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Sputare a terra vicino a un poliziotto è reato?

27 Novembre 2019
Sputare a terra vicino a un poliziotto è reato?

È oltraggio a pubblico ufficiale la sputata in prossimità di un carabiniere o di altra forza dell’ordine senza però prenderlo?

Durante la partita allo stadio, hai avuto una discussione con un agente della polizia. Questi ti ha intimato di desistere da alcuni comportamenti provocatori nei confronti dei tifosi avversari che avrebbero potuto scatenare una rissa. Nulla di così grave, invece, a tuo avviso, da giustificare un richiamo tanto severo. Ma sapendo che, in ogni caso, il pubblico ufficiale avrebbe avuto la meglio, hai preferito ingoiare il rospo. Il tuo istinto, però, ti ha spinto a un gesto che potesse esprimere tutto il disprezzo per quel comando. Non potendo mandare a quel paese l’agente – temendo di dover altrimenti rispondere di oltraggio a pubblico ufficiale – hai pensato bene di sputare a terra, vicino ai suoi scarponi, quasi ad umiliarlo. Questo gesto tacito, però, è stato da lui interpretato come un’offesa altrettanto grave. Così ha voluto i tuoi documenti e ti ha preannunciato l’avvio di un procedimento penale. Cosa rischi? Sputare a terra vicino a un poliziotto è reato? 

La questione – che si pone ovviamente per qualsiasi altro pubblico ufficiale come carabinieri, militari, medici, insegnanti, presidi di scuola, ufficiali giudiziari, messi comunali, controllori del treno, ecc. – è stata decisa da una recente sentenza della Cassazione [1]. Ecco quali sono stati i chiarimenti nel caso di specie.

La difficile identificazione dell’oltraggio a pubblico ufficiale

Non è più facile, come un tempo, cadere nel reato di oltraggio a pubblico ufficiale. Ad oggi, infatti, l’illecito penale scatta solo se concorrono tutti i seguenti presupposti:

  • l’offesa deve compiersi mentre l’ufficiale sta svolgendo le proprie funzioni; non è quindi possibile, offendendo un carabiniere in borghese durante il suo riposo, rispondere di oltraggio a pubblico ufficiale (si potrebbe tutt’al più verificare il diverso illecito di ingiuria che, peraltro, dal 2016 non è più reato);
  • l’offesa deve essere effettuata proprio a causa dello svolgimento delle mansioni da parte del pubblico ufficiale. Non si può, quindi, essere incriminati se si offende un carabiniere perché ti calpesta inavvertitamente un piede;
  • l’offesa deve essere proferita in pubblico o in un luogo aperto al pubblico. Non si risponde del reato di oltraggio a pubblico ufficiale se l’offesa è riferita in un luogo privato, ad esempio all’interno della propria abitazione o del condominio; 
  • l’offesa deve essere potenzialmente percepibile da almeno altre due persone diverse dal pubblico ufficiale.

Naturalmente, si deve trattare sempre di una frase offensiva. La critica è, invece, ammessa. Dire «Lei sta sbagliando» oppure «non ricorda affatto cosa dice la legge» non può essere considerata un’offesa. Ma dire «Tu sei ubriaco» oppure «Sei pazzo» è certamente offensivo. Anche le parole volgari ormai entrate nel linguaggio comune («Sei un deficiente») non sono ammesse. 

Come le parole, anche i gesti che esprimono disprezzo, pur se non accompagnati da frasi, possono rientrare nell’orbita del reato di oltraggio a pubblico ufficiale. Tipico esempio è il dito medio alzato o la “bracciata”.

Da quanto appena detto, potrai già intuire che è tutt’altro che scontato rientrare nel reato di oltraggio a pubblico ufficiale. Ciò, però, non toglie che la condotta non possa essere inquadrata in altre fattispecie come, ad esempio, la minaccia, la diffamazione o, per quanto si tratti di illecito civile, l’ingiuria. 

Sputare a terra è oltraggio a pubblico ufficiale?

Occupiamoci ora dello sputo. Certo, se è rivolto alla divisa o, peggio, alla del poliziotto o del carabinieri non c’è neanche da chiedersi se il gesto rientri o meno nell’oltraggio. Invece, alla Corte è stato chiesto cosa succede se la saliva è indirizzata verso terra, in prossimità dell’agente di polizia o del carabiniere. 

Per i giudici non ci sono dubbi: anche questo gesto triviale può far scattare una condanna per oltraggio a pubblico ufficiale.

La vicenda

All’uscita da uno stadio in Umbria, un tifoso è stato denunciato per aver offeso in luogo pubblico l’onore e il prestigio di un vicebrigadiere, sputando in direzione del militare e rivolgendogli l’espressione «Tu sei ubriaco» dopo che il militare «l’aveva invitato a cessare qualsivoglia provocazione».

Sulla stessa linea si assesta anche la Cassazione, confermando la condanna – con relativa pena fissata in quattro mesi di reclusione – così come stabilita in Appello.

Impossibile ridimensionare la gravità del comportamento tenuto dal tifoso. Evidente, difatti, per i Giudici, «la natura offensiva del complessivo contegno» tenuto dall’uomo mentre il carabiniere «era intento al compimento di un atto d’ufficio, cioè lo svolgimento del servizio d’ordine pubblico in occasione di una manifestazione sportiva».

Decisivo, infine, il dato relativo all’uscita del tifoso sotto processo e di altri spettatori dallo stadio: «una volta accertata la presenza di più soggetti, risulta consequenziale la possibilità di percezione dell’offesa» da parte di terze persone.

note

[1] Cass. sent. n. 47879/19 del 25.11.2019.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 25 settembre – 25 novembre 2019, n. 47879

Presidente Diotallevi – Relatore Bassi

Ritenuto in fatto

1. Con il provvedimento in epigrafe, la Corte d’appello di Perugia in parziale riforma della sentenza emessa dal Tribunale di Perugia in data 26 gennaio 2016, ha ridotto a mesi quattro di reclusione la pena inflitta in primo grado per il reato di cui all’art. 341-bis cod. pen. ed ha confermato nel resto la decisione, con la quale l’imputato è stato condannato, perché offendeva in luogo pubblico l’onore ed il prestigio del Vice Brig. Ti. Gi. nell’esercizio delle sue funzioni (in particolare, all’uscita dallo stadio dopo una partita di calcio, Ra. sputava in terra in direzione del militare e, dopo che questi l’aveva invitato a cessare qualsivoglia provocazione, proferiva al suo indirizzo l’espressione “ma tu sei ubriaco, tu sei ubriaco”).

1.1. A sostegno della decisione, la Corte distrettuale ha rilevato come la responsabilità penale del prevenuto risulti provata alla luce delle testimonianze dei Vice Brig. So. e Ri., colleghi della persona offesa presenti all’accaduto, in assenza di riscontri idonei a corroborare la ricostruzione alternativa proposta dall’imputato. Il Giudice del gravame ha aggiunto che risultano indimostrati i pregressi episodi di acredine tra l’imputato e la persona offesa ventilati dalla difesa e che non sono emersi elementi per far ritenere l’espressione del Ra. giustificata alla luce di una provocazione posta in essere da parte del Vice Brig. Ti., risultando, pertanto, inapplicabile la causa di non punibilità di cui all’art. 393 bis cod. pen.

Tanto premesso, la Corte d’appello ha ritenuto fondato il motivo in punto di trattamento sanzionatorio e, rilevata l’eccessiva gravità della pena inflitta in primo grado, l’ha ridotta nei termini sopra indicati.

2. Nel ricorso a firma del difensore di fiducia, No. Ra. chiede l’annullamento del provvedimento per i motivi di seguito sintetizzati ai sensi dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen.

2.1. Inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione agli artt. 521 e 129, comma 2, cod. proc. pen. e 133 cod. pen.

A sostegno del motivo, il ricorrente evidenzia, da un lato, come la contestazione di oltraggio a pubblico ufficiale di cui al decreto che dispone il giudizio concerna esclusivamente l’utilizzo dell’espressione “ma tu sei ubriaco, tu sei ubriaco” e non anche il mero antefatto penalmente irrilevante dello sputare, di tal che l’estensione del giudizio di penale responsabilità anche in relazione a tale condotta sostanzia una chiara violazione del principio di necessaria correlazione fra contestazione e sentenza, dunque del diritto di difesa e del principio dell’equo processo. Dall’altro lato, la difesa rimarca come non vi sia comunque prova dell’episodio dello sputo.

2.2. Inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione agli artt. 341-bis cod. pen. e 3 Cost. nonché mancanza o insufficienza della motivazione.

Al riguardo, il ricorrente evidenzia, da una parte, come la Corte d’appello abbia erroneamente stimato irrilevanti i precedenti contrasti tra la persona offesa e l’imputato, in quanto tali da inquadrare l’espressione utilizzata dal Ri. come lesiva, non del prestigio e della funzione esercitata, ma -eventualmente – soltanto dell’onore della singola persona offesa; dall’altra parte, come l’espressione ritenuta oltraggiosa non sia a ben vedere idonea ad offendere i beni giuridici tutelati dalla norma, alla luce dell’evoluzione del costume e ai conseguenti orientamenti giurisprudenziali. Infine, rimarca come manchi l’elemento del compimento di un atto di ufficio.

2.3. Inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione all’art. 341-bis cod. pen. e vizio di motivazione, per avere la Corte di merito omesso di considerare che la condotta contestata non veniva percepita da soggetti estranei alle forze dell’ordine, non potendosi evincere la prova della percezione dalla mera circostanza che il fatto avvenisse in uno stadio alla fine di una partita.

2.4. Inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione all’art. 393-bis cod. pen. e vizio di motivazione, per avere i giudici della cognizione erroneamente escluso gli estremi dell’atto arbitrario ex art. 393-bis cod. pen.

2.5. Inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione all’art. 133 cod. pen., per avere la Corte distrettuale, per un verso, omesso di ponderare l’effettiva gravità dei fatti, alla luce delle circostanze del caso concreto e della personalità dell’imputato; per altro verso, applicato una pena superiore al minimo edittale senza esplicitarne le ragioni.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile per le ragioni di seguito esposte.

2. All’evidenza destituito di fondamento è il primo motivo con cui il ricorrente denuncia la violazione del principio di necessaria correlazione fra contestazione e sentenza con riguardo alla condotta dello sputare all’indirizzo del pubblico ufficiale, che precedeva la frase offensiva “ma tu sei ubriaco, tu sei ubriaco”.

2.1. Mette conto di rammentare preliminarmente come la violazione del principio invocato dalla difesa ricorre allorquando il giudice pronunci condanna in relazione ad una fattispecie concreta, nella sua dimensione storico-fattuale, diversa da quella descritta nel decreto che dispone il giudizio ovvero risultante all’esito delle contestazioni suppletive. Secondo l’insegnamento di questa Suprema Corte, espresso anche a Sezioni Unite, per aversi mutamento del fatto occorre infatti una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l’ipotesi astratta prevista dalla legge, in modo che si configuri un’incertezza sull’oggetto dell’imputazione da cui scaturisca un reale pregiudizio dei diritti della difesa; ne consegue che l’indagine volta ad accertare la violazione del principio suddetto non va esaurita nel pedissequo e mero confronto puramente letterale fra contestazione e sentenza perché, vertendosi in materia di garanzie e di difesa, la violazione è del tutto insussistente quando l’imputato, attraverso l’iter del processo, sia venuto a trovarsi nella condizione concreta di difendersi in ordine all’oggetto dell’imputazione (Sez. U, n. 36551 del 15/07/2010, Carelli, Rv. 248051).

2.2. Sulla scorta delle sopra delineate coordinate ermeneutiche, nessuna violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza è ravvisabile nel caso in oggetto. Ed invero, dalla lettura dell’imputazione, emerge per tabulas la contestazione in fatto dell’indicata condotta – quale antefatto della frase offensiva e segmento integrante il complessivo comportamento oltraggioso in danno del militare -, di tal che non è revocabile in dubbio che Ra. abbia potuto svolgere appieno le proprie difese anche in relazione ad essa.

3. Al pari inammissibile è il secondo rilievo mosso con il primo motivo, in quanto, per un verso, risulta meramente reiterativo di una doglianza già dedotta in appello senza alcun confronto con la compiuta e lineare motivazione svolta dai Giudici della cognizione, con ciò omettendo di assolvere la tipica funzione di una critica argomentata avverso la sentenza oggetto di ricorso (Sez. 6, n. 20377 del 11/03/2009, Arnone e altri, Rv. 243838); per altro verso, è teso a sollecitare una rilettura delle emergenze processuali, non consentita in questa Sede (ex plurimis Sez. U, n. 47289 del 24/09/2003, Petrella, Rv. 226074).

3.1. Ad ogni modo, la Corte territoriale ha bene argomentato le ragioni per le quali abbia ritenuto comprovata la materialità del sopra delineato antefatto, con considerazioni aderenti alle emergenze dell’incartamento processuale (dichiarazioni rese dai testi presenti all’accaduto), lineari e conformi a logica e, pertanto, incensurabili in questa Sede (v. pagine 3 e seguenti della sentenza impugnata).

4. Analoghe considerazioni valgono con riguardo al secondo motivo, con cui il ricorrente contesta l’integrazione della fattispecie evidenziando, da un lato, l’assenza di offensività nella frase profferita all’indirizzo della persona offesa – in quanto, a suo avviso, inidonea ad offendere i beni giuridici tutelati dalla norma, alla luce dell’evoluzione del costume e ai conseguenti orientamenti giurisprudenziali -; dall’altro lato, la riconducibilità della vicenda a pregresse ruggini fra l’imputato e la persona offesa, mancando ad ogni modo il requisito del compimento di un atto di ufficio.

4.1. Oltre a tradursi in un’acritica riproposizione delle medesime doglianze già sottoposte al vaglio del Giudice del gravame – con conseguente loro aspecificità -, il motivo risulta all’evidenza destituito di fondamento, là dove la Corte territoriale, per un verso, ha escluso che sia provata in fatto la ventilata acredine tra le parti; per altro verso, ha convincentemente argomentato la natura offensiva del complessivo contegno del prevenuto nel mentre il Carabiniere era intento al compimento di un atto d’ufficio, id est lo svolgimento del servizio d’ordine pubblico in occasione di una manifestazione sportiva (v. pagina 3 della sentenza impugnata).

5. Palesemente destituita di fondamento è la terza doglianza con cui la difesa contesta che l’offesa possa essere stata percepita da soggetti estranei alle forze dell’ordine.

5.1. Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte regolatrice, ai fini della configurabilità del reato di oltraggio previsto dall’art. 341-bis cod. pen. è necessario che l’azione si svolga in presenza di almeno due persone (Sez. 6, n. 16527 del 30/01/2017, Ciotti, Rv. 270581), tale essendo il requisito numerico minimo perché possano ravvisarsi “più persone”.

Una volta che sia provata la presenza di più persone, ai fini della configurabilità del reato di oltraggio di cui all’art. 341-bis cod. pen. è però sufficiente la mera possibilità della percezione dell’offesa da parte dei presenti. (Sez. 6, n. 29406 del 06/06/2018, Ramondo, Rv. 273466), atteso che già questa potenzialità costituisce un aggravio psicologico che può compromettere la sua prestazione, disturbandolo mentre compie un atto del suo ufficio, facendogli avvertire condizioni avverse, per lui e per la pubblica amministrazione di cui fa parte, e ulteriori rispetto a quelle ordinarie (Sez. 6, n. 15440 del 17/03/2016, Saad, Rv. 266546; Sez. 6, n. 19010 del 28/03/2017, Trombetta, Rv. 269828).

5.2. Delle sopra delineate coordinate ermeneutiche ha fatto buon governo la Corte distrettuale nel dare risposta all’omologa deduzione mossa dal Ra. in appello, nella parte in cui ha correttamente rilevato come – secondo la pacifica ricostruzione storico-fattuale (compiuta sulla base delle convergenti dichiarazioni rese dai testi oculari acquisiti al processo) – la vicenda sub iudice si svolgesse nel momento in cui l’imputato ed altri spettatori iniziavano a defluire dallo stadio, di guisa che, sulla scorta della regula iuris suddetta, una volta accertata la presenza di più persone, risultava consequenziale la possibilità di percezione dell’offesa da parte dei presenti (v. pagine 3 e 4 della sentenza impugnata).

6. Quanto al quarto motivo, inappuntabile è il passaggio argomentativo col quale la Corte distrettuale ha stimato insussistenti i presupposti per l’invocata causa di non punibilità ex art. 393-bis cod. pen., motivatamente escludendo la materialità della prospettata provocazione (richiamato sul punto quanto già osservato sub paragrafo 4.1).

Ciò a tacer del fatto che siffatta causa di giustificazione presuppone necessariamente un’attività ingiustamente persecutoria del pubblico ufficiale, il cui comportamento fuoriesca del tutto dalle ordinarie modalità di esplicazione dell’azione di controllo e prevenzione demandatagli nei confronti del privato destinatario (Sez. 6, n. 16101 del 18/03/2016, Bonomi e altro, Rv. 266535), che neanche il ricorrente delinea essersi realizzata nella specie.

7. E’ inammissibile anche l’ultimo motivo di ricorso concernente il trattamento sanzionatorio.

7.1. Va invero rammentato al riguardo che, come più volte affermato da questa Corte, la determinazione della pena entro il minimo e il massimo edittale rientra tra i poteri discrezionali del giudice di merito ed è pertanto insindacabile nella sede di legittimità allorché non sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico e sia sorretta da sufficiente motivazione (Sez. 5, n. 5582 del 30/09/2013, Ferrano Rv. 259142). Arbitrio ed irragionevolezza che non sono certamente ravvisabili nel discorso giustificativo svolto dal Giudice a quo a fondamento della pena inflitta in sentenza, là dove la Corte d’appello ha espressamente indicato le ragioni per le quali la pena-base non potesse coincidere col minimo edittale a causa dei precedenti penali del reo, procedendo nondimeno alla riduzione del trattamento sanzionatorio applicato dal primo Giudice alla luce delle modalità del fatto e delle circostanze del caso concreto (v. pagina 5 della sentenza impugnata).

8. Dalla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente, oltre che al pagamento delle spese del procedimento, anche a versare una somma, che si ritiene congruo determinare in duemila Euro.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della cassa delle ammende.

 


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