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Miscellanea Scegliere l’avvocato: meglio un avvocato puro o il professore universitario?

Miscellanea Pubblicato il 26 luglio 2013

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> Miscellanea Pubblicato il 26 luglio 2013

La nomina dell’avvocato da parte del cliente: un avvocato accademico o uno semplice?

La nomina del proprio avvocato di fiducia è una scelta estremamente delicata per il cliente: sono tante le offerte sul mercato e le questioni da valutare; una di queste è se sia meglio un avvocato “di studio” o un “accademico” proveniente dalle nostre benemerite università.

Sul tema, ci è capitato tra le mani il libello di un collega firmatosi con uno pseudonimo: Giulio Imbarcati (“Gli avvocati: dovrebbero arrestarli da piccoli!”, Ed. Robin, 2010).

Ci piace riportarne alcuni passaggi.

Oggi gli albi pullulano di cattedratici, che sulla carta da lettera e sugli atti giudiziari antepongono (legittimamente) il loro titolo a quello di avvocato.

“E, naturalmente, poiché gli specchietti per le allodole non li hanno inventati per niente, attraggono (anche in questo caso legittimamente) una buona parte di clientela appartenente alla fascia alta (i loro onorari, come detto, sono mediamente più elevati dell’usuale)”.

Secondo il parere dell’autore del testo, “a conoscere gli avvocati “accademici” si scopre spesso che essi sanno tutto e niente. I loro atti sono veri e propri concentrati di sapienza giuridica, eruditi trattati di dottrina che attaccano ogni aspetto del problema, lo analizzano, lo sezionano, lo scompongono, lo rivoltano, lo riconducono a unità.

E lo fanno così bene da renderlo incomprensibile”.

“Gli scritti in quesitone possiedono infatti un altissimo valore scientifico che potrebbe, a pieno titolo, trovare ingresso in un’aula universitaria, ma – prosegue Giulio Imbarcati – a stento potrebbero entrare in un’aula giudiziaria, con tutto il fardello del superfluo, del sovrabbondante, del suggestivo, dell’astratto”.

Imbarcati prosegue nella sua mordente satira. “Abituati, peraltro, a discettare su tutto il discettabile, a dire e contraddire sulle leggi, sulle tesi di un loro collega, sulle sentenze dei giudici, a inseguire più la teoria che la pratica, essi tengono in maggiore considerazione la dottrina che la giurisprudenza. E questo ai magistrati non sempre va giù”.

Il paragrafo che ci è piaciuto condividere con i nostri lettori termina con una constatazione che, più della satira, ha i connotati di una constatazione. “La reazione di un avvocato puro all’esame di un atto scritto dal suo avversario professore universitario è duplice: la prima lettura lo spaventa, la seconda lo tranquillizza”.


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