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Paga base: si puo diminuire?

3 Dicembre 2019
Paga base: si puo diminuire?

Il datore di lavoro può licenziare il dipendente che non accetta di firmare l’accordo per la riduzione dello stipendio? Si può parlare di licenziamento discriminatorio?

L’azienda è in crisi. Lo sanno anche in muri. Qualcuno paventava la chiusura. Ma non è andata così. Le entrate si sono riprese e avete continuato a lavorare. Tuttavia, il capo vi ha chiamato a rapporto per proporvi un nuovo accordo con riduzione dello stipendio. A suo avviso, si tratta di un passo necessario a scongiurare la riduzione dei posti di lavoro o, addirittura, lo stesso fallimento. Tutti i tuoi colleghi hanno subito accettato, seppur controvoglia: «O questo o niente», si mormorava nei corridoi con spirito rassegnato. Tu, invece, preferisci aspettare e prendere il tempo necessario per riflettere sulla proposta con maggiore ponderazione. Ti chiedi cosa rischieresti se decidessi di non firmare l’accordo di riduzione dello stipendio. Immaginiamo che l’azienda, il giorno dopo il tuo diniego, ti licenzi. Un comportamento del genere sarebbe legittimo? Insomma, si può diminuire la paga base?

La risposta arriva dalla Cassazione [1]. Ecco cosa hanno detto i giudici supremi in questa occasione.

Si può licenziare chi rifiuta l’accordo di riduzione dello stipendio?

Secondo la Corte non si può opporre, come conseguenza diretta e immediata del rifiuto all’accordo di riduzione dello stipendio, il licenziamento. La risoluzione del rapporto di lavoro, infatti, suonerebbe in tal caso più come una ripicca, un atto di ritorsione contro il dipendente riluttante alla diminuzione della paga, e non come la conseguenza della crisi aziendale.

In buona sostanza, tutte le volte in cui il datore di lavoro decide di effettuare un licenziamento per giustificato motivo oggettivo deve dimostrare che esso ha, come unica causa, la razionalizzazione del personale per ragioni organizzative e produttive. L’onere della prova è in capo all’azienda. Sicché, l’immediata consequenzialità temporale tra il rifiuto dell’accordo opposto dal lavoratore e il successivo licenziamento è una presunzione sufficiente per far ritenere che si tratti di un licenziamento ritorsivo, determinato non già dalla crisi, ma dalla scelta di non accettare la riduzione dello stipendio.

Il paradosso è che un dipendente potrebbe prima attendere che tutti i suoi colleghi firmino l’accordo, per poi non farlo e così avvantaggiarsi della ripresa dell’azienda senza subire falcidie salariali.

Cosa succede a chi non firma l’accordo di riduzione dello stipendio

La conseguenza della pronuncia è assai interessante. Secondo i giudici, non si può licenziare subito un dipendente non appena questi oppone il “no” secco al taglio dello stipendio. Il datore deve prima verificare le effettive condizioni economiche in cui versa l’azienda – che magari potrebbe riprendersi proprio perché gli altri lavoratori hanno, invece, accettato l’accordo – e solo allora fare la valutazione finale. Diversamente, il licenziamento è illegittimo e può essere impugnato nel termine di 60 giorni, come del resto tutti i licenziamenti.

Difatti, se dinanzi al giudice, a cui ha fatto ricorso il dipendente licenziato, l’azienda non riesce a dimostrare la necessità della risoluzione del rapporto per giustificato motivo soggettivo, scatta l’obbligo di reintegra sul posto. Reintegra che è la naturale conseguenza del licenziamento ritorsivo. 

Nel caso di specie, la vendetta del datore è stata ritenuta provata per presunzioni in quanto il recesso era scattato proprio il giorno dopo la mancata firma dell’accordo.  

Scatta la reintegra del lavoratore perché la soppressione del posto «per crisi» non è il vero motivo del recesso datoriale. È ritorsivo, il licenziamento: l’unico motivo per cui viene adottato è che il dipendente rifiuta di firmare l’accordo con cui viene ridotto il trattamento economico complessivo. 

Si può diminuire la paga base del dipendente?

Sulla possibilità per il datore di lavoro di ridurre la paga base del dipendente si discute spesso. Chiaramente, il problema si pone solo per le situazioni di comprovata crisi, posto che in condizioni di “salute” dell’azienda non si può derogare in peggio al contratto collettivo con i minimi salariali.

Il “demansionamento” è accettato solo quando vi è interesse alla conservazione del posto: in altre parole, l’alternativa certa e dimostrabile deve essere il licenziamento. Al demansionamento, però, non può seguire una riduzione della busta paga. E ciò per il principio secondo cui lo stipendio non può essere diminuito ed ogni accordo contrario è nullo. 

Tuttavia, si può modificare lo stipendio quando cambiano le mansioni attribuite al dipendente, facendo venire meno alcune indennità, come ad esempio quella di «cassa» per il maneggio del denaro.  

Si può, poi, modificare lo stipendio quando c’è una riduzione del carico lavorativo: si pensi alla trasformazione del rapporto di lavoro in part time. Ma, in questo caso, ci vuole l’accordo tra il datore di lavoro e il dipendente: il primo non può unilateralmente decidere di ridurre l’orario.

note

[1] Cass. ord. n. 31527/19 del 3.12.2019.


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