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Il futuro della Cassa forense

6 Dicembre 2019 | Autore:
Il futuro della Cassa forense

Cassa forense: le difficoltà che sta vivendo l’avvocatura italiana.

Speriamo che il mercato regga e che lo spread non faccia brutti scherzi. Siamo in stagnazione con l’avvocatura in grande difficoltà. Con il termine stagnazione si indica una fase economica di crescita molto bassa, solitamente misurata in termine di Pil, Prodotto Interno Lordo. Il Pil dell’avvocatura non è migliore di quello nazionale.

Mi affido sempre all’analisi dei numeri ufficiali. Il rapporto Censis 2018 sull’avvocatura italiana, pag. 4, fotografa la «progressiva perdita del potere di acquisto dei redditi, il raffreddamento delle dinamiche di crescita e lo stretto legame delle stesse rispetto agli andamenti del ciclo economico».

Prevedere una ripresa del Pil, e quindi della massa contributiva in entrata, è possibile, ma avrei voluto vedere un raffronto proiettando il dato reale del 2018 e cioè la stagnazione che non è poi la ipotesi peggiore nello scenario possibile per vedere dove si andrebbe a finire.

Tuttavia, si vede un saldo previdenziale negativo (minori entrate contributive rispetto alle uscite per prestazioni) per 20 lunghi anni dal 2042 al 2062 e si deve confidare sul rendimento del patrimonio e, come ha detto il Presidente recentemente in Bicamerale, sperando che il mercato regga e lo spread non faccia brutti scherzi. Ma anche questo è un azzardo perché se i mercati faranno brutti scherzi, tanto per usare una espressione presidenziale, salteranno le pensioni di intere generazioni che non possono essere ancorate alla benevolenza dei mercati. Lo si può fare con i propri risparmi, ma non con quelli degli iscritti e destinati alla pensione.

Il problema è drammaticamente questo e senza polemica alcuna. Il bilancio tecnico non è il libro dei sogni ma l’unico strumento che lo iscritto ha per valutare ex ante, in termini probabilistici, se la obbligazione previdenziale contratta dallo Ente sarà’ onorata e deve essere comprensibile a tutti, non sono ai tecnici, con una scheda che riepiloghi i dati e faccia un raffronto tra le ipotesi peggiori e quelle più favorevoli. Io sono stanco di sentir dire “non ci capisco nulla” perché il solo non capire genera incertezza e la previdenza ha bisogno essenziale di certezze.

E’ vero che il rischio non può essere eliminato, come ha correttamente detto la Dirigente del servizio contabilità e finanza di CF, ma con la provvista previdenziale non è possibile accettare rischi elevati che, per arrivare al 3% programmato (un punto oltre l’inflazione prevista), ovviamente si devono correre. Ma quel 3% è il massimo consentito dagli Organi Vigilanti (bilancio tecnico, pag. 22) e perché si deve prendere il massimo e non prudenzialmente il minimo?

Per la dirigente di Cassa Forense il rischio nel suo complesso non supera il 6,9% del portafoglio e viene monitorato di mese in mese; al massimo si potrebbero perdere € 900.000,00. Ma sa la Dirigente che € 900.000,00 corrispondono, grosso modo, a 82 pensioni minime?

Per il rendimento del patrimonio abbiamo, infatti, il seguente prospetto.

Anno 2018:

  • tasso inflazione 0,60%;
  • rendimento 1,60%.

In realtà, dal consuntivo 2018, risulta che la performance del patrimonio è stata negativa del – 2,62%.

Anni 2019 – 2020:

  • tasso inflazione 1,80%;
  • rendimento atteso 2,80%.

Anno 2021:

  • tasso inflazione 1,50%;
  • rendimento atteso 2,50%.

Dal 2022 al 2070:

  • tasso inflazione 2%;
  • rendimento atteso 3%.

È stato, quindi, ipotizzato e proiettato il rendimento massimo consentito dagli Organi vigilanti.

Avrei voluto vedere a raffronto le due ipotesi, cioè il massimo e il minimo. Si prende il massimo consentito perché, diversamente, la sostenibilità di lungo periodo non ci sarebbe ma allora questo dato, certamente non irrilevante, andrebbe specificato, quantomeno per trasparenza.

Alcuni rendimenti caratterizzati da una maggiore rischiosità sono necessari per sostenere la redditività degli attivi, considerato che il 44,5% del portafoglio è composto da obbligazioni, il cui rendimento è quasi nullo come ha detto il Presidente in Bicamerale? Io sono per la negativa perché non si potrà dire agli iscritti non ti posso dare la pensione perché il mercato è andato male. Siamo nell’alveo della previdenza obbligatoria di primo pilastro non in quella volontaria complementare di secondo pilastro dove l’iscritto si sceglie la linea di investimento più confacente alle sue esigenze. Soprattutto nella considerazione, che molti dimenticano, che con la privatizzazione le Casse hanno rinunciato a ogni aiuto dello Stato.

A mio giudizio, non è questa la strada: ci vuole una profonda riforma strutturale sullo impianto previdenziale, certamente non facile, perché, con il trascorrere del tempo, si è consolidata la giurisprudenza di Cassazione che non consente di ricorrere al contributo di solidarietà per finanziare la transizione.

Per questo, abbiamo bisogno, nel 2020, di un nuovo presidente lungimirante. Ci sarà? Io me lo auguro.



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