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Elezioni politiche: i nostri cervelli sanno già chi votare

4 Dicembre 2019 | Autore:
Elezioni politiche: i nostri cervelli sanno già chi votare

La struttura del nostro cervello è programmata alla nascita per votare a destra o a sinistra? Ecco cosa dicono a riguardo le neuroscienze.

Quando siamo nella corsia del supermercato, di fronte alla possibilità di scegliere tra prodotti molti simili tra loro, mettiamo nel nostro carrello “proprio quello” perché siamo convinti che ci farà bene, perché ci fidiamo da sempre dell’azienda che lo produce o perché abbiamo paura che comprandone un altro possa cambiare qualcosa? E così, analogamente, all’interno dell’urna elettorale, di fronte alla scelta del candidato da votare, contano di più le promesse fatte in campagna elettorale, la fiducia che attribuiamo al nostro politico o la volontà di non consegnare il Comune, la Regione e il Paese alla lista concorrente?

Un tempo si credeva che a guidare il comportamento degli elettori fossero prevalentemente i fatti e le argomentazioni concrete, la costruzione di un buon programma politico e di una lista di autorevoli esponenti a rappresentarlo. Successivamente, con l’arrivo del marketing e della psicologia della comunicazione anche in politica (che in Italia ha coinciso, non a caso, con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e del suo primo partito politico, Forza Italia), si è cominciato a pensare ad aspetti fino a quel momento ignorati o trascurati. Oggi, la politica ha fatto un ulteriore passo in avanti con l’introduzione delle neuroscienze e con la loro applicazione nel marketing e nella comunicazione.

Secondo le ultime ricerche, sembrerebbe infatti che le preferenze politiche siano già scritte nel nostro patrimonio genetico e dipendano dalla conformazione del nostro cervello.

Ma è realmente così? Di destra (o di sinistra) si nasce o si diventa? E ancora, è del tutto inutile per un esponente della sinistra tentare di sensibilizzare un potenziale elettore di destra (e viceversa), oppure le nostre strutture cerebrali sono modificabili? Vediamo intanto di fare un po’ di chiarezza e di capire come funziona il nostro cervello e come si comporta di fronte alla possibilità di scelta.

Cosa dicono le neuroscienze?

Le neuroscienze ci dicono che il cervello è una specie di muscolo che si adatta facilmente all’ambiente, ma che è pigro e vuole ottenere sempre il massimo risultato con il minimo sforzo; che si nutre d’indizi per richiamare facilmente esperienze pregresse, ma che non è multitasking e non vuol fare più di una cosa alla volta. E soprattutto ci dicono che, di fronte ad una scelta, nel 90% dei casi il nostro comportamento è tutt’altro che razionale, ma prevalentemente emotivo.

E questo per 3 motivi.

Intanto, perché non siamo capaci di raccogliere tutte le informazioni possibili relativamente alle opzioni di scelta. Poi, perché non siamo in grado di processare ed elaborare tutte le informazioni raccolte. Infine, perché non siamo bravi a calcolare ogni possibile conseguenza sulle eventuali e differenti soluzioni.

Pertanto, il nostro cervello fa le sue sintesi – approssimative, come abbiamo detto – e il risultato è che a determinare le nostre azioni, e quindi le nostre scelte, sono le emozioni che proviamo in quel momento. Emozioni che sono processate dall’amigdala, una sorta di centralina posta nel nostro sistema limbico (o porzione primitiva del cervello) che manda al corpo l’impulso ad agire in base agli stimoli che riceve.

L’amigdala è, quindi, il vero interlocutore per chi si occupa di marketing, di comunicazione e oggi anche di politica. Perché se è lei che decide, è a lei che bisogna rivolgersi.

Le cose ovviamente sono molto meno semplicistiche, ma di certo c’è che l’amigdala reagisce prevalentemente alla paura, proprio perché primitivamente l’uomo doveva essere allertato di fronte alla tante situazioni di pericolo per fuggirne e mettersi al riparo.

Per questo motivo, il sentimento della paura è sempre stato molto interessante per gli operatori di marketing. Moltissime campagne pubblicitarie, infatti, puntano su questa emozione: la paura di un’alito pesante, di avere la pelle grassa, di perdere i capelli e, più in generale, di perdere la salute, ci spinge a comprare quel dentifricio, quello shampoo, quell’integratore e a contrarre quella polizza assicurativa. Ma, di fronte alla paura, come reagiscono gli elettori? Questo è quello che ci dicono i più recenti studi sul nostro cervello:

Chi ha paura vota a destra

Anche in politica il sentimento della paura è un sentimento molto cavalcato. Ma se i meno consapevoli, durante la campagna elettorale, screditano i programmi politici degli antagonisti al solo fine di evidenziarne le falle, c’è una ragione ben più fondata dell’efficacia di questa condotta: suscitare l’emozione della paura condiziona e indirizza il voto dell’elettorato verso destra.

Si è osservato, infatti, che in questa porzione della popolazione l’amigdala è più sviluppata rispetto alla materia grigia del più recente cervello cognitivo, pertanto più reattiva di fronte al prospettarsi di scenari più o meno catastrofici. La storia è ricca di esempi in tal senso: grandi uomini politici che hanno fatto e fanno uso  della leva della paura collettiva per fomentare le masse per poi controllarle.

Sempre a causa dell’amigdala più sviluppata, inoltre, i conservatori risultano più sensibili anche al disgusto, motivo per il quale sembra che per spostare il voto degli indecisi a destra, basterebbe far trovare nelle urne cattivo odore o sottoporli ad immagini raccapriccianti e disgustose.

Chi si rifugia nella famiglia vota a destra

Chi ha mai sentito parlare di neuroni a specchio? Anche queste strutture sono fortemente correlate alle nostre preferenze e scelte di acquisto. Per dirla con una sola battuta “chi si somiglia si piglia” perché compriamo sempre ciò che riconosciamo e ciò che maggiormente ci rappresenta. Tanto nei beni personali, quanto nelle scelte politiche. Ma se questo meccanismo è trasversale all’intero elettorato, i legami sociali sono, invece, vissuti in maniera differente tra i simpatizzanti di destra e quello di sinistra. Mentre i conservatori si sentono più sicuri all’interno di relazioni solide e strutturate, i progressisti amano sentirsi parte del mondo, all’interno di una connessione più ampia e, quindi, più libera.

Le donne hanno più paura degli uomini, ma sono anche più propense alla socialità. L’amigdala nelle donne è, infatti, leggermente più sviluppata, cosa che porterebbe a pensare che sono più orientate a votare a destra. Ma le donne, nella loro complessità, sono anche più predisposte ai legami sociali che, invece, orientano il voto a sinistra.

In sintesi, potremmo dire che chi ha l’amigdala molto sviluppata vota a destra e chi invece ha più sviluppato il cervello cognitivo vota a sinistra. Che i conservatori soffrono maggiormente la paura, si sentono sicuri all’interno di una struttura solida come la nazione e la famiglia, mentre i progressisti sviluppano più facilmente legami sociali ampi, legati ai temi della fratellanza e della comunità solidale. E dovremmo, pertanto, concludere che i messaggi elettorali dovrebbero tenere conto di questi aspetti. Se non fosse che il nostro cervello e le sue strutture sono plastiche, reagiscono fortemente agli stimoli e all’ambiente e possono subire nel tempo delle modificazioni importanti.

È, infatti, tanto possibile interrompere definitivamente tutte le sinapsi che non sono più in uso (come si dimenticano episodi del nostro passato, ci si può addirittura dimenticare di come si cammina, se si è costretti all’immobilità per moltissimo tempo) quanto costruire di nuove.

Ma non solo. Se di fronte ad un acquisto d’impulso, quando cioè non vi è il tempo necessario per processare le informazioni raccolte, è determinante il ruolo che gioca l’emozione, nel caso di una scelta elettorale vi è in realtà tutto il tempo per osservare, approfondire e analizzare e far intervenire successivamente il pensiero razionale che – seppur viaggiando su un canale più lento dell’emozione – esiste.

Pertanto, uomini politici e esponenti delle istituzioni, tornate ad occuparvi realmente del bene della collettività perché, per quanto siamo tutti fortemente condizionati dai nostri neuroni, siamo anche elettori intelligenti, capaci oggi di vedere molto al di là di un messaggio elettorale per comprenderne addirittura le ragioni di marketing che lo ha generato.



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