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Separazione: indagine sul conto corrente

1 Dicembre 2019
Separazione: indagine sul conto corrente

Chi divorzia può chiedere all’Agenzia delle Entrate le operazioni e le movimentazioni bancarie dell’ex senza bisogno di chiedere prima l’ordine del giudice nel corso del processo.

Ti sei mai chiesto chi potrebbe entrare nel tuo conto corrente e spiarne le movimentazioni? A parte ovviamente l’Agenzia delle Entrate, questo potere spetta al giudice: ogni magistrato, infatti, nell’ambito di una causa che ti veda interessato, può ordinare alla banca l’esibizione dei tuoi estratti conto. Ma non solo.

Di recente, la giurisprudenza ha elaborato un nuovo principio secondo il quale chiunque può conoscere i rapporti bancari intestati all’ex coniuge se ciò serve, ai fini difensivi, nell’ambito del giudizio di separazione o di divorzio. In buona sostanza, poiché è proprio dai movimenti sul conto che può dipendere l’ammontare del mantenimento, la privacy in questi casi si va a fare benedire. 

A legittimare, in caso di separazione, l’indagine sul conto corrente è più di una sentenza. Ne abbiamo dato più volte conto in queste stesse pagine [1]. L’ultima pronuncia è stata emessa dal Tar Marche [2]. Vediamo un po’ in cosa consiste questo potere, quando e come può essere esercitato, a quali condizioni e limiti.

Causa di separazione/divorzio e onere della prova

Nell’ambito di una causa di separazione o di divorzio, spetta a chi chiede l’assegno di mantenimento (di norma, la moglie) dimostrare le possibilità economiche dell’ex che gli consentono di farvi fronte. Allo stesso modo, compete a quest’ultimo (di solito, il marito) provare che l’altro ha, invece, un reddito che gli permette di vivere decorosamente. È ciò che in termini tecnici si chiama «onere della prova processuale» e che vale per qualsiasi tipo di processo civile: chi esige la tutela di un proprio diritto deve anche dimostrare i fatti che ne sono a fondamento. 

Se l’interessato non ottempera a tale onere non può pretendere di essere difeso dal giudice poiché non spetta a quest’ultimo sostituirsi alla parte nella ricerca delle prove. Solo di rado – succede, ad esempio, nel processo del lavoro o in quello penale – il giudice ha il potere di ricercare d’ufficio le prove. 

Detto ciò, si comprende come la fase istruttoria – quella cioè dell’esibizione delle prove al magistrato – sia il cuore di ogni processo: è qui che si decide chi vincerà e chi perderà la causa. 

Il problema degli estratti conto bancari nelle cause di separazione e divorzio

Non sempre, però, le prove sono nella disponibilità delle parti. Ad esempio, non è facile stabilire se l’ex marito dispone di redditi in nero, frutto di evasione fiscale o se ha un patrimonio finanziario sparpagliato in più banche o società. Se, però, nel primo caso c’è sempre la possibilità di chiedere al giudice gli accertamenti tributari tramite il tribunale (verifiche cioè ad opera della Guardia di Finanza per controllare l’esistenza di reddito sottratto al fisco), nel secondo caso potrebbe porsi un problema di privacy. Non poche volte, infatti, gli istituti di credito hanno negato l’accesso alle carte riservate di un proprio cliente solo perché ne abbia fatto domanda l’avvocato della controparte in giudizio. 

Qui, lo “scacco al re”: se la banca non collabora, non potrai avere le prove per far valere il tuo diritto e poiché il giudice non può farlo al posto tuo perderesti la causa. 

Per fortuna, il nuovo corso della giurisprudenza ha sanato questo problema. Ecco come.

Diritto di accesso al conto corrente dell’ex coniuge

Più di un tribunale ha ritenuto che, in corso o prima della causa di separazione o divorzio, si può chiedere all’Agenzia delle Entrate la dichiarazione dei redditi del coniuge. Quest’obbligo di trasparenza, però, non finisce qua. Secondo la pronuncia in commento, è diritto conoscere dal fisco i rapporti che l’altra parte intrattiene con banche e finanziarie senza che sia il giudice ordinario a dover ordinare l’ostensione dei documenti custoditi dall’Anagrafe tributaria. A prevederlo è la legge sulla trasparenza amministrativa, la numero 241 del 1990. 

L’amministrazione finanziaria ha trenta giorni per mostrare alla richiedente i rapporti che l’ex coniuge ha intrattenuto negli ultimi dieci anni con intermediari finanziari in qualità di delegante o delegato: banche e Poste. E ciò perché il richiedente, che si sta separando o sta per divorziare, ha un interesse giuridico concreto e attuale da tutelare. L’istanza, d’altronde, è compatibile con la legge [3] che impone a istituti di credito, società di gestione del risparmio, fondi pensione e aziende analoghe di comunicare all’Anagrafe tributaria le operazioni compiute dai contribuenti al di fuori da rapporti continuativi. Insomma: le Entrate devono consentire l’accesso a tutti i documenti che si trovano con semplici interrogazioni nelle sue banche dati.  

note

[1] Cfr. Tar Lombardia, sent. n. 2024/2018 e Tar Campania, sent. n. 5763/2018.

[2] Tar Marche, sent. n. 658/19.

[3] Art. 7, comma sesto, del dpr 605/73.


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