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Lui/lei non vuole figli: come annullare il matrimonio

10 Dicembre 2019
Lui/lei non vuole figli: come annullare il matrimonio

Lasciarsi perché il coniuge non vuole bambini: è motivo di nullità del matrimonio deliberata dal tribunale ecclesiastico.

Dopo un anno di matrimonio in cui non avete usato contraccettivi, non avete avuto ancora un bambino. Ora, però, che gli hai fatto presente la tua speranza di restare incinta e di rivolgerti a uno specialista che vi assista in questo importante percorso, lui ti ha confessato di non avere alcuna intenzione di farlo. 

La sorpresa per la decisione del tuo coniuge è tanto maggiore quanto più pensi al fatto che il suo disinteresse verso i bambini non ti era mai stato manifestato durante gli anni di fidanzamento. All’esito di ciò, seppur con tanto dolore, anche tu hai fatto la tua scelta: intendi lasciarlo per sempre visto che non hai alcuna intenzione di rinunciare al tuo sogno di diventare mamma. Ti chiedi allora come annullare il matrimonio se lui/lei non vuole figli.

Come ricordato più volte dalla giurisprudenza [1], è possibile far dichiarare la nullità del matrimonio nel caso in cui venga accertata la volontà del coniuge di non avere figli. Il vizio deve però essere accertato dal tribunale ecclesiastico e poi “convalidato” dal tribunale civile. Si tratta, quindi, di un doppio procedimento, all’esito del quale, tuttavia, è possibile cancellare completamente gli effetti del precedente matrimonio, con alcune importanti conseguenze. La prima di queste è l’impossibilità di richiedere l’assegno di mantenimento (poiché non v’è stata alcuna unione, cessano anche gli obblighi conseguenti al divorzio). La seconda è che il coniuge che intende risposarsi potrà farlo in chiesa. 

Chiaramente, il procedimento è attivabile sia dalla moglie che dal marito, sebbene sia statisticamente più improbabile che la donna non voglia gravidanze e che di ciò non ne faccia partecipe prima il marito.

Ma procediamo con ordine e vediamo come annullare il matrimonio se lui/lei non vuole figli.

Nullità o annullamento del matrimonio  

Il matrimonio può essere nullo o annullabile sia per violazione delle regole del nostro Codice civile che in base a quelle del diritto canonico. Iniziamo dalla prima delle due ipotesi.

Rivolgendosi al tribunale civile ordinario è possibile chiedere la cancellazione del matrimonio (ossia la nullità o l’annullamento) per una serie di vizi elencati dalla legge. Questi sono:

  • la violenza morale o fisica (ad esempio: «Se non mi sposi ti lascio per sempre» oppure «Se mi sposi, non ti sfratterò di casa»);
  • il timore di eccezionale gravità derivato da cause esterne;
  • errore sull’identità dell’altro coniuge;
  • errore sulle qualità personali dell’altro coniuge (ad esempio, una malattia fisica o psichica, una sentenza di condanna per delitto non colposo alla reclusione non inferiore a 5 anni; condanna per delitti concernenti la prostituzione a pena non inferiore a 2 anni; stato di gravidanza, ecc.);
  • simulazione (ciascuno dei coniugi può impugnare il matrimonio se prima della sua celebrazione gli sposi hanno concluso un accordo per non adempiere agli obblighi e non esercitare i diritti matrimoniali);
  • mancanza assoluta del consenso degli sposi (come, ad esempio, nel matrimonio celebrato all’estero per gioco o divertimento);
  • mancanza delle condizioni per contrarre matrimonio (ad es. mancanza della diversità di sesso, mancanza della libertà di stato, interdizione per infermità di mente, minore età, vincoli di parentela, ecc.).

Il termine per impugnare il matrimonio è generalmente molto breve. Nei casi in cui è possibile chiedere l’annullamento del matrimonio la relativa azione, anche se soggetta al termine di prescrizione decennale, non può essere proposta se gli sposi hanno coabitato per un anno dopo la cessazione della violenza o delle cause che hanno determinato il timore di eccezionale gravità oppure dalla scoperta dell’errore.

Come hai potuto vedere, nell’elenco delle cause per far dichiarare nullo o annullabile il matrimonio dal giudice civile non è presente il caso della volontà di non avere figli. È prevista solo, tra le malattie fisiche, l’impotenza permanente e inguaribile. È invece esclusa, da alcuni tribunali, l’esistenza di problemi ad avere rapporti sessuali. 

Nullità del matrimonio concordatario

Il matrimonio – solo quello concordatario, ossia celebrato in chiesa – può essere nullo anche per violazione delle regole del diritto ecclesiastico. 

Se il matrimonio concordatario è viziato secondo le regole del diritto canonico, ciascuno dei coniugi può agire davanti alle autorità ecclesiastiche per ottenere una sentenza di nullità. Tale procedura è, quindi, preclusa a chi si sposa in Comune.

Provenendo da un altro ordinamento giuridico, tale sentenza può produrre effetti civili in Italia solo se dopo viene convalidata dal tribunale civile. Ciò avviene con il procedimento di delibazione richiesto da uno dei coniugi.

Tra le numerose cause di invalidità del matrimonio concordatario disciplinate dal diritto canonico, vi è la simulazione del consenso. Questa ricorre quando uno o entrambi i coniugi escludono, con un atto di volontà, il matrimonio (simulazione totale) negando qualsiasi valore a tale istituzione oppure negando un suo elemento o proprietà essenziale (cosiddetta bona matrimonii per cui si ha simulazione parziale) come ad esempio:

  • la volontà di avere figli (bonum prolis), con l’astensione da rapporti sessuali o l’uso di anticoncezionali o tramite l’aborto;
  • l’indissolubilità del vincolo;
  • l’obbligo di fedeltà;
  • l’obbligo di perseguire il bene comune della coppia (bonum coniugum), non costituendo una relazione interpersonale;
  • la sacralità del matrimonio (bonum sacramenti), sposandosi solo per ragioni di opportunità sociale.

Nullità matrimonio se lui/lei non vuole figli

Per ottenere l’annullamento del matrimonio in caso di riserva mentale (come il fatto di non credere nell’indissolubilità del matrimonio o nel non volere avere figli) è necessario che tale riserva sia stata manifestata all’altro coniuge e da questi sia stata ignorata. Se, invece, non è stata mai manifestata, ed è rimasta solo “a livello interiore”, non si può chiedere l’annullamento.

L’escamotage è spesso utilizzato da alcuni mariti che, chiedendo – grazie alle “maniche larghe” di alcuni tribunali ecclesiastici – la nullità del matrimonio, cercano di ottenere anche l’annullamento di ogni obbligo relativo al versamento dell’assegno di mantenimento.

Secondo la Cassazione [1], è ammessa la delibazione della nullità ecclesiastica del matrimonio se il coniuge aveva sentore che l’altro non voleva figli. Un elemento rilevatore di un atteggiamento psichico contrario potrebbe essere il fatto che prima del matrimonio il partner voleva solo rapporti protetti. 

La Suprema Corte ha ricordato che la sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio religioso per esclusione da parte di un coniuge di uno dei “bona” matrimoniali, quale quello relativo alla prole, e cioè per una ragione diversa da quelle di nullità previste per il matrimonio civile dal nostro ordinamento, non impedisce il riconoscimento dell’esecutività della sentenza ecclesiastica, quando quella esclusione, ancorché unilaterale, sia stata portata a conoscenza dell‘altro coniuge prima della celebrazione del matrimonio, o, comunque, questi ne abbia preso atto, ovvero quando vi siano stati concreti elementi rivelatori di tale atteggiamento psichico non percepiti dall’altro coniuge solo per sua colpa grave.

La delibazione trova, infatti, ostacolo nella contrarietà al principio di ordine pubblico italiano di tutela della buona fede e dell’affidamento incolpevole solo qualora la divergenza unilaterale tra volontà e dichiarazione non sia stata manifestata all’altro coniuge. Nel caso in esame, ha concluso la Cassazione, il tribunale ha accertato che la donna conosceva, o in ogni caso avrebbe potuto conoscere con ordinaria diligenza, la volontà dell’altro coniuge, manifestata con indici rivelatori prima del matrimonio, di esclusione della prole proprio per via dell’uso di tecniche contraccettive. 

Riflettori puntati, quindi, sulla circostanza dei presunti «rapporti cautelati» tra i futuri coniugi, circostanza ritenuta sufficiente dai giudici per consentire al coniuge di prendere contezza della «riserva mentale dell’ex» sull’ipotesi di avere figli.

Ebbene, per i giudici della Cassazione correttamente si è osservato in secondo grado che «la donna conosceva, o, in ogni caso, avrebbe potuto conoscere con ordinaria diligenza, la volontà del marito», cioè il rifiuto di avere figli, alla luce di precisi «indici rivelatori» manifestatisi prima del matrimonio. E il riferimento è ovviamente all’elemento richiamato in ambito ecclesiastico, cioè i «rapporti cautelati» avuti dalla coppia quando ancora non erano sposati.

Come chiedere la nullità del matrimonio se lui/lei non vuole figli

Dall’8 dicembre 2015, è in vigore una nuova disciplina che ha riformato il processo canonico per le cause di nullità del matrimonio concordatario (essa è stata introdotta da due provvedimenti “Motu proprio” di Papa Francesco del 15 agosto 2015 che hanno modificato il CIC). La riforma ha semplificato la procedura e reso più rapido e accessibile tale processo.

Il processo canonico per ottenere la nullità del matrimonio concordatario può essere avviato solo dai coniugi e non da terzi. 

Il tribunale ecclesiastico può essere individuato indifferentemente in base al luogo in cui:

  • è stato celebrato il matrimonio;
  • uno o entrambi i coniugi hanno il proprio domicilio;
  • di fatto si devono raccogliere la maggior parte delle prove.

Giudice di prima istanza è il vescovo che può esercitare tale funzione personalmente o per mezzo di soggetti delegati.

Le cause sono decise da un collegio di 3 giudici, presiedute da un chierico, mentre gli altri 2 giudici possono essere laici.

I coniugi introducono il giudizio con un ricorso (denominato “libello“) che deve riassumere per sommi capi il motivo o i motivi in fatto e diritto per cui si intende annullare il matrimonio. 

Nei casi in cui la nullità del matrimonio non è sostenuta da argomenti particolarmente evidenti, il vescovo dispone che la causa sia trattata secondo un processo ordinario.

Esso si compone delle seguenti fasi:

  • udienza preliminare, denominata contestazione della lite, nella quale è definito l’oggetto della controversia ossia è determinato il capo di nullità su cui il giudice è chiamato a pronunciarsi;
  • istruzione della causa in cui sono raccolti tutti gli elementi di prova. Essa prevede l’audizione dei coniugi e dei testimoni indicati dalle parti e, per le cause particolarmente complesse, l’intervento di un perito specialista (psicologo, psichiatra, ginecologo o andrologo, a seconda del caso specifico da sottoporre a indagine), nominato dal giudice;
  • fase decisoria in cui il collegio si riunisce a porte chiuse nel giorno e all’ora prefissati per valutare tutto il materiale probatorio raccolto ed emettere il parere conclusivo sulla causa. Il dispositivo circa la nullità o meno del matrimonio viene votato dai giudici a maggioranza assoluta;
  • stesura della sentenza in cui vengono pubblicate le motivazioni alla base della decisione.

Il vescovo può giudicare le cause di nullità matrimoniale secondo una procedura più breve quando ricorrono le seguenti condizioni:

  • la domanda è proposta da entrambi i coniugi, o da uno di essi, col consenso dell’altro;
  • ricorrono circostanze di fatti e persone, sostenute da testimonianze o documenti, che non richiedono un’inchiesta o un’istruzione accurata e rendono manifesta la nullità.

È prevista un’unica sessione istruttoria in cui le parti assistono alle deposizioni e il tribunale assume le prove. Terminata tale fase si passa direttamente alla fase decisoria.

Se dalle prove risulta certa la nullità del matrimonio, il vescovo decide con sentenza in cui deve esporre in maniera breve e ordinata i motivi che la sorreggono. Le circostanze che rendono manifesta la nullità del matrimonio sono ad esempio:

  • mancanza di fede che porta a simulare il consenso;
  • brevità della convivenza coniugale;
  • aborto procurato per impedire la procreazione;
  • ostinata permanenza in una relazione extraconiugale al tempo delle nozze o in un tempo immediatamente successivo;
  • occultamento doloso della sterilità o di una grave malattia contagiosa o di figli nati da una precedente relazione;
  • occultamento doloso di una precedente carcerazione;
  • causa del matrimonio del tutto estranea alla vita coniugale o consistente nella gravidanza imprevista della donna;
  • violenza fisica inferta per estorcere il consenso;
  • mancanza di uso di ragione comprovata da documenti medici.

Affinché la sentenza del tribunale ecclesiastico possa produrre effetti anche in ambito civile è necessario il cosiddetto exequatur, ossia un decreto di esecutività, emesso dal Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica presso la Santa Sede.

Per riconoscere effetti civili in Italia a una sentenza di nullità pronunciata da un tribunale ecclesiastico munita di exequatur, uno o entrambi i coniugi devono presentare alla Corte d’Appello una domanda di delibazione. Si tratta di una declaratoria di validità che consente di annotare la sentenza nei registri dello stato civile e permette ai coniugi di riacquistare la libertà di stato. Solo in questo modo la sentenza avrà valore anche per la legge italiana.


note

[1] Cass. ord. n. 32027/19 del 09.12.2019.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 23 settembre – 9 dicembre 2019, n. 32027

Presidente Giancola – Relatore Parise

Fatti di causa

1. Con sentenza n.7605/2016 pubblicata il 19-12-2016 la Corte d’appello di Roma dichiarava l’efficacia nella Repubblica Italiana della sentenza emessa in data 04/12/2009 dal Tribunale Ecclesiastico di prima istanza del Vicariato di Roma, confermata dal decreto emesso dal Tribunale d’Appello del Vicariato di Roma in data 8.06.2014 e resa esecutiva dal Supremo Tribunale dalla Segnatura Apostolica con decreto in data 02.03.2015, con la quale era stata dichiarata la nullità del matrimonio contratto in (omissis…) da Gi. Ma., nato a (omissis…), e da TI. Ce., nata a (omissis…), mandando al competente ufficio di stato civile per la trascrizione della sentenza. La Corte territoriale, pronunciando in contumacia di TI. Ce., riteneva accertato, alla stregua della decisione ecclesiastica e delle prove raccolte nel relativo giudizio, che vi fosse la prova di concreti elementi rilevatori della volontà del marito, manifestati prima della celebrazione del matrimonio, di esclusione della prole dalla futura vita coniugale.

2. Avverso questa sentenza TI. Ce. propone ricorso, affidato ad un solo motivo, resistito con controricorso da Gi. Ma., che ha depositato memoria illustrativa.

3. Il ricorso è stato fissato per l’adunanza in camera di consiglio ai sensi degli artt. 375, ultimo comma, e 380 bis 1, cod. proc. civ.

Ragioni della decisione

1. Con unico articolato motivo la ricorrente, dopo aver premesso di non avere ricevuto la notifica dell’atto di citazione, avvenuta in data 17-11-2015 all’indirizzo di via (omissis…), da cui si era trasferita il 31-1-2021, lamenta, in relazione all’ art.360 comma 1 n.3 cod. proc. civ., «Violazione e falsa applicazione di norme di diritto in relazione all’art. 132 n.4 cod. proc. civ. per essere la motivazione inesistente o meramente apparente; Violazione e falsa applicazione di norme di diritto in relazione all’art.8 L.n.121/1985, art. 797 n.7 cod. proc. civ. e 2697 cod. civ., in quanto la sentenza della Corte d’appello, dichiarando la nullità del matrimonio canonico per esclusione della prole, contiene disposizioni contrarie all’ordine pubblico italiano, non essendo tale motivo conosciuto o conoscibile dal coniuge». Ad avviso della ricorrente la motivazione della sentenza impugnata è apparente o comunque insufficiente in quanto la Corte territoriale si era limitata a far riferimento ai presunti rapporti cautelati, per di più nel periodo precedente alla celebrazione del matrimonio, senza addurre ulteriori elementi favorevoli a sostegno della propria conclusione e soprattutto senza disattendere gli elementi contrari emergenti dagli atti del giudizio ecclesiastico. In particolare, dalle dichiarazioni della stessa ricorrente o degli altri testimoni assunti su indicazione di quest’ultima nei giudizi ecclesiastici era emersa una situazione di vita coniugale perfettamente in linea con i dogmi cristiani e comunque del tutto contrastante con quanto sostenuto dal coniuge. Secondo la ricorrente la motivazione della sentenza è finanche inesistente, atteso che «la Corte d’Appello con una semplice asserzione di principio si limita a desumere dalla circostanza di avere avuto rapporti cautelati la necessaria conoscenza da parte della ricorrente della riserva mentale del marito senza tratteggiare un logico e corretto iter argomentativo che da quella premessa possa portare a quella necessaria conclusione».

2. Preliminarmente deve darsi atto che, come risulta dall’ avviso di ricevimento prodotto sub 1 in allegato alla nota di deposito documenti dell’8-3-2016 da Gi. Ma., l’atto di citazione avanti alla Corte d’appello è stato ritirato da TI. Ce. presso l’Ufficio Postale in data 17-11-2015. Il contraddittorio nel giudizio avanti alla Corte d’appello risulta, pertanto, ritualmente instaurato, in conformità a quanto affermato nella sentenza impugnata, e il suddetto giudizio si è svolto nella contumacia, correttamente dichiarata, dell’attuale ricorrente.

3. Il motivo di ricorso è infondato.

3.1. Questa Corte ha affermato, esprimendo un orientamento a cui il Collegio intende dare continuità, che la sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio religioso per esclusione da parte di un coniuge di uno dei “bona” matrimoniali, quale quello relativo alla prole, e cioè per una ragione diversa da quelle di nullità previste per il matrimonio civile dal nostro ordinamento, non impedisce il riconoscimento dell’esecutività della sentenza ecclesiastica, quando quella esclusione, ancorché unilaterale, sia stata portata a conoscenza dell’altro coniuge prima della celebrazione del matrimonio, o, comunque, questi ne abbia preso atto, ovvero quando vi siano stati concreti elementi rivelatori di tale atteggiamento psichico non percepiti dall’altro coniuge solo per sua colpa grave (Cass. n. n.4517/2019 e Cass. n. 11226/2014). La delibazione trova infatti ostacolo nella contrarietà al principio di ordine pubblico italiano di tutela della buona fede e dell’affidamento incolpevole solo qualora la divergenza unilaterale tra volontà e dichiarazione non sia stata manifestata all’altro coniuge, ovvero non sia stata da questo effettivamente conosciuta o ignorata esclusivamente per sua negligenza. 3.2. La Corte territoriale, dopo aver dato atto che nei vari gradi del procedimento davanti ai Tribunale ecclesiastici era stato assicurato alle parti il diritto di agire e resistere in modo non difforme da quanto stabilito nell’ordinamento giuridico italiano, si è attenuta ai suesposti principi di diritto ed ha accertato che la Ce. conosceva, o in ogni caso avrebbe potuto conoscere con ordinaria diligenza, la volontà dell’altro coniuge, manifestata con indici rivelatori prima del matrimonio, di esclusione della prole.

Il suddetto accertamento di fatto, effettuato dalla Corte territoriale valutando le risultanze probatorie dei giudizi ecclesiastici, è un apprezzamento di merito che è sottratto al controllo di legittimità al di fuori dei limiti di cui all’art. 360, comma 1, n.5, cod. proc. civ..

Le Sezioni Unite di questa Corte hanno chiarito che la riformulazione dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., disposta dall’art. 54 del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, applicabile ratione temporis nel caso di specie, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 delle preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass, sez. un., n. 8053/2014).

Nella fattispecie in esame non ricorrono i vizi motivazionali denunciati in quanto la motivazione della sentenza impugnata, seppur sintetica, è adeguata, alla stregua dei canoni individuati dalle Sezioni Unite, ed il percorso argomentativo e logico risulta chiaramente espresso. La ricorrente sollecita, in realtà ed inammissibilmente, una rivalutazione del materiale probatorio in ordine alla rilevanza dei rapporti cautelati nel periodo precedente al matrimonio e delle risultanze testimoniali, peraltro senza specificatamente dolersi di omesso esame di fatti decisivi e senza neppure esplicitare in dettaglio quali siano gli elementi contrari a quelli valorizzati nella sentenza impugnata.

4. Alla stregua delle considerazioni che precedono, il ricorso deve essere rigettato.

5. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

6. Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, a norma del comma I-bis dello stesso art. 13, ove dovuto (Cass. SU 20 settembre 2019, n. 23535).

7. Va disposto che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, art. 52.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro4.200,00, di cui Euro200 per esborsi, oltre al 15% per spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, a norma del comma I-bis dello stesso art. 13, ove dovuto.

Dispone che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del d.lgs. 30 giugno 2003 n. 196, art. 52.

 


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1 Commento

  1. Credo sia assurdo questo discorso. Ci sono tante coppie chei usano i contraccettivi perché in quel momento della loro vita non vogliono avere figli, ma parlano di matrimonio e di una famiglia insieme, compresi futuri figli. Poi, si sposano. Uno di loro decide che non vuole figli… L’altro partner come poteva immaginare questo cambio di idea? Magari ha sposato quella persona perché credeva in certi valori e voleva dar vita ad una famiglia dopo il matrimonio… Mah assurda la legge certe volte.

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