenti di fine rapporto e le relative anticipazioni, nonché le competenze arretrate soggette a tassazione separata) sino a 8.263,31 euro. Se il reddito risulta superiore, il recupero è limitato al 75% della somma complessiva.

Una legge del 2001 [2] ha previsto un’ulteriore sanatoria anche relativamente ai ratei maturati tra il 1° gennaio 1996 ed il 31 dicembre 2000, alle stesse condizioni, escludendo però i pensionati delle gestioni pubbliche (ex-Inpdap). Anche in questo caso, nessun beneficio è previsto in caso di dolo del pensionato.

Nel caso in cui, poi, il pensionato abbia comunicato tempestivamente all’Inps i dati che incidono sulla misura del trattamento previdenziale, non si forma alcun indebito. In assenza di rettifica o correzione da parte dell’istituto, le somme corrisposte in eccedenza successivamente alla comunicazione del pensionato non possono più essere richieste indietro.

Le regole cambiano, però, per quanto riguarda le prestazioni di assistenza, come l’assegno sociale: il pensionato è tenuto a rifondere sia il trattamento indebito che gli interessi legali maturati nel periodo, a seconda della sua buona o mala fede, senza possibilità di alcuna sanatoria. Per i trattamenti assistenziali, l’unica eccezione riguarda le prestazioni di invalidità civile, alle quali si applica una differente sanatoria [3]. Questa sanatoria prevede che non debbano essere restituite le somme relative alle pensioni di invalidità civile, risultate non dovute a causa della mancanza dei requisiti reddituali, se corrisposte prima del 2 ottobre 2003.

note

[1] Art.1, co. 260-265, L. 662/1996.

[2] Art. 38. co.7 L. 448/2001.

[3] Art.42, co.5, DL 269/2003.

Autore immagine: 123rf.com


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