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Separazione conviventi e affidamento prole

14 Dicembre 2019
Separazione conviventi e affidamento prole

Io e il mio compagno (non siamo sposati) abbiamo un figlio. Viviamo insieme in un piccolo paese della Toscana, mentre io sono nata vicino a Venezia. Siamo in procinto di separaci. Io ho sempre seguito mio figlio e non ho mai lavorato in questi anni da quando è nato. Ora frequenta il secondo anno di scuola materna. Viviamo in una casa intestata al padre del mio compagno. I miei genitori invece avrebbero una casa grande e volendo anche alcuni appartamenti.

La mia domanda è: in caso di separazione io vorrei tornare nel Veneto dai miei genitori con mio figlio e crearmi una vita lì. Sarei ovviamente disposta e felice di far vedere mio figlio al padre e ai nonni paterni quando possibile. Mi chiedo se sono tutelata e sono sicura di poter lasciare questo paese e la casa e andare a stare dai miei genitori, portando ovviamente con me nostro figlio e trovandomi un lavoro, magari part time. Il mio compagno quindi, come ci viene incontro economicamente? Lui lavora in questo paesino, full time e prende circa 1600 euro al mese con gli straordinari.

Partiamo subito da un presupposto: in assenza di matrimonio e di qualsiasi altro tipo di convivenza formalizzata secondo quanto stabilito dalla legge (in particolare, dalla legge Cirinnà, n. 76/2016), i conviventi di mero fatto che si separano non hanno diritto ad alcun assegno di mantenimento. Dunque, se il lettore intende separarsi, non potrà chiedere alcuna somma di danaro, a meno che:

  • non sia stato stipulato un contratto di convivenza nel quale si prevede il diritto, per il convivente economicamente più debole, di ricevere un sostegno economico dall’altro;
  • non si tratti di una convivenza formalmente registrata presso l’anagrafe comunale, per cui la legge del 2016 ha stabilito l’obbligo di versare gli alimenti a carico della parte economicamente più debole solo in presenza di determinate condizioni, cioè qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento.

Diverso è, ovviamente, il discorso inerente alla prole, la quale conserva il diritto ad essere istruita, mantenuta ed educata a prescindere dai rapporti sussistenti tra i genitori. I figli nati da genitori non sposati sono pienamente tutelati indipendentemente da qualsiasi vincolo matrimoniale o dichiarazione di convivenza dei genitori e sono pienamente equiparati ai figli nati da genitori coniugati, con conseguente riconoscimento degli stessi diritti.

Ne deriva che i genitori non sposati che vogliano formalizzare l’accordo sull’affidamento dei figli dopo la cessazione della convivenza, possono presentare un apposito ricorso al Tribunale del luogo dove risiedono.

Anche in caso di figli nati fuori dal matrimonio, valendo gli stessi diritti dei figli di coppie sposate, la scelta, salvo casi eccezionali, deve essere quella dell’affidamento condiviso. Il giudice non si dovrà pronunciare esclusivamente sull’affidamento e sul diritto di visita ma anche sul mantenimento dei figli, sulle spese e sull’assegnazione della casa familiare.

I genitori dovranno continuare a mantenere i figli, in maniera diretta (provvedendo direttamente all’acquisto di ciò che occorre alla prole), oppure indiretta (mediante assegno di mantenimento mensile).

La tipologia di mantenimento dipende, però, dalle condizioni di affido che verranno stabilite di comune accordo dai genitori, ovvero unilateralmente dal giudice. In altre parole, per capire chi dovrà versare il mantenimento occorrerà innanzitutto capire quale genitore verrà designato come affidatario in maniera prevalente (o esclusivo).

Questo è un punto importante, in quanto dal quesito si evince l’intenzione di andare via dall’attuale casa familiare, portando con sé il figlio. Orbene, ad avviso dello scrivente tale volontà non è facilmente attuabile, a meno che non ci sia il pieno consenso del padre e non vi siano valide ragioni per ritenere che questi non possa occuparsi del figlio; infatti, come detto poc’anzi, il giudice, ove possibile, deve preferire sempre l’affidamento condiviso della prole, nel senso che i figli devono poter continuare a stare con entrambi i genitori nonostante questi si siano separati.

È chiaro, però, che la volontà de lettore di portare con sé il bambino, allontanandolo di centinai di chilometri dal padre, contrasti con tutto ciò. Detto in altre parole, l’intenzione esternata sarebbe quella di ottenere l’affidamento esclusivo del bambino, con facoltà poi del padre di poterlo andare a trovare (stessa cosa vale per la famiglia di lui).

Ciò però non si adegua con la norma di legge che predilige l’affidamento esclusivo e che preserva il diritto della prole di continuare a frequentare costantemente entrambi i genitori, oltre che le loro rispettive famiglie. È dunque pieno diritto del padre opporsi alla richiesta. Solamente ove ricorressero seri motivi si potrebbe optare per un affido esclusivo alla madre.

A sommesso avviso dello scrivente, dunque, la richiesta di allontanarsi dalla casa familiare e di portare con sé il bambino non potrà trovare accoglimento, a meno che il giudice non ravvisi che vi siano gravi motivi per cui il padre debba vedere solo saltuariamente il figlio. Nel caso in cui la richiesta dovesse essere accolta, il padre dovrebbe provvedere al mantenimento del bambino, inviando un assegno il cui importo potrà essere stabilito di comune accordo oppure direttamente dal giudice.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Mariano Acquaviva



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