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Ilva: sarà un bagno di sangue per i contribuenti

5 Dicembre 2019
Ilva: sarà un bagno di sangue per i contribuenti

Il ritorno all’Iri potrebbe causare grosse perdite sul bilancio dello Stato. Patuanelli parla di un intervento di Invitalia. La sostanza non cambia.

Lo Stato salverà l’Ilva. Come sta facendo – o, meglio, sta tentando di fare – con Alitalia. Il che significa che a mettere mano ai portafogli saranno i contribuenti. La ragione è nobile: tutelare migliaia di posti di lavoro in Puglia e non solo; proteggere una delle più grandi acciaierie in tutta Europa e, quindi, la stessa produzione italiana. Ma il punto è che, al momento, non ci sono soldi per farlo. E, dunque, bisognerà di nuovo mettere mano ai portafogli della gente. Come? Questo non lo spiega il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli in una intervista al ‘Foglio’ che, tuttavia, anticipa un intervento pubblico nell’ex Ilva, per cui si è parlato di Invitalia, o anche di Fincantieri. «Non è solo una necessità, ma una precisa volontà: la partecipazione dello stato nella gestione dell’ex Ilva sarà una garanzia per i cittadini di Taranto, soprattutto per quel che riguarda l’impegno nel risanamento ambientale». 

«Quanto alle soluzioni precise non mi esprimo, il ministro Gualtieri ci sta lavorando. Invitalia è una delle tante possibilità valutate» sottolinea. 

Intanto, l’ex Ilva di Taranto è nuovamente nell’occhio del ciclone. Nel nuovo piano industriale di ArcelorMittal, sono previsti 4.700 esuberi, di cui 2.900 già nel 2020, con l’organico che passerà dai 10.789 occupati del 2019 ai 6.098 del 2023. È questa la cifra indicata dall’ad italiana dell’azienda Lucia Morselli nel corso del tavolo organizzato ieri al Mise. Lo stesso piano prevede un aumento dei volumi di produzione dagli attuali 4,5 milioni di tonnellate di acciaio ai 6 milioni dal 2021. I sindacati hanno definito «irricevibili» i tagli annunciati da Arcelor Mittal. 

Il ministro dello Sviluppo, Patuanelli, anticipa: «Sono deluso dall’azienda. Entro lunedì il progetto del governo per un impianto sostenibile».

State tornando all’Iri? «Se serve sì, in un momento in cui dobbiamo proteggere la nostra produzione industriale e le nostre imprese». In un’audizione il ministro Patuanelli dello scorso 26 novembre aveva esorcizzato il tabù di un ritorno dell’Iri, emblema dell’intervento dello Stato nell’economia, in qualche modo già evocato negli anni passati con i possibili interventi di Cdp. Con riferimento all’ex Ilva: Invitalia è «una delle possibilità sul campo» ha detto il ministro, secondo cui è stato «un errore privatizzare il settore siderurgico». 

La rinascita del sistema Iri spaventa gli italiani. 

Ma non è solo il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli a ritenere che potrebbe servire un ritorno all’Iri per proteggere e rivitalizzare la nostra industria manifatturiera e il suo indotto. Ma, anche se quest’ipotesi fosse realizzabile, l’ente che, per quasi settant’anni ha operato sotto le insegne dello Stato, non potrebbe ripetere la stessa performance che ha caratterizzato la sua attività in alcune fasi salienti dell’economia italiana. 

Di certo, l’Iri ha svolto un ruolo di primo piano nella storia italiana: a cominciare dall’opera di salvataggio dal dissesto di tante imprese di grossa stazza, che seppe attuare durante la Grande crisi degli anni Trenta.

Per quanto attiene la reintroduzione dello scudo penale «siamo pronti a valutare, insieme ai gruppi parlamentari, quale sarà la posizione del M5s nel caso in cui un intervento in tal senso si dovesse rendere necessario». 

A tale proposito, il ministro precisa che «il Parlamento, non solo il M5s, ha deciso di rimuovere lo scudo. Noi, come Movimento, siamo arrivati a questa scelta in una situazione assai difficile: un cambio di governo, una squadra di ministri rinnovata come pure la guida dei gruppi alle Camere. Ma i conti si fanno alla fine, come sempre».

Su Afo2, l’altoforno dell’ex Ilva che potrebbe venire spento il Governo attende «la perizia e la successiva decisione del tribunale con grande rispetto. Non è pensabile un intervento legislativo del governo che vada a interferire con le decisioni del giudice». Per Patuanelli «i commissari hanno lavorato bene per dare delle risposte alle perplessità del tribunale. In ogni caso, – prosegue – quell’altoforno andrebbe chiuso entro il 2020». Lo stabilimento «dovrà vedere una svolta verso le nuove tecnologie produttive, con un ciclo non più basato solo sul carbone: e dunque, per ora, forno elettrico e a gas, e in prospettiva, perché no?, l’idrogeno» conclude.



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