Diritto e Fisco | Articoli

Svolgimento mansioni inferiori pubblico impiego

21 Dicembre 2019
Svolgimento mansioni inferiori pubblico impiego

Nel nostro ordinamento, la disciplina delle mansioni nel privato e nel pubblico è differente anche se con numerosi tratti similari.

Sei un dipendente pubblico? Sei stato trasferito da un ufficio ad un altro e, nel passaggio, ti è stata tolta la posizione organizzativa? Ritieni che questa decisione danneggi la tua professionalità? Vuoi fare causa al datore di lavoro per demansionamento? Vediamo come funziona la disciplina delle mansioni nel pubblico impiego.

Nel nostro ordinamento, esiste una profonda distinzione tra i rapporti di lavoro alle dipendenze di datori di lavoro privati ed i rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni. Questi ultimi, infatti, sono disciplinati da norme speciali.

In questo articolo, cercheremo di capire quando può essere legittimo lo svolgimento di mansioni inferiori nel pubblico impiego e, soprattutto, quando può dirsi realmente realizzato un demansionamento illegittimo. La legge, infatti, tutela il diritto delle amministrazioni di spostare i dipendenti per soddisfare le proprie esigenze organizzative ma ciò non può tradursi mai in un demansionamento.

L’inquadramento dei dipendenti pubblici

Per capire quando e come è possibile modificare le mansioni del dipendente pubblico e, soprattutto, in quali casi si può parlare di un vero e proprio demansionamento del pubblico dipendente occorre analizzare, innanzitutto, chi sono i dipendenti pubblici e come avviene l’inquadramento del lavoratore pubblico.

Per quanto concerne la nozione di pubblico impiego, la legge [1] prevede che sono soggetti alla normativa sul pubblico impiego i lavoratori assunti dalle amministrazioni pubbliche, tra le quali rientrano:

  • tutte le amministrazioni dello Stato;
  • gli istituti e le scuole di ogni ordine e grado;
  • le istituzioni educative;
  • le aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo;
  • le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane, e loro consorzi e associazioni;
  • le istituzioni universitarie;
  • gli Istituti autonomi case popolari;
  • le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e loro associazioni;
  • tutti gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali;
  • le amministrazioni, le aziende e gli enti del Servizio sanitario nazionale;
  • l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (Aran);
  • le Agenzie di diritto pubblico;
  • il Comitato olimpico nazionale (Coni).

Il rapporto di lavoro alle dipendenze di queste amministrazioni pubbliche è disciplinato in parte dalle norme di diritto del lavoro applicabili anche ai rapporti di lavoro privato. Tuttavia, nonostante questo richiamo generico alla normativa privatistica, questi rapporti sono soggetti soprattutto alle norme speciali previste dal Testo unico sul pubblico impiego.

Innanzitutto, a differenza del privato che può assumere un dipendente all’esito di una libera negoziazione privata, le amministrazioni pubbliche possono assumere personale solo tramite concorso pubblico [2].

Quando un’amministrazione pubblica ha bisogno di una certa qualifica deve indire un concorso. Chi partecipa a quel concorso è, dunque, consapevole che, se supererà la selezione, andrà a lavorare presso quella amministrazione pubblica per svolgere quella qualifica e quelle relative mansioni.

Al pari di ciò che accade nel privato, anche nel pubblico, il contratto di lavoro tra un’amministrazione pubblica ed un lavoratore (che ha passato il concorso) indica la qualifica e le mansioni del lavoratore, ossia, le attività che egli dovrà svolgere a favore del datore di lavoro.

Inoltre, al pari del lavoro privato, anche nel lavoro pubblico viene indicato il livello di inquadramento che prende il nome di area funzionale. I dipendenti pubblici, infatti, con esclusione dei dirigenti e del personale docente della scuola, delle accademie, conservatori e istituti assimilati, sono inquadrati in almeno tre distinte aree funzionali che sono un pò come i livelli di inquadramento contrattuale del personale previsti nei contratti collettivi di diritto comune.

Anche nel pubblico sono i contratti collettivi ad indicare in quale area funzionale devono essere ricondotte le varie qualifiche. Attualmente, i contratti collettivi di lavoro del lavoro pubblico si suddividono in quattro comparti (più uno):

  • comparto funzioni centrali;
  • comparto funzioni locali;
  • comparto istruzione e ricerca;
  • comparto sanità;
  • Presidenza del Consiglio del Ministri.

Come vedremo, le indicazioni contenute nel contratto collettivo sono molto importanti poichè è proprio dalla scala di classificazione del Ccnl che parte il giudizio sull’equivalenza delle mansioni.

Pubblico impiego: disciplina delle mansioni

Al pari di ciò che accade nel lavoro privato, anche nel pubblico impiego la legge afferma che il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per cui è stato assunto, prevedendo comunque la possibilità di modifica successiva delle mansioni con alcuni limiti.

In particolare, la disciplina delle mansioni nell’impiego pubblico [3], prevede che il prestatore di lavoro sia adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o alle mansioni equivalenti nell’ambito dell’area di inquadramento, oppure a quelle corrispondenti alla qualifica superiore che abbia successivamente acquisito per effetto delle procedure selettive previste dalla legge. L’esercizio di fatto di mansioni non corrispondenti alla qualifica di appartenenza non ha effetto ai fini dell’inquadramento del lavoratore o dell’assegnazione di incarichi di direzione.

Nel pubblico impiego, dunque, è ammessa la facoltà dell’amministrazione pubblica di modificare le mansioni assegnate al dipendente, ossia il cosiddetto ius variandi del lavoratore.

Nel lavoro privato, il lavoratore può essere adibito alle mansioni che appartengono allo stesso livello di inquadramento di origine. Nel lavoro pubblico è, invece, presente il concetto di equivalenza delle mansioni nell’ambito dell’area di inquadramento. Di fatto, si tratta di concetti molto simili che rimandano, entrambi, alle indicazioni del contratto collettivo applicato.

Come chiarito dalla giurisprudenza [4], infatti, la disciplina delle mansioni nel pubblico impiego ha sancito il diritto del dipendente ad essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto, o alle mansioni considerate equivalenti nell’ambito della classificazione professionale prevista dai contratti collettivi.

Nel pubblico impiego vige, dunque, un concetto di equivalenza “formale” delle mansioni, ancorato cioè ad una valutazione demandata ai contratti collettivi, e non sindacabile da parte del giudice. Ne segue che, condizione necessaria e sufficiente affinchè le mansioni possano essere considerate equivalenti è la mera previsione in tal senso da parte della contrattazione collettiva, indipendentemente dalla professionalità specifica che il lavoratore possa avere acquisito in una precedente fase del rapporto di lavoro alle dipendenze dell’amministrazione pubblica.

Per riassumere: l’amministrazione pubblica può modificare le mansioni del lavoratore a patto che le nuove mansioni siano equivalenti a quelle del contratto, ossia, appartengano alla stessa area funzionale di inquadramento.

Occorre, dunque, verificare nel Ccnl del comparto di riferimento se la nuova qualifica attribuita al lavoratore sia inserita nella medesima area funzionale di inquadramento. Se la risposta è sì non c’è demansionamento. Se, invece, la nuova qualifica attribuita al lavoratore è inserita nel Ccnl in una area funzionale di inquadramento inferiore, allora avremo un demansionamento.

Svolgimento mansioni inferiori pubblico impiego

Può accadere, in certi casi, che l’amministrazione pubblica non modifica del tutto la qualifica del lavoratore ma si limita ad attribuirgli anche altre mansioni che appartengono ad una area funzionale di inquadramento inferiore. In questo caso, secondo parte della giurisprudenza, non c’è demansionamento.

Infatti, alcune decisioni giurisprudenziali [5] hanno evidenziato che, nel rapporto di pubblico impiego privatizzato, deve essere considerata legittima l’assegnazione del dipendente a mansioni inferiori qualora ciò si renda necessario per esigenze di servizio e, in ogni caso, venga assicurato in modo prevalente ed assorbente lo svolgimento da parte del lavoratore delle mansioni concernenti la propria qualifica di appartenenza.

Alla base di questo ragionamento c’è la considerazione che, soprattutto in alcuni piccoli comuni, non sempre è possibile avere molte figure professionali a disposizione e diventa necessario, dunque, chiedere ai dipendenti di sbrigare le varie pratiche che ci sono da fare anche andando al di là dei propri livelli di inquadramento e del proprio mansionario.

Al di là di questo, occorre evidenziare che non sempre un cambio di mansioni, anche quando può apparire peggiorativo, costituisce demansionamento.

Ad esempio, in una recente decisione la Cassazione [6] ha chiarito che, nell’ambito del lavoro pubblico negli enti locali, la revoca della posizione organizzativa conferita al lavoratore non costituisce demansionamento, poiché trova applicazione il principio di turnazione degli incarichi in base al quale il lavoratore resta inquadrato nella categoria di appartenenza.

Nel caso esaminato dalla Corte, un lavoratore, a cui era stato tolto un incarico di posizione organizzativa di capo Team, aveva agito in giudizio ritenendo di essere stato demansionato.

La Corte d’Appello aveva dato ragione al lavoratore, in quanto, dal raffronto tra le attività espletate dal dipendente prima e dopo il cambio di mansioni, era giunta ad un giudizio di dequalificazione, liquidando danni patrimoniali e non patrimoniali in favore del dipendente.

La Cassazione ha cassato la decisione dei giudici di merito, in quanto, come abbiamo già evidenziato, se le nuove mansioni assegnate fanno parte della stessa area funzionale (come nel caso esaminato) non vi è demansionamento.

Inoltre, la Cassazione ha ribadito che il conferimento di una posizione organizzativa non comporta l’inquadramento in una nuova categoria contrattuale ma unicamente l’attribuzione di una posizione di responsabilità, con correlato beneficio economico. Ne consegue che la revoca di tale posizione non costituisce demansionamento.

note

[1] Art. 1 D. Lgs. n. 165/2001.

[2] Art. 97 Cost.

[3] At. 52 D. Lgs. n. 165/2001.

[4] Cass. sez. lav. n. 2011 del 26.01.2017.

[5] Trib. Aosta n. 6 del 3.02.2017, .

[6] Cass. sent. n. 18561/2019.


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube