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Demansionamento nelle professioni sanitarie

20 Dicembre 2019
Demansionamento nelle professioni sanitarie

Anche nelle professioni sanitarie vige il divieto di adibire il lavoratore a mansioni inferiori.

Hai studiato Scienze infermieristiche per acquisire la qualifica di infermiere. Sei stato assunto in ospedale ma, nel concreto, ti viene chiesto di svolgere mansioni inferiori, per le quali non è nemmeno necessaria la tua qualifica che hai conquistato con anni di studio e di sacrificio. E’ legittimo questo comportamento? Come si può calcolare il danno alla professionalità che ti è stato provocato?

La giurisprudenza ha, di recente, chiarito in quali casi l’adibizione degli infermieri a mansioni inferiori costituisce un illegittimo demansionamento.

La legge, infatti, non vieta del tutto al datore di lavoro di modificare le mansioni previste nel contratto di assunzione ma fissa dei limiti ben precisi a questa facoltà proprio per evitare che la professionalità del lavoratore venga dispersa e che si crei un danno al suo bagaglio professionale. Ciò avviene, a maggior ragione, quando l’esercizio di determinate mansioni è subordinato al possesso di una qualifica professionale specifica, disciplinata dalla legge. Ma andiamo per ordine.

Cosa sono le mansioni?

Il contratto individuale di lavoro, tra gli altri elementi essenziali, deve contenere l’indicazione del ruolo che verrà ricoperto dal dipendente in azienda a seguito dell’assunzione. Questa indicazione viene fornita attraverso diversi elementi.

Innanzitutto, l’azienda deve decidere quale categoria legale assegnare al lavoratore. Le categorie legali previste dalla legge sono quelle di dirigente, quadro, impiegato ed operaio. La scelta della categoria legale non è casuale, ma dipende dal ruolo rivestito dal dipendente nell’organizzazione aziendale. E’ evidente che dirigenti e quadri rappresentano il management mentre impiegati ed operai sono il personale esecutivo.

Oltre alla categoria legale, il contratto deve indicare anche il livello di inquadramento contrattuale del lavoratore. Ogni contratto collettivo nazionale di lavoro, infatti, contiene una scala di classificazione del personale divisa su livelli.

Ad ogni livello di inquadramento appartengono determinate categorie di lavoratori sulla base della complessità e del grado di responsabilità delle mansioni esercitate.

Infine, il contratto deve indicare la qualifica e le mansioni del lavoratore. La qualifica, come ad esempio quella di infermiere, rappresenta il ruolo, la figura professionale rivestita. Le mansioni sono le attività concrete da svolgere nell’ambito di quella determinata qualifica.

Mansioni: possono essere variate?

La legge [1] prevede che il lavoratore debba essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti all’inquadramento superiore che abbia successivamente acquisito oppure a mansioni riconducibili allo stesso livello e categoria legale di inquadramento delle ultime effettivamente svolte. Esiste, dunque, un margine di manovra del datore di lavoro nel modificare le mansioni assegnate al lavoratore.

Tuttavia, al fine di evitare un danno alla professionalità del dipendente, la facoltà di modificare unilateralmente le mansioni (il cosiddetto ius variandi del datore di lavoro) può essere esercitata solo se le nuove mansioni sono comunque riconducibili allo stesso livello di inquadramento contrattuale del lavoratore. In realtà, esiste una deroga a questo principio generale. La legge prevede, infatti, che, in caso di modifica degli assetti organizzativi aziendali che incide sulla posizione del lavoratore, lo stesso può essere assegnato a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore purché rientranti nella medesima categoria legale.

Ciò significa che, se è in atto una riorganizzazione aziendale che incide direttamente sulla posizione del lavoratore e che rischia di far perdere il posto di lavoro al dipendente, l’azienda può adibire il lavoratore anche a mansioni inferiori. Ciò, tuttavia, può avvenire rispettando alcuni limiti.

Innanzitutto, le nuove mansioni devono appartenere al livello di inquadramento contrattuale immediatamente inferiore a quello contrattuale. Non è, dunque, possibile adibire il dipendente a qualsiasi mansione inferiore, ma solo a quelle che si trovano nel primo gradino più basso rispetto a quello previsto nel contratto.

Inoltre, anche se di fatto sta lavorando con mansioni inferiori, il lavoratore ha diritto a mantenere lo stesso stipendio e lo stesso livello di inquadramento “formale”. La legge prevede, infatti, che il lavoratore ha diritto alla conservazione del livello di inquadramento e del trattamento retributivo in godimento, fatta eccezione per gli elementi retributivi collegati a particolari modalità di svolgimento della precedente prestazione lavorativa.

Ad ulteriore garanzia del dipendente, è previsto che il lavoratore debba ricevere la comunicazione di modifica delle mansioni per iscritto, altrimenti il cambio di mansioni è nullo. Inoltre, se necessario, il cambiamento delle mansioni deve essere accompagnato dalla formazione del lavoratore.

Infermieri: quando scatta il demansionamento?

Come abbiamo visto, la legge non consente al datore di lavoro di demansionare il dipendente. Il datore di lavoro può, infatti, cambiare le mansioni del lavoratore, ma senza ledere la sua professionalità. Per questo, la modifica è consentita solo se le nuove mansioni sono di pari livello di inquadramento nel contratto collettivo nazionale di lavoro.

In alcuni casi, inoltre, le mansioni del lavoratore sono esercitate nell’ambito di una specifica qualifica professionale disciplinata dalla legge. E’ il caso dell’infermiere che, per poter esercitare tale qualifica, deve seguire un apposito corso di laurea ed ottenere una determinata abilitazione. Se, una volta assunto, l’infermiere viene adibito a mansioni inferiori, che possono essere svolte anche da personale privo della sua qualifica, è evidente che il suo bagaglio professionale viene svuotato.

Secondo il tribunale di Roma [2] l’infermiere che venga adibito prevalentemente allo svolgimento di mansioni non rientranti nel proprio inquadramento professionale, e che si ritrovi per lunghi periodi (nel caso esaminato, oltre dieci anni) a svolgere compiti propri del personale inferiore con inquadramento non infermieristico, con evidente nocumento alla propria immagine professionale, ha diritto ad essere risarcito.

Secondo il tribunale di Roma è ammissibile che l’infermiere possa compiere, in situazioni eccezionali e contingenti e limitate a determinati periodi, delle mansioni che rientrano tra i compiti propri dell’operatore sociosanitario o dell’infermiere generico (figure inquadrate ad un livello inferiore). Tuttavia, l’assegnazione di tali mansioni inferiori non può essere stabile. Se, invece, lo svolgimento di queste mansioni diventa strutturale, si configura il demansionamento dell’infermiere.

Il fatto esaminato dal tribunale di Roma

Il caso esaminato dal tribunale capitolino si riferisce ad un infermiere, assegnato a vari reparti, che ha agito in giudizio contro l’ospedale presso cui lavorava.

Alla base del ricorso, il lavoratore ha dedotto di aver dovuto svolgere, nonostante fosse stato assunto come infermiere ed inquadrato nel relativo livello, in maniera prevalente (ossia, almeno il 90% del suo turno di lavoro) attività di assistenza diretta dei pazienti.

In sostanza, anche se assunto per fare l’infermiere, il ricorrente si è trovato a svolgere quasi solo mansioni igienico-domestiche-alberghiere, come ad esempio, alzare ed abbassare lo schienale del letto, porgere una bottiglia, accendere un cellulare, prendere lenzuola e coperte, curare l’igiene personale. Lo svolgimento delle mansioni di infermiere per cui era stato assunto è avvenuto in modo marginale ed affrettato.

Il ricorrente ha evidenziato che, in un simile contesto, la sua professionalità di infermiere si è andata impoverendo. Infatti, occupato a svolgere mansioni inferiori, l’infermiere non ha potuto svolgere i compiti propri della sua qualifica professionale nè seguire percorsi di aggiornamento.

La sentenza del tribunale di Roma

Il tribunale di Roma, accogliendo il ricorso presentato dall’infermiere, ha condannato l’ospedale-datore di lavoro al risarcimento del danno cagionato all’infermiere a causa del demansionamento. Il danno, visto che non erano stati allegati danni biologici o esistenziali, né specifici danni patrimoniali, è stato liquidato in via equitativa.

In particolare, aderendo ad un consolidato orientamento giurisprudenziale, il tribunale di Roma ha considerato che, nel caso di specie, si fosse prodotto un danno non patrimoniale costituito dalla mortificazione dell’immagine e della professionalità del ricorrente che può essere determinato rapportandolo ad una quota della retribuzione mensile. La retribuzione, infatti, rappresenta il valore della prestazione e può quindi essere utilizzato per individuare, secondo equità, anche il valore della professionalità lesa a causa della dequalificazione.

Nel caso di specie, il demansionamento si era protratto per dieci anni ed il tribunale ha quantificato il danno da risarcire in  euro 60.775 pari al 25% della retribuzione mensile.

Demansionamento infermieri: cosa fare?

Se sei un infermiere e ritieni che il tuo datore di lavoro ti abbia adibito a mansioni inferiori, proprie di figure professionali per le quali non è richiesta la qualifica di infermiere, puoi agire nei confronti del tuo datore di lavoro e chiedere:

  • la cessazione della condotta illegittima, ossia, la riconduzione delle tue mansioni a quelle previste nel contratto di lavoro;
  • il risarcimento del danno che ti è stato provocato a causa della adibizione a mansioni inferiori.

Per ottenere questi due risultati occorre, dapprima, scrivere al datore di lavoro una diffida stragiudiziale, preferibilmente per il tramite di un legale o dalla tua associazione sindacale di riferimento. Se la lettera stragiudiziale non sortisce effetti, occorre fare ricorso contro l’azienda al tribunale del lavoro e rimettere la decisione della questione al giudice.


note

[1] Art. 2103 cod. civ.

[2] Trib. Roma, sent. n. 6954/2019.


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