Detenuti: permessi premio anche agli irriducibili

4 Dicembre 2019
Detenuti: permessi premio anche agli irriducibili

La Consulta ha dichiarato incostituzionale la norma che vietava la concessione di permessi premio ai detenuti che non collaborano. Rimangono però dei limiti.

La Corte costituzionale con la sentenza depositata oggi dal relatore Nicolò Zanon, ha stabilito che non si possono togliere in modo assoluto i permessi premio ai detenuti che non collaborano. Per questo ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 bis, primo comma, dell’Ordinamento penitenziario là dove non contempla che, nelle condizioni indicate, il giudice possa concedere al detenuto il permesso premio.

L’incostituzionalità della norma – come spiega una nota della Consulta, diffusa dall’agenzia stampa Adnkronos -deriva dal contrasto con i principi di ragionevolezza e della funzione rieducativa della pena (articoli 3 e 27 della Costituzione)  e così è stata estesa dalla Corte costituzionale a tutti i reati compresi nel primo comma dell’articolo 4 bis, oltre a quelli di associazione mafiosa e di ”contesto mafioso”, anche puniti con pena diversa dall’ergastolo.

Il detenuto per un reato di associazione mafiosa e/o di contesto mafioso può essere ”premiato” se collabora con la giustizia ma non può essere ”punito” ulteriormente – negandogli benefici riconosciuti a tutti gli altri – se non collabora.

Prima della dichiarazione di incostituzionalità, la norma presumeva che la mancata collaborazione con la giustizia dopo la condanna per certi delitti dimostrasse in modo inequivocabile la persistenza di rapporti con la criminalità organizzata. Questa presunzione era assoluta, nel senso che poteva essere superata soltanto dalla collaborazione stessa.

Sulla base di questa disciplina, la richiesta del detenuto non collaborante di ottenere i benefici previsti dall’Ordinamento penitenziario (nella fattispecie, il permesso premio) non poteva mai essere valutata in concreto dal magistrato di sorveglianza, ma doveva essere dichiarata inammissibile. Ora la sentenza sottolinea che non è la presunzione in sé ma la sua assolutezza ad essere in contrasto con la Costituzione.

Dunque ora la presunzione di pericolosità resta ma non in modo assoluto perché può essere superata se il magistrato di sorveglianza ha acquisito elementi tali da escludere che il detenuto abbia ancora collegamenti con l’associazione criminale o che vi sia il pericolo del ripristino di questi rapporti.

Pertanto, non basta un regolare comportamento carcerario (la cosiddetta ”buona condotta”) o la mera partecipazione al percorso rieducativo. E tantomeno una semplice dichiarazione di dissociazione. La presunzione di pericolosità – non più assoluta ma relativa – può essere vinta soltanto qualora vi siano elementi capaci di dimostrare il venir meno del vincolo imposto dal sodalizio criminale.

Tuttavia, trattandosi del reato di affiliazione a un’associazione mafiosa (e dei reati ad esso collegati), notoriamente caratterizzato dalla forte intensità del vincolo associativo imposto dal sodalizio criminale, la valutazione in concreto di questi cambiamenti dev’essere svolta sulla base di criteri particolarmente rigorosi, proporzionati alla forza del vincolo criminale di cui si esige dal detenuto il definitivo abbandono.

Il magistrato di sorveglianza compirà queste valutazioni non da solo, ma sulla base sia delle relazioni dell’Autorità penitenziaria sia delle dettagliate informazioni acquisite dal competente Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.

Tutti i benefici penitenziari, compreso il permesso premio, “non possono essere concessi”, sottolinea la Consulta, (ferma restando l’autonomia valutativa del magistrato di sorveglianza) quando il Procuratore nazionale antimafia (oggi anche antiterrorismo) o il Procuratore distrettuale comunica, d’iniziativa o su segnalazione del competente Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata.

In buona sostanza, la sentenza sottrae la concessione del solo permesso premio (e non degli altri benefici) al circuito ”ostativo” revisto dall’articolo 4 bis per i detenuti che non collaborano con la giustizia. La Corte precisa, infatti, che le questioni di legittimità costituzionale sottoposte al suo esame non riguardano il cosiddetto ergastolo ostativo, su cui si è di recente pronunciata la Corte di Strasburgo e dunque non riguardano chi ha subito una condanna a una determinata pena, ma chi ha subito una condanna (nella fattispecie all’ergastolo) per reati cosiddetti ostativi, in particolare di tipo mafioso.



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