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Lavoro intermittente barista

28 Dicembre 2019
Lavoro intermittente barista

I pubblici esercizi hanno degli incrementi temporanei del lavoro in particolari periodi dell’anno, del mese o della settimana e devono quindi assumere personale proprio in questi picchi di lavoro.

I bar ed i ristoranti sono, per eccellenza, le attività economiche che maggiormente risentono della stagionalità del lavoro. La clientela di un bar, infatti, non è sempre fissa, ma tende ad aumentare anche esponenzialmente in particolari occasioni come festività, ricorrenze, manifestazioni, fine settimana, periodi di alta stagione, etc. Proprio per questo, i bar hanno bisogno di strumenti flessibili per la gestione del personale. Non a caso, il lavoro intermittente è molto diffuso per assumere un barista.

Tuttavia, come vedremo, il contratto di lavoro intermittente non è sempre utilizzabile in quanto la disciplina normativa di questo istituto ne autorizza l’utilizzo solo quando ricorrono specifiche ipotesi, soggettive o oggettive, individuate dalla legge e dai contratti collettivi di lavoro.

Esiste, inoltre, anche un tetto massimo che limita le giornate di lavoro a chiamata con uno stesso dipendente. Il settore dei pubblici esercizi, tuttavia, è esonerato da questo vincolo.

Nozione di lavoro intermittente

In Inghilterra e negli Stati Uniti, viene chiamato job on call. In Italia, è conosciuto come lavoro intermittente o lavoro a chiamata. Si tratta di una delle tante tipologie di contratto con cui può essere assunto il personale. Sicuramente, il lavoro intermittente, nella galassia di tipologie contrattuali presenti nel nostro ordinamento, è quella che permette alle aziende di assumere la manodopera con la massima flessibilità ed elasticità.

Quando viene firmato il contratto di lavoro intermittente [1], infatti, il lavoratore si mette semplicemente a disposizione del datore di lavoro che potrà chiamarlo a lavorare quando ne avrà bisogno.

Il contratto a chiamata, dunque, non fa iniziare un rapporto di lavoro continuativo e stabile nel tempo, ma determina solo la possibilità che il lavoratore venga chiamato. Le singole chiamate possono avere ad oggetto una prestazione di lavoro di mezza giornata, di qualche giorno o di un intero mese, a seconda delle esigenze del datore di lavoro.

Per fare un esempio, se un bar stipula un contratto a chiamata con un barista, quest’ultimo potrà essere chiamato quando il bar ha necessità, per un fine settimana, per un mese continuativo, per qualche settimana. Con questo contratto il lavoratore viene chiamato solo quando serve e viene pagato solo quando lavora.

Esistono, in verità, due tipi di contratto a chiamata:

  • contratto di lavoro intermittente con obbligo di risposta;
  • contratto di lavoro intermittente senza obbligo di risposta.

Nel primo caso, il datore di lavoro vuole essere sicuro che se chiamerà il lavoratore questi andrà a lavorare. Per questo, il lavoratore si obbliga contrattualmente a rispondere affermativamente alle eventuali chiamate. A fronte di questo vincolo, egli riceve un’indennità di disponibilità mensile, divisibile anche in quote orarie. Questo emolumento deve essere pari, almeno, al 20% della retribuzione minima prevista dal Ccnl di settore per lavoratori di pari livello.

L’obbligo di rispondere alla chiamata comporta anche altri oneri. In particolare, se è malato o se comunque non può garantire la risposta, il lavoratore deve prontamente avvisare l’azienda e, se non lo fa, rischia di essere penalizzato anche economicamente. Inoltre, se rifiuta senza motivo di rispondere alla chiamata, il lavoratore intermittente che ha dato la disponibilità può essere anche licenziato.

Nel secondo caso, invece, il datore di lavoro può chiamare il lavoratore, ma non ha alcuna certezza che questi accetterà la chiamata. Data l’assenza di qualsivoglia vincolo di risposta alla chiamata, nei periodi di non lavoro, il lavoratore non matura alcun trattamento economico né normativo.

Lavoro a chiamata: quando può essere utilizzato?

Il lavoro a chiamata non è sempre utilizzabile, ma solo in alcuni specifici casi indicati dalle norme. In particolare, il lavoro a chiamata è sempre utilizzabile con lavoratori che hanno meno di 24 anni o più di 55 anni. La prestazione di lavoro, tuttavia, deve concludersi entro il 25° anno di età. Ne consegue che, compiuti 25 anni, il lavoratore a chiamata verrà licenziato dall’azienda.

Al di fuori del requisito dell’età, il lavoro a chiamata è attivabile quando ricorrono le cosiddette ipotesi oggettive individuate:

  • dai contratti collettivi di lavoro (nazionali, territoriali o aziendali);
  • dalla legge, ossia, quando si è in presenza di una professione che rientra nella tabella delle attività discontinue allegata al regio decreto del 1923 [2].

Fuori da queste ipotesi, non è possibile assumere personale a chiamata.

Inoltre, il lavoro a chiamata è vietato per legge:

  • se utilizzato per sostituire lavoratori assenti per sciopero;
  • presso unità produttive interessate, nei sei mesi precedenti, da licenziamenti collettivi;
  • presso unità produttive interessate da riduzioni o sospensioni di orario in cassa integrazione guadagni;
  • se utilizzato da aziende che non hanno effettuato la valutazione dei rischi in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

Lavoro intermittente barista

Come abbiamo detto, il settore dei pubblici esercizi è caratterizzato da forti oscillazioni della clientela e, di conseguenza, da esigenze di personale discontinue ed a singhiozzo.

Uno stesso bar, infatti, può andare avanti con un solo barista durante la settimana, salvo avere bisogno di 3 o 4 baristi nel week-end o in particolari periodi dell’anno in cui il flusso di clientela aumenta notevolmente.

Per assumere baristi per fronteggiare questi picchi di lavoro, il bar può utilizzare il lavoro a chiamata. Infatti, al numero 5) della tabella delle attività discontinue allegata al regio decreto del 1923 troviamo “Camerieri, personale di servizio e di cucina negli alberghi, trattorie, esercizi pubblici in genere, carrozze-letto, carrozze ristoranti e piroscafi”. Non c’è dubbio che il barista rientri nella nozione di “personale di servizio” ed opera in un esercizio pubblico, ossia, il bar.

Il bar può, dunque, assumere baristi a chiamata senza limiti di età visto che è presente una delle ipotesi oggettive previste dalla legge.

Inoltre, il bar non dovrà nemmeno rispettare l’ulteriore limite imposto dalla legge al lavoro a chiamata.

La normativa sul lavoro intermittente, infatti, prevede che un’azienda non possa far lavorare uno stesso lavoratore a chiamata per più di 400 giornate di effettivo lavoro nell’arco di un triennio. Se questo tetto massimo viene superato, il rapporto si trasforma in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

Tuttavia, vi sono dei settori esonerati da questo tetto e cioè:

  • turismo;
  • pubblici esercizi;
  • spettacolo.

Ne consegue che il bar, rientrando nel settore dei pubblici esercizi, può chiamare il barista anche per un numero di giornate di lavoro superiore a 400 nell’arco di un triennio.

Contratto di lavoro intermittente: forma e contenuto

Passando, ora, agli aspetti gestionali del lavoro a chiamata, la legge esige che le parti stipulino il contratto di lavoro intermittente in forma scritta e che siano indicati i seguenti contenuti:

  • durata del rapporto e ipotesi oggettive o soggettive che permettono la stipulazione del contratto a norma di legge;
  • eventuale garanzia di disponibilità da parte del lavoratore, nonché termini di preavviso di chiamata del lavoratore (che comunque non può essere inferiore ad un giorno lavorativo);
  • trattamento economico e normativo che spetta al lavoratore nei periodi di chiamata;
  • ammontare della indennità di disponibilità, se prevista;
  • forme e modalità di chiamata del lavoratore;
  • modalità di rilevazione della prestazione di lavoro del lavoratore;
  • tempi e modalità di pagamento dello stipendio nei periodi di chiamata e della indennità di disponibilità (se prevista) nei periodi di mera attesa;
  • misure di sicurezza in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

Al pari di una qualsiasi assunzione di personale, anche la stipula di un contratto di lavoro intermittente impone al datore di lavoro di effettuare delle comunicazioni obbligatorie agli enti preposti.

In particolare, nel lavoro a chiamata, le comunicazioni da fare sono due:

  • comunicazione obbligatoria di assunzione al Centro per l’Impiego, al pari della comunicazione di assunzione che viene fatta ogni volta che si assume un lavoratore dipendente;
  • comunicazione della chiamata: in caso di chiamata del lavoratore, prima dell’inizio della prestazione lavorativa o di una serie di prestazioni di durata non superiore a trenta giorni, il datore di lavoro deve comunicarne la durata all’Ispettorato territoriale del lavoro competente per territorio, tramite sms o posta elettronica. Per agevolare tale compito, è stata predisposta un’apposita App Lavoro Intermittente.

Lavoratore a chiamata: quanto costa?

Occorre sfatare un mito che è andato diffondendosi: il lavoratore a chiamata non costa meno di un lavoratore standard. Infatti, la legge afferma che, nei periodi di effettivo lavoro, al lavoratore a chiamata non può essere corrisposto un trattamento economico e normativo complessivamente inferiore rispetto a quello erogato ad un lavoratore subordinato di pari mansioni e livello di inquadramento.

Il vantaggio del lavoro a chiamata non deve essere ricercato tanto nel costo, ma nella flessibilità.

Un lavoratore ordinario costa uguale ad un lavoratore a chiamata, ma l’azienda deve retribuirlo in modo fisso, anche nelle giornate in cui il lavoro scarseggia. Il lavoratore a chiamata, invece, è vero che costa uguale ad un lavoratore standard ma è anche vero che viene pagato solo se chiamato a lavorare ed unicamente per la prestazione di lavoro effettivamente svolta.

Dal punto di vista pratico, ovviamente, il trattamento economico e normativo del lavoratore a chiamata viene riproporzionato alla prestazione di lavoro effettivamente svolta.


note

[1] Art. 13 D. Lgs. 81/2015.

[2] R. D. 2657/1923.


2 Commenti

  1. Sono stato assunto con contratto di lavoro intermittente e ho ricevuto una proposta di lavoro migliore. Vorrei dimettermi. Il lavoro intermittente è una tipologia di lavoro molto flessibile e cercando di conciliare il mio doppio lavoro, vengo chiamato a lavorare dal datore di lavoro a singhiozzo, solo in casi di effettiva necessità da parte dell’azienda.

  2. E’ vero che l’Italia è uno dei paesi con la normativa del lavoro più protettiva verso i lavoratori dipendenti, ma è anche vero che le leggi che regolano il mercato del lavoro prevedono diverse tipologie contrattuali con le quali assumere i dipendenti e, alcune di queste forme di lavoro, rispondono efficacemente alle esigenze di flessibilità nel lavoro delle imprese. In particolare, per me che ho un bar, la forma che garantisce la massima flessibilità nella gestione delle risorse umane è il contratto di lavoro intermittente. Anche i baristi si trovano molto bene con questa soluzione così entrambi siamo soddisfatti.

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