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Infermiere mansioni inferiori

20 Dicembre 2019
Infermiere mansioni inferiori

La possibilità di adibire il personale sanitario a mansioni inferiori incontra un limite insormontabile nel divieto di danneggiare la professionalità del lavoratore.

Ci sono alcune professioni che richiedono, per poter essere esercitate, un’apposita formazione professionale e l’acquisizione di appositi titoli di studio. In alcuni casi, il percorso formativo da seguire per acquisire i titoli necessari a svolgere una certa professione dura anche parecchi anni. E’ il caso delle professioni sanitarie che richiedono titoli di studio ed abilitazioni specifiche. Cosa succede se, poi, nel concreto svolgimento del rapporto di lavoro, l’infermiere viene adibito a mansioni inferiori?

Come vedremo, l’adibizione degli infermieri a mansioni inferiori è un fenomeno abbastanza diffuso. E’ evidente che possono esserci delle occasioni particolari durante le quali non si può stare troppo attenti ai ruoli ed ai mansionari e ci si deve adattare a fare ciò che serve.

Tuttavia, in linea generale, l’adibizione a mansioni inferiori non dovrebbe verificarsi poichè lede alla professionalità acquisita dall’infermiere.

Qualifica di infermiere: cosa significa?

Nell’ambito delle professioni sanitarie, la qualifica di infermiere è posseduta da quel professionista sanitario che cura, assiste e si prende cura del ricoverato in stretto contatto con il personale medico. L’infermiere instaura con l’assistito un rapporto di fiducia.

Se alcuni anni fa era sufficiente un semplice corso di formazione, la disciplina normativa attuale [1] della professione infermieristica prevede che, per acquisire la qualifica di infermiere, è necessario seguire un apposito corso di laurea all’esito del quale il professionista laureato si iscrive all’Ordine professionale degli Infermieri.

L’infermiere svolge funzioni di prevenzione, assistenza, educazione alla salute, educazione terapeutica, gestione, formazione e ricerca. L’infermiere è, dunque, tenuto anche al rispetto del codice deontologico adottato dal proprio ordine professionale di appartenenza.

Per acquisire la qualifica di infermiere è, dunque, necessario conseguire la laurea in Scienze infermieristiche e, una volta ottenuta la laurea, superare un esame di Stato ed iscriversi all’ordine professionale. Solo il possesso di questi titoli abilita all’esercizio della professione infermieristica.

La laurea in Scienze infermieristiche, come la gran parte dei corsi di laurea dell’area medico-sanitaria, è a numero programmato. Occorre, dunque, superare un test d’ingresso per potervi accedere.

Il test d’ingresso alla laurea in Scienze infermieristiche si svolge ogni anno in un’unica data stabilita a livello nazionale.

Cosa fa l’infermiere?

L’infermiere ha il compito di identificare i bisogni assistenziali del singolo paziente ricoverato o di un gruppo sociale e di pianificare risposte adeguate a tali bisogni, realizzando una serie di prestazioni, che devono essere, sotto la sua responsabilità, revisionate e se necessario riadattate a seconda dei casi.

Le principali mansioni svolte dall’infermiere sono le seguenti:

  • presa in carico del paziente: l’infermiere accoglie il paziente e ne valuta i bisogni assistenziali, individuando obiettivi e priorità;
  • pianificazione assistenziale: l’infermiere programma il percorso curativo ed assistenziale, tenendo in considerazione le caratteristiche culturali del paziente e la sua situazione clinica;
  • erogazione dell’assistenza: l’infermiere eroga al paziente gli interventi tecnici, educativi e relazionali presenti nel piano di assistenza, garantendo l’applicazione delle prescrizioni mediche;
  • valutazione del paziente: l’infermiere monitora continuamente le condizioni di salute del paziente e valuta gli effetti prodotti dagli interventi curativi  ed assistenziali erogati;
  • educazione: l’infermiere promuove la cultura della salute e della qualità della vita;
  • formazione: l’infermiere, anche ottemperando ad uno specifico dovere deontologico, si forma ed aggiorna costantemente al fine di essere sempre aggiornato sull’evoluzione ed i progressi della scienza infermieristica.

Nel suo lavoro, l’infermiere coordina anche altro personale come gli operatori socio-sanitari (cosiddetti os), che sono figure di supporto tecnico-assistenziale che si occupano dei bisogni primari del paziente.

Per accedere alla qualifica di os basta un mero corso di formazione e non la laurea. E’ evidente che le mansioni dell’infermiere sono molto più complesse sul piano professionale di quelle dell’os.

Infermiere mansioni inferiori

Può accadere che, nonostante l’accesso alla qualifica di infermiere sia riservato a personale laureato e abilitato all’esercizio della professione, nel concreto svolgimento del rapporto di lavoro, l’infermiere venga adibito a mansioni inferiori.

Spesso, infatti, viene richiesto all’infermiere di compiere delle attività che sono proprie della figura professionale dell’os che, come abbiamo visto, presenta un livello professionale ben più basso ed è una professione che non richiede il possesso della laurea. Cosa fare in questi casi? Per rispondere occorre ripercorrere la disciplina delle mansioni prevista dalla legge.

Mentre in passato la legge consentiva al datore di lavoro di modificare le mansioni del dipendente solo se gli venivano assegnate mansioni equivalenti a quelle da ultimo svolte, oggi, dopo la modifica del Jobs Act, lo ius variandi del datore di lavoro, ossia la facoltà di modificare le mansioni del lavoratore senza il suo consenso, ha acquisito un perimetro più ampio.

L’attuale formulazione della legge [2], infatti, afferma che il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti all’inquadramento superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni riconducibili allo stesso livello e categoria legale di inquadramento delle ultime effettivamente svolte.

Le nuove mansioni assegnate al dipendente, dunque, non devono essere necessariamente equivalenti a quelle da ultimo svolte. Basta che siano ricomprese nello stesso livello di inquadramento contrattuale delle mansioni contrattualmente previste. Detto ciò, resta comunque vietato adibire il lavoratore a mansioni inferiori.

Nel caso specifico degli infermieri, si registra la tendenza ad assegnare agli infermieri mansioni proprie degli os. Per questo, il tema del demansionamento degli infermieri è costantemente sollevato dalla Federazione Nazionale Ordini delle Professioni Infermieristiche (Fnopi).

Ma in quali casi il demansionamento dell’infermiere è lecito? Come abbiamo visto, la legge esclude il demansionamento. Ma con una eccezione. Infatti, la disciplina legale delle mansioni prevede che, in caso di modifica degli assetti organizzativi aziendali che incide sulla posizione del lavoratore, lo stesso può essere assegnato a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore purché rientranti nella medesima categoria legale.

Se, dunque, un’azienda a causa di una riorganizzazione aziendale, rischia di dover licenziare un infermiere, potrebbe legittimamente adibirlo a mansioni inferiori, proprie dell’inferiore livello di inquadramento.

Ulteriori ipotesi di assegnazione di mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore, purché rientranti nella medesima categoria legale, possono essere previste dai contratti collettivi.

Occorre, comunque, sottolineare che in questa ipotesi di demansionamento legale ci sono comunque delle garanzie per il lavoratore.

Infatti:

  • il mutamento di mansioni deve essere comunicato per iscritto, a pena di nullità;
  • il lavoratore ha diritto alla conservazione del livello di inquadramento anche se, di fatto, svolge mansioni inferiori;
  • il lavoratore ha diritto alla conservazione del trattamento retributivo in godimento, fatta eccezione per gli elementi retributivi collegati a particolari modalità di svolgimento della precedente prestazione lavorativa;
  • il lavoratore ha diritto ad una formazione specifica per svolgere le nuove mansioni.

Oltre a questa ipotesi di demansionamento legale, secondo alcune sentenze di merito [3], è lecito il demansionamento se il datore di lavoro adibisce a mansioni inferiori il lavoratore in modo occasionale e non prevalente.

In particolare, secondo questa decisione, l’adibizione dell’infermiere a mansioni inferiori è legittima a due condizioni:

  • si tratta di impegno di breve durata e di carattere occasionale;
  • questo impegno consente, in ogni caso, lo svolgimento delle mansioni proprie della qualifica di appartenenza in maniera prevalente ed assorbente.

Al di fuori di queste ipotesi, l’adibizione dell’infermiere a mansioni inferiori è sempre illegittima.

Demansionamento dell’infermiere: che fare?

Cosa fare di fronte ad una ipotesi di adibizione a mansioni inferiori dell’infermiere? La strada da seguire prevede un primo tentativo stragiudiziale di risolvere la controversia con il datore di lavoro. Se questo tentativo fallisce, resta solo la strada della causa legale innanzi al tribunale del lavoro.

In particolare, il lavoratore, di proprio pugno o per il tramite di un legale o dell’Ufficio vertenze del sindacato, può scrivere una lettera al datore di lavoro con la quale denuncia la situazione di demansionamento cui è stato costretto, chiedendo la cessazione del demansionamento ed il ripristino delle mansioni proprie della qualifica di infermiere, oltre al ristoro dei danni subìti.

Se questa lettera non porta ad alcun risultato apprezzabile, occorre proporre un ricorso al tribunale del lavoro chiedendo al giudice di:

  • accertare che l’infermiere è stato illegittimamente demansionato;
  • condannare il datore di lavoro a reintegrare l’infermiere nelle mansioni proprie della qualifica di infermiere;
  • condannare il datore di lavoro al risarcimento del danno da demansionamento.

Per quanto concerne il risarcimento del danno, possono essere richiesti due tipi di danno. Se il demansionamento ha provocato una lesione dell’integrità psico-fisica del lavoratore (ad esempio ha indotto la depressione) si può chiedere anche il danno biologico. In caso contrario, si può chiedere solo il danno alla professionalità che viene di solito liquidato in via equitativa, parametrandolo ad una percentuale della retribuzione del lavoratore.


note

[1] D.M. n.739 del 14.09.1994; L. n.42 del 26.02.1999.

[2] Art. 2103 cod. civ.

[3] Trib. Brindisi sent. n. 1306/2017.


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3 Commenti

  1. Sono Infermiere di Rianimazione a tempo indeterminato in un presidio ospedaliero di una ASST. Due mesi fa ho ricevuto una mail aziendale, in cui si comunicava la mia assegnazione temporanea ad altro servizio in una sede distante 11 km da quella abituale. Il provvedimento è di carattere provvisorio, ossia fino al 31.12.18 o fino a diversa determinazione da parte della Direzione. Secondo me si tratta di mobilità d’urgenza o mobilità interna e pertanto mi spetterebbero le indennità art.27 c.7 e art. 95 c.1 CCNL 2016/2018, ma la DAPSS le nega. Ho torto o ragione?

    1. Per mobilità si intende lo spostamento del dipendente da una sede all’altra all’interno della stessa amministrazione, oppure da un’azienda ospedaliera ad un’altra.Questo può avvenire in maniera definitiva o per un periodo limitato.La mobilità aziendale può dunque essere:– Ordinaria: gli spostamenti per mobilità avvengono in seguito ad un bando interno, il quale prevede la creazione di una graduatoria che tenga conto dell’anzianità di servizio, ma anche dei titoli specifici utili per andare a lavorare in una determinata U.O.– D’urgenza: è lo spostamento provvisorio (per un tempo massimo di norma di 30 giorni o comunque per il tempo strettamente necessario) per motivi di urgenza, come importanti carenze di organico.– D’ufficio: le aziende, in mancanza di domande per la mobilità volontaria, possono disporre d’ufficio per motivate esigenze di servizio misure di mobilità interna del personale sulla base di criteri da definirsi in sede di contrattazione integrativa.Il nuovo CCNL Sanità 2016/2018 non disciplina la mobilità interna, ma solo la mobilità volontaria (ipotesi che esula dal quesito posto dal lettore), pertanto si dovranno valutare le previsioni previste in materia dal CCNL Sanità del 1999 e, più precisamente, dal CCNL Integrativo 07.04.1999.Quest’ultimo dispone all’art. 18 che la mobilità interna “concerne l’utilizzazione sia temporanea che definitiva del personale in struttura ubicata in località diversa da quella della sede di assegnazione. Essa avviene nel rispetto della categoria, profilo professionale, disciplina ove prevista e posizione economica di appartenenza del dipendente”.La norma distingue dunque tra mobilità d’urgenza, la quale “avviene nei casi in cui sia necessario soddisfare le esigenze funzionali delle strutture aziendali in presenza di eventi contingenti e non prevedibili; ha carattere provvisorio, essendo disposta per il tempo strettamente necessario al perdurare delle situazioni di emergenza e non può superare il limite massimo di un mese nell’anno solare salvo consenso del dipendente. La mobilità di urgenza può essere disposta nei confronti dei dipendenti di tutte le categorie. Al personale interessato, se ed in quanto dovuta spetta l’indennità di missione prevista dall’art. 44 per la durata della assegnazione provvisoria”; e mobilità d’ufficio, che si verifica qualora “le aziende, in mancanza di domande per la mobilità volontaria”, dispongono “d’ufficio per motivate esigenze di servizio misure di mobilità interna del personale sulla base di criteri da definirsi in sede di contrattazione integrativa”.Sempre l’art. 18 citato, stabilisce che, in caso di mobilità d’urgenza spettano – se ne ricorrono i presupposti – le indennità di cui al successivo art. 44.L’art. 44 si applica “ai dipendenti comandati a prestare la propria attività lavorativa in località diversa dalla dimora abituale e distante più di 10 chilometri dalla ordinaria sede di servizio”. La norma precisa, ai fini del calcolo della distanza, che: “Nel caso in cui il dipendente venga inviato in trasferta in un luogo compreso tra la località sede di servizio e quella di dimora abituale, la distanza si computa dalla località più vicina a quella della trasferta. Ove la località della trasferta si trovi oltre la località di dimora abituale, le distanze si computano da quest’ultima località”.L’art. 44 fa altresì al comma un’importantissima precisazione: “Il trattamento di trasferta non viene corrisposta in caso di trasferte di durata inferiore alle 4 ore o svolte come normale servizio d’istituto, nell’ambito territoriale di competenza dell’azienda”.La finalità del pagamento dell’indennità di trasferta prevista dall’art. 44 in parola (il cui contenuto e le cui previsioni sono riportate anche nell’art. 95 del nuovo CCNL Sanità 2016/2018) è quello di ristorare il dipendente che debba eccezionalmente e nell’ambito della sola mobilità d’urgenza recarsi fuori sede, in località site a distanza tale dal proprio domicilio o dalla sede ordinaria di lavoro, da comportare lunghi viaggi o addirittura pernottamenti in albergo o strutture analoghe.Nel caso di specie, il lettore è stato assegnato ad altra sede per un periodo superiore a 30 giorni, dunque si ritiene a parere dello scrivente che si è in presenza non di una mobilità d’urgenza, bensì di una mobilità d’ufficio, per la quale non è prevista dalla contrattazione collettiva alcuna specifica indennità.Tuttavia, anche ipotizzando di essere in ipotesi di mobilità d’urgenza, il lettore è stato temporaneamente assegnato, per esigenze aziendali contingenti, ad altra sede presso la quale svolge normale servizio (dunque presso la quale non si reca in via eccezionale), sita a 11 km dalla sede abituale (non è dato sapere a quanti km dalla residenza del lettore).La distanza non comporta né pernottamenti fuori sede, né l’utilizzo (per raggiungere il luogo di lavoro) di mezzi pubblici quali treno, taxi o aereo, pertanto anche in questo caso (salva espressa autorizzazione aziendale in senso opposto) nessuna indennità è a parere dello scrivente dovuta.

  2. L’attività di vestizione/svestizione degli infermieri, rientra pienamente negli orari di lavoro e come tale risulta meritevole di retribuzione e non deve essere espressamente autorizzata, poiché, essendo correlata alla natura dell’attività lavorativa e rientrando nel rispetto delle esigenze superiori di sicurezza e igiene pubblica, deve ritenersi implicitamente autorizzata dalla Asl; ne deriva che il lavoratore, per ottenere il pagamento del dovuto in relazione all’attività in questione, non deve esercitare l’azione sussidiaria di ingiustificato arricchimento ma la semplice azione contrattuale.

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