Condannati minorenni: benefici anche se non collaborano

6 Dicembre 2019
Condannati minorenni: benefici anche se non collaborano

La Corte costituzionale stabilisce che i detenuti minorenni hanno diritto ai benefici penitenziari anche se non hanno collaborato con la giustizia.

Con una nuova sentenza [1] in sintonia con quella di due giorni fa, che ha stabilito che i permessi premio spettano anche agli irriducibili, la Corte costituzionale interviene nuovamente sul tema dei benefici penitenziari (misure penali di comunità, permessi premio e lavoro esterno) e sancisce che i detenuti minorenni e i giovani adulti, condannati per uno dei cosiddetti reati ostativi, possono accedervi anche se, dopo la condanna, non hanno collaborato con la giustizia.

La Corte ha così accolto la questione di legittimità costituzionale sollevata dal tribunale dei minorenni di Reggio Calabria, relativa all’applicazione nei confronti dei condannati minorenni e giovani adulti del meccanismo ostativo [2], secondo cui i condannati per uno dei reati in esso indicati, che non collaborano con la giustizia, non possono accedere ai benefici penitenziari previsti per la generalità dei detenuti.

Con riferimento ai condannati minorenni, questo meccanismo preclusivo è stato ritenuto in contrasto anzitutto con i principi della legge delega di riforma dell’ordinamento penitenziario, che imponeva di ampliare i criteri di accesso alle misure alternative alla detenzione e di eliminare qualsiasi automatismo nella concessione dei benefici penitenziari ai detenuti minorenni.

In secondo luogo, la Corte – richiamando la propria costante giurisprudenza sulla finalità rieducativa della pena e sulle sue implicazioni nei confronti dei minori – ha ritenuto che la disposizione censurata contrasta con gli articoli 27, terzo comma, e 31, secondo comma, della Costituzione, perché l’automatismo legislativo si basa su una presunzione assoluta di pericolosità che si fonda soltanto sul titolo di reato commesso e impedisce perciò alla magistratura di sorveglianza una valutazione individualizzata dell’idoneità della misura a conseguire le preminenti finalità di risocializzazione, che devono presiedere all’esecuzione penale minorile.

Nella sentenza, la Corte ha spiegato che “dal superamento del meccanismo preclusivo che osta alla concessione delle misure extramurarie non deriva in ogni caso una generale fruibilità dei benefici, anche per i soggetti condannati per i reati elencati all’art. 4-bis ordinamento penitenziario. Al tribunale di sorveglianza compete, infatti, la valutazione caso per caso dell’idoneità e della meritevolezza delle misure extramurarie, secondo il progetto educativo costruito sulle esigenze del singolo”.

“Solo attraverso il necessario vaglio giudiziale – prosegue la Consulta – è possibile tenere conto, ai fini dell’applicazione dei benefici penitenziari, delle ragioni della mancata collaborazione, delle condotte concretamente riparative e dei progressi compiuti nell’ambito del percorso riabilitativo, secondo quanto richiesto dagli artt. 27, terzo comma, e31, secondo comma, Cost.”


note

[1] C. Cost. sentenza n. 263 del 6 dicembre 2019 (relatore Giuliano Amato), che ha dichiarato illegittima la disposizione dell’articolo 2, terzo comma, del decreto legislativo n. 121 del 2018.

[2] Previsto dall’articolo 4-bis, commi 1 e 1-bis, dell’Ordinamento penitenziario (Legge 26 luglio 1975 n. 354).


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