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Ultima busta paga più bassa: come mai?

8 Dicembre 2019
Ultima busta paga più bassa: come mai?

Stipendio più basso degli altri: come mai all’atto del licenziamento o delle dimissioni il dipendente viene pagato di meno rispetto alle mensilità precedenti? Come difendersi dagli abusi del datore di lavoro?

Hai cessato il lavoro da poco. Il tuo ex capo ha tardato a pagarti l’ultima mensilità dello stipendio; ma ora che il bonifico è finalmente arrivato sul conto ti sei accorto che l’importo è più basso rispetto al solito. Cosa è successo? Come mai l’ultima busta paga è più bassa? Possono esistere una serie di ragioni che giustificano tale comportamento. Se, però, il tuo caso non rientra in nessuna di queste, puoi stare ben certo che il datore di lavoro ha tentato di fregarti e, allora, potrai ricorrere in tribunale e, con un decreto ingiuntivo, farti riconoscere la differenza retributiva.

Prima che tu ricorra a un avvocato, ti indicheremo tutte le ipotesi che possono giustificare l’ultimo stipendio più basso in modo che tu non faccia un buco nell’acqua. Ma procediamo con ordine.

Per stabilire come mai la tua busta paga non è come le altre, devi farti una serie di domande. Eccole.

Ti sei licenziato?

Se sei stato tu a “licenziarti” (il termine corretto è “dimetterti”), potrebbe essere successo che il datore di lavoro ha trattenuto, dall’ultima busta paga, l’indennità di mancato preavviso. 

La legge stabilisce infatti che, quando il contratto di lavoro viene sciolto unilateralmente (ossia dal datore di lavoro con il licenziamento o dal dipendente con le dimissioni), è necessario dare all’altra parte il cosiddetto preavviso.

Il periodo di preavviso – la cui durata è fissata dal contratto collettivo – è un termine durante il quale il rapporto lavorativo prosegue regolarmente per dare all’altra parte il tempo di organizzare il proprio futuro. Se una parte recede immediatamente, in tronco, l’altra può pretendere il pagamento di una sorta di «penale» appunto detta indennità di mancato preavviso.

Se sei stato tu a dimetterti e non hai rispettato il preavviso, per cui di punto in bianco hai smesso di lavorare restandotene a casa, hai solo un modo per tutelarti: dimostrare che le dimissioni sono avvenute per giusta causa. Difatti, solo nel caso di dimissioni per giusta causa o di licenziamento per giusta causa, il rapporto di lavoro si interrompe in tronco senza dover dare il preavviso. Ciò avviene in caso di gravi irregolarità da parte dell’azienda come: mobbing, demansionamento, molestie, violenza fisica o psicologica, mancato pagamento di più di una mensilità di stipendio o reiterato ritardo nel versamento dello stesso (non può, però, trattarsi di un ritardo di solo pochi giorni), ecc.

Sei stato licenziato?

La legge stabilisce che, nel caso di licenziamento, il datore di lavoro debba pagare all’Inps un contributo (la cosiddetta «tassa di licenziamento») che andrà a concorrere agli importi che lo Stato ti verserà per la disoccupazione (Naspi). Ebbene, tale importo grava solo sull’azienda che non può riversarlo su di te (neanche per una semplice quota). Se il tuo capo ti ha detto il contrario, sta mentendo e puoi citarlo in tribunale.

Tuttavia, potrebbe succedere che il datore di lavoro ti abbia licenziato per via di un grave comportamento lesivo degli interessi dell’azienda. In tal caso, potrebbe aver applicato la sanzione disciplinare della multa. La multa è un importo – il cui ammontare viene, di solito, stabilito dal contratto collettivo nazionale – che viene trattenuto dallo stipendio. Stai, però, attento: l’azienda può infliggere, per lo stesso illecito, una sola sanzione disciplinare e non di più. Per cui, se sei già stato licenziato, non puoi anche subire la multa.

Potrebbe, però, succedere che la multa si riferisca a un differente comportamento, non a quello che ha determinato il licenziamento (pensa al caso in cui tu abbia compiuto più volte lo stesso illecito, nel qual caso la recidiva ti è costata il posto). Oppure potrebbe avvenire che il contratto di lavoro si è interrotto a seguito delle tue dimissioni. Dunque, in tale ipotesi, la trattenuta a titolo di multa sarebbe legittima.

In ogni caso, affinché la multa possa essere applicata, è necessario che prima il datore di lavoro ti abbia inviato una raccomandata con la comunicazione di avvio del procedimento disciplinare, dandoti cinque giorni per difenderti. Leggi sul punto Trattenuta sullo stipendio: il datore può sanzionare il lavoratore?

Si tratta del mese di dicembre?

Se l’ultima busta paga è quella del mese di dicembre, lo stipendio potrebbe essere più basso a causa delle tasse. Si tratta del cosiddetto conguaglio fiscale di fine anno che applica il datore di lavoro in qualità di sostituto d’imposta. 

L’azienda fa un calcolo complessivo di tutte le somme versate, nell’arco dell’anno, a titolo di contributi Inps e imposte Irpef (comprese le addizionali regionali e comunali), al netto di eventuali detrazioni fiscali spettanti (da quelle per lavoro dipendente a quelle per carico familiare). Il ricalcolo di tutti tali importi può finire per ridurre la busta paga di dicembre. 

In buona sostanza, il datore di lavoro è chiamato, a fine anno, a “tirare le somme” ossia a calcolare quante imposte e contributi sono stati pagati per ogni singolo dipendente o pensionato e verificare quante imposte e contributi si sarebbero dovuti effettivamente pagare in base al reddito complessivo annuo del lavoratore/pensionato. Questo calcolo si può fare solo a fine anno perché solo in questo momento si ha la misura complessiva del reddito effettivamente accumulato nei 12 mesi. Si pensi, ad esempio, alle maggiorazioni ricevute nel corso dell’anno a titolo di straordinari o di promozioni che potrebbero aver determinato un aumento della tassazione o della stessa aliquota Irpef.

Hai compiuto qualche danno?

Se hai danneggiato i beni dell’azienda, il tuo datore di lavoro può trattenersi dall’ultima busta paga l’ammontare del risarcimento. Se tale importo dovesse essere superiore al tuo stipendio, la trattenuta potrebbe addirittura estendersi anche al Tfr. 

La giurisprudenza ritiene legittima la trattenuta a titolo di risarcimento per un importo superiore al quinto dello stipendio.

Anche in questa ipotesi, però, hai una scappatoia: il più delle volte, il risarcimento del danno deve essere prima quantificato dal giudice. Se, infatti, il contratto collettivo non “forfettizza” i danni causati dal lavoratore all’azienda, quest’ultima non può stabilire unilateralmente l’importo dell’indennizzo da esigere dal proprio dipendente. Quindi, se prima non c’è stata una causa volta all’accertamento e alla liquidazione del danno, la trattenuta è da considerarsi illegittima.

Non hai pagato i tuoi debiti?

Potrebbe essere successo che il datore di lavoro abbia ricevuto la lettera di pignoramento presso terzi da parte di uno dei tuoi creditori a cui non hai pagato una somma. Potrebbe anche trattarsi dell’agente della riscossione esattoriale.

Se così dovesse essere, accertati innanzitutto di aver ricevuto anche tu l’atto di pignoramento. Poi, controlla che la trattenuta non superi il 20% del netto del tuo stipendio.

Sei stato malato?

Se anche la legge prevede il tuo diritto ad assentarti per malattia e a non perdere, in tale periodo, il posto, in alcuni casi tali giorni di assenza non vengono pagati dall’Inps, ma dall’azienda. In particolare, i primi tre giorni di malattia sono quasi sempre a carico dell’azienda. È, allora, il datore di lavoro a dover integrare l’indennità di malattia, tirando fuori di tasca propria somme di denaro ulteriori da corrispondere al dipendente malato. Ma non sempre le cose vanno così. A volte, l’azienda – succede quando non applica alcun contratto collettivo – si limita a fare da tramite tra l’Inps ed il dipendente, versando al lavoratore in malattia l’indennità Inps senza aggiungere nulla.

In questi casi, l’azienda, per motivi contabili e di elaborazione della busta paga, di solito indica nelle somme da dare al dipendente la normale retribuzione mensile e, poi, indica come “trattenuta malattia” le somme che si trattiene perché corrispondono alla retribuzione relativa ai giorni di malattia che il datore di lavoro non è tenuto a pagare. Leggi Trattenuta malattia busta paga

Se non c’è il Tfr

A conti fatti, l’ultima busta paga dovrebbe essere sempre quella più alta. In essa, infatti, deve essere versato il Tfr, il trattamento di fine rapporto. Tuttavia, succede non raramente che, essendo quest’ultimo un importo piuttosto rilevante, l’azienda lo versi con qualche mese di ritardo. 

Ricorda quindi di verificare che, nell’ultima busta paga sia conteggiato il Tfr e, se non dovesse esservi, fallo presente all’ufficio paga. Se il versamento della buonuscita non dovesse arrivare neanche dopo tre o quattro mesi, potrai diffidare l’azienda con una lettera di messa in mora, meglio se spedita dal tuo avvocato. 



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