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Applauso ironico al pubblico ufficiale: è oltraggio?

29 Novembre 2019
Applauso ironico al pubblico ufficiale: è oltraggio?

L’oltraggio a un poliziotto, un magistrato, un carabiniere può essere identificato anche in gesti dal contenuto offensivo: l’insulto non richiede specifiche parole se così è socialmente avvertito.

Dopo una brevissima sosta al tabacchino, sei tornato alla tua auto lasciata in divieto di sosta. A sorpresa trovi una bella contravvenzione sul parabrezza e il vigile, poco distante da lì, intento a parlare con un amico. Ti accorgi delle numerose auto parcheggiate in seconda fila proprio dietro la tua. Nessuna di questa, però, è stata multata. Così ti avvicini al poliziotto e gli chiedi spiegazioni. Lui, con aria di sufficienza, ti licenzia opponendo la violazione al Codice che hai indiscutibilmente commesso. Non ci stai al fatto che abbia voluto accanirsi proprio contro di te e, dinanzi alla sua indifferenza, gli fai un applauso ironico: «Bravo, bravo!» gli dici, per non offenderlo esplicitamente e non passare un brutto guaio. 

Ciò nonostante, lui prende il tuo gesto come un atto di forte critica e ti intima di esibirgli la patente e la carta d’identità. Lo vedi prendere nota delle tue generalità. Intimorito, ti chiedi cosa possa farti: se cioè potrebbe denunciarti per un gesto apparentemente privo di alcun contenuto diffamatorio. Insomma, vorresti sapere se l’applauso ironico al pubblico ufficiale è oltraggio. 

La questione è stata affrontata dalla Cassazione in una recente sentenza [1]. Vediamo qual è stata la soluzione offerta, in tale occasione, dai giudici supremi.

L’oltraggio a pubblico ufficiale anche coi gesti

Come già avevamo spiegato nell’articolo di pochi giorni fa dal titolo Sputare a terra vicino a un poliziotto è reato, l’oltraggio a pubblico ufficiale può essere integrato tanto da una frase offensiva quanto anche da un semplice gesto “muto”. Tale gesto deve avere un contenuto di disprezzo, così come socialmente inteso nel contesto culturale in cui viene espresso. L’esempio più classico è quello del dito medio alzato in direzione della vittima o dell’indice e del mignolo della mano in segno di “corna”.

Detto ciò, però, il reato scatta solo in presenza di almeno due persone oltre al reo e al pubblico ufficiale. Il luogo ove si consuma l’azione deve essere pubblico o aperto al pubblico. Infine, è necessario che, mentre viene effettuato l’oltraggio, il pubblico ufficiale sia intento a svolgere le proprie funzioni e proprio a causa di queste venga offeso dal cittadino. Solo se ricorrono tutti tali elementi è possibile parlare del reato in questione. Diversamente, potrà eventualmente valutarsi l’ipotesi dell’ingiuria (che, come noto, non è più reato, ma un semplice illecito civile sanzionato solo con il risarcimento del danno).

Applauso al poliziotto: è reato?

Detto ciò, bisogna interrogarsi sul valore che possono avere gesti ironici, dal “doppio senso”, come appunto un applauso al pubblico ufficiale.

Il caso deciso dalla Corte si riferisce a un uomo che, sotto processo, alla lettura del dispositivo che ne dichiarava la colpevolezza, rivolgeva un applauso ironico al pubblico ministero. 

L’applauso ironico in aula all’indirizzo del pubblico ministero vale una condanna per “oltraggio”. A maggior ragione, poi, quando ad accompagnare quel gesto c’è anche una frase – «Adesso è contento?» – che non può essere catalogata come mero sfogo. Evidente, per i giudici, l’offesa realizzata in aula.

Critica oppure oltraggio a pubblico ufficiale?

La Cassazione ricorda che «rientrano nell’ambito del legittimo esercizio del diritto di critica le espressioni o gli apprezzamenti che investono la legittimità o l’opportunità del provvedimento» giudiziario, non invece «quelli rivolti alla persona del magistrato». Ciò perché il Codice penale prevede «la tutela dello Stato nell’esercizio della funzione giudiziaria» e quindi non può essere lesa «con espressioni di scherno», come in questo caso, «o di minaccia» la persona che in un determinato momento «esercita la funzione di magistrato».

Applicando questi principi alla vicenda in esame, è evidente per i giudici della Cassazione che all’indirizzo della persona del pubblico ministero «il dissenso è stato espresso con modalità offensive, e non realizzando, invece, un mero sfogo difensivo rivolto a disapprovare» semplicemente «l’attività del pubblico ministero».

L’applauso ironico rivolto al pubblico ministero è, quindi, da ritenersi «un’espressione di natura oltraggiosa per le modalità irriguardose e perentorie con cui è stata proferita», affiancata da «un contegno irrispettoso», testimoniato dalla «eloquente gestualità dell’ironico applauso» in udienza.

In sostanza, per i giudici della Cassazione, si tratta di «un insulto secco».

note

[1] Cass. sent. n. 48555/2019 del 28.11.2019

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 14 marzo – 28 novembre 2019, n. 48555

Presidente Fidelbo – Relatore Agliastro

Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Caltanissetta, con sentenza in data 14/12/2017, confermava la pronuncia emessa dal Tribunale monocratico di Caltanissetta in data 16/9/2015 nei confronti di Ci. Vi. imputato del reato di cui all’art. 343 cod. pen., poiché aveva offeso l’onore ed il prestigio del rappresentante della Pubblica Accusa di udienza, nell’ambito di un procedimento che lo vedeva coautore di gravi reati.

In data 23/11/2013, al termine di una udienza penale svolta dinanzi la Quarta Sezione dei Tribunale di Palermo per il delitto di tentato omicidio in danno di due cittadini extracomunitari per il quale veniva emessa pronuncia di condanna alla pena di anni 19 di reclusione a carico di Ci. Vi., si verificava un episodio di insulti e intolleranza nei confronti del P.M. di udienza, per il quale, per la rilevanza penale, si è proceduto a carico del predetto Ci..

Si era verificato, infatti, che alla lettura del dispositivo, i parenti iniziavano ad urlare ed inveire; il Ci., in particolare, rivolgeva espressioni ironiche nei confronti del Pubblico Ministero e, con la sua condotta intemperante, esorbitava i limiti del legittimo dissenso, ponendo in essere modalità offensive del ruolo e del prestigio della funzione esercitata dalla persona offesa (“desso è contento Pubblico Ministero?”, accompagnato da un applauso).

2. Ricorre per cassazione Ci. Vi. per il tramite del proprio difensore di fiducia deducendo erronea applicazione dell’art. 343 cod. pen. in relazione all’art. 606 comma 1 lett. b) cod. proc. pen.

Si ritiene che l’imputato avesse voluto manifestare il proprio dissenso circa la prospettazione accusatoria che aveva consentito all’Accusa di vedere affermata la responsabilità penale dell’imputato.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.

2. E’ stato affermato che ai fini della configurabilità del delitto di oltraggio ad un magistrato in udienza, rientrano nell’ambito del legittimo esercizio del diritto di critica le espressioni o gli apprezzamenti che investono la legittimità o l’opportunità del provvedimento in sé considerato, non invece quelli rivolti alla persona del magistrato. (Sez. 6, n. 20085 del 26/04/2011, Prencipe, Rv. 250070). Tale orientamento è stato citato anche dalla difesa dell’imputato, tuttavia non se ne è tratta la corretta conseguenza in ordine alla fattispecie concreta.

La giurisprudenza della Suprema Corte ha sottolineato che l’esercizio del diritto di critica presuppone che le espressioni debbano essere contenute in termini corretti e misurati e non assumano toni lesivi della onorabilità del destinatario (Sez. 6, n. 14201 del 06/02/2009, Dodaro, Rv. 243832-01).

La ratio dell’art. 343 cod. pen. è la tutela dello Stato nell’esercizio della funzione giudiziaria ed il reato sussiste quando tale interesse viene leso con espressioni di scherno o di minaccia nei confronti di chi in quel momento esercita la funzione di magistrato (Sez. 6, n. 37383 del 22/05/2003, Crimi, Rv. 226540).

3. La Corte di appello, nel confermare la sentenza impugnata, ha escluso la ricorrenza della scriminante del libero esercizio del diritto di critica nei confronti del magistrato requirente in occasione della lettura del dispositivo della sentenza che aveva condannato il ricorrente, poiché il dissenso era stato espresso con modalità offensive e non invece realizzando un “mero sfogo difensivo” rivolto a disapprovare l’attività del Pubblico Ministero.

L’applicabilità della scriminante di cui all’art. 598, comma primo, cod. pen., presuppone che le espressioni offensive concernano, in modo diretto ed immediato, l’oggetto della controversia e non siano adoperate contro la persona che rappresenta l’autorità giudiziaria (Sez. 6, n. 33262 del 03/06/2016, Mongelli, Rv. 267706-01).

4. Nel caso di specie, l’espressione indirizzata al P.M. ha assunto una evidente e obbiettiva natura oltraggiosa per le modalità irriguardose e perentorie con cui è stata proferita, proprio alla stregua del contegno irrispettoso dell’imputato, accompagnato da eloquente gestualità dell’ironico applauso.

Esula dai limiti del legittimo diritto di critica, come sopra delineata, la condotta posta in essere dal Ci. che si è estrinsecata in un insulto secco, proferito fuori da atti procedurali di pertinenza dell’imputato e senza collegamenti a specifiche e concrete argomentazioni difensive.

5. Il ricorso deve essere, pertanto, rigettato.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 


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