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Eredità solo debiti

16 Dicembre 2019 | Autore:
Eredità solo debiti

Cosa fare se l’eredità è costituita solamente di debiti? Come funziona l’accettazione con beneficio d’inventario? Come rinunciare all’eredità?

La morte di una persona rappresenta non solo un momento triste per la famiglia ma anche, dal punto di vista giuridico, un fatto rilevante per i rapporti economici che facevano capo alla persona deceduta. In altre parole, la morte è un fatto giuridico al verificarsi del quale l’ordinamento ricollega una serie di conseguenze legali precise. Nello specifico, quando muore una persona alcune situazioni giuridiche si estinguono del tutto, come ad esempio i diritti della personalità (diritto al nome, all’identità, alla riservatezza, ecc.), mentre altri sopravvivono all’originario titolare e si trasmettono alle persone più prossime, cioè agli eredi. L’eredità, dunque, rappresenta l’insieme dei rapporti giuridici che sopravvivono alla morte e che sono destinati a essere attribuiti ad altri. Con questo articolo ci occuperemo di uno specifico aspetto, e cioè dell’eredità con solo debiti.

Nell’immaginario che ci è stato trasmesso da alcuna cinematografia, la morte di un lontano parente (il classico zio d’America) rappresenta un evento economicamente felice per gli eredi, in quanto essi subentreranno nel patrimonio del defunto. In queste pellicole, però, quasi mai viene presa in considerazione l’ipotesi in cui il parente deceduto lasci in eredità soltanto situazioni giuridiche passive, cioè debiti. Come fare in questo caso? Si può sfuggire ai debiti del defunto? Se anche a te sta capitando una cosa del genere e non sai come fare, puoi tirare un sospiro di sollievo: la legge ha previsto gli strumenti adatti a tutelare le ragioni di coloro che non vogliono accettare un’eredità di soli debiti. Prosegui nella lettura se l’argomento ti interessa.

L’apertura della successione

Al momento della morte di una persona si apre la successione ereditaria [1]. Di cosa si tratta? La successione rappresenta quel fenomeno giuridico in virtù del quale, in riferimento a determinati diritti e situazioni giuridiche, ad un soggetto ne subentra un altro.

La successione può essere essenzialmente di due tipi:

  • inter vivos (cioè, tra vivi), quando la trasmissione avviene tra persone viventi (classico esempio è quello della compravendita, contratto grazie al quale il compratore acquista dal venditore un bene che prima era di quest’ultimo);
  • mortis causa (cioè, a causa di morte), che coincide appunto con la successione ereditaria.

La differenza tra le due forme di successione sta anche nel fatto che la prima, cioè quella tra vivi, è una successione a titolo particolare, nel senso che la persona subentra solamente in alcuni rapporti giuridici, mentre la successione ereditaria è a titolo universale, in quanto gli eredi subentrano nella totalità dei rapporti del defunto.

Dunque, quando muore una persona automaticamente si apre la sua successione. Ciò non significa, però, che il coniuge, i parenti più stretti o comunque le persone individuate nel testamento diventino necessariamente eredi: la legge, infatti, consente loro di rifiutare tale qualità nel caso in cui non vogliano subentrare nei diritti dell’individuo deceduto.

La chiamata all’eredità

Ipotizziamo che Tizio non abbia fatto testamento e che, alla sua morte, lasci moglie e figli: queste persone saranno i futuri eredi di Tizio qualora decidano di accettare la sua eredità. Prima dell’accettazione, essi sono solamente “chiamati” all’eredità, nel senso che si trovano nella posizione di poter accettare, pur non avendone l’obbligo.

Lo stesso accade nel caso in cui un erede sia individuato mediante testamento: anche in tale circostanza, fintantoché non accetti l’eredità la persona designata a succedere sarà semplicemente “chiamata” all’eredità, ma non ancora erede.

Possiamo, dunque, dire che la chiamata all’eredità (o vocazione ereditaria) è la situazione in cui si trova la persona che ha tutti i diritti per poter succedere, ma che non ha ancora accettato l’eredità a tutti gli effetti.

La chiamata all’eredità può trovare giustificazione nella legge (nel caso, ad esempio, in cui il defunto non abbia lasciato testamento e, pertanto, sono chiamati a succedergli il coniuge e i parenti più stretti) ovvero nel testamento, qualora ve ne sia uno.

Successione legittima e testamentaria

La successione ereditaria può essere di due tipi, legittima o testamentaria:

  • è testamentaria la successione che ha il suo fondamento nel testamento, cioè in un atto unilaterale di volontà con cui il soggetto dispone delle proprie sostanze per il tempo successivo alla morte;
  • la successione è legittima (o intestata) quando manca il testamento e, pertanto, si procede secondo quanto previsto dalla legge.

Nel caso di successione testamentaria, il titolo che legittima la chiamata all’eredità è proprio il testamento, mentre nell’ipotesi di successione legittima il titolo della vocazione è nella legge stessa.

L’accettazione dell’eredità

Non si è eredi fintantoché non si accetta l’eredità: ciò impedisce ai chiamati di essere costretti ad accollarsi un’eredità di soli debiti, cioè quella che, con terminologia latina, viene definita hereditas damnosa.

L’accettazione costituisce l’atto con cui il chiamato all’eredità decide di assumere la condizione di erede, con tutti gli effetti che ne conseguono.

L’accettazione dell’eredità può essere espressa o tacita [2]: la prima è quella che risulta da atto scritto nel quale emerga chiaramente la volontà di far propria una parte dell’asse ereditario [3]; la seconda si concreta in un comportamento che inequivocabilmente manifesti l’intenzione di divenire erede a tutti gli effetti [4].

Secondo il Codice civile, il diritto di accettare l’eredità si prescrive in dieci anni; il termine decorre dal giorno dell’apertura della successione (cioè dalla morte della persona) o dal verificarsi della condizione sospensiva, se ve n’è una (il testatore ha subordinato l’istituzione ad erede al verificarsi di un evento futuro ed incerto).

Eredità solo debiti: accettazione eredità con beneficio inventario

Una delle conseguenze principali dell’accettazione dell’eredità  è quella di confondere il patrimonio del defunto con quello dell’erede, favorendo così la creazione di un’unica massa indistinta. In altre parole, dopo l’accettazione, il patrimonio originario dell’erede e quello ereditato dal defunto diventano una cosa sola.

È chiaro che questa situazione potrebbe risultare svantaggiosa per l’erede nel caso in cui l’eredità sia composta di soli debiti: in tal caso, infatti, i creditori della persona defunta potrebbero rivalersi sull’erede. I debiti, infatti, si trasmettono a colui che accetta l’eredità.

Per scongiurare che le passività ereditate intacchino anche il proprio patrimonio personale, l’erede può accettare l’eredità con beneficio di inventario: in questa maniera, il suo patrimonio resterà separato da quello del defunto e potrà essere chiamato a rispondere dei debiti ereditari solamente utilizzando i beni dell’asse.

Accettazione con beneficio di inventario: come si fa?

L’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario deve essere manifestata in maniera espressa (mai tacita, dunque) e deve essere resa ad un notaio o al cancelliere del tribunale del circondario nel quale si è aperta la successione [5]. La dichiarazione deve poi essere iscritta nel registro delle successione e, entro il mese successivo, trascritta nei registri immobiliari.

La legge prevede nel dettaglio gli adempimenti cui è tenuto l’erede che accetta con beneficio di inventario; tra questi ricordiamo quello di fare inventario dei beni ereditari entro un lasso di tempo stabilito e, nello specifico:

  • entro tre mesi dalla dichiarazione di accettazione, se non si trovi già nel possesso dei beni;
  • in caso contrario, i tre mesi decorrono immediatamente dall’apertura della successione.

Se egli non adempie tempestivamente a questi oneri, verrà considerato erede puro e semplice, senza il beneficio d’inventario.

L’inventario è un’operazione contabile che permette di conoscere le attività e le passività che fanno parte del patrimonio ereditato. L’inventario deve essere redatto dal notaio o dal cancelliere del tribunale entro i termini sopra visti.

Una volta redatto l’inventario ci sono quaranta giorni di tempo per l’erede per decidere se accettare o meno; qualora accetti, l’erede diventa una sorta di amministratore del patrimonio del defunto, con l’impegno a gestirlo nell’interesse suo e di quello dei creditori e dei legatari.

Una volta pagati i debiti e aver assolto ai legati l’erede è libero di disporre di quanto rimasto come meglio crede e non viene considerato responsabile per eventuali cifre che non siano state versate.

Come detto, se l’erede non è in possesso dei beni del defunto la legge prevede che abbia dieci anni di tempo per rendere la dichiarazione di accettazione con il beneficio di inventario. Una volta che ha però reso la dichiarazione ha tre mesi di tempo per inventariare il patrimonio, ma può anche richiedere delle proroghe. In ogni caso, una volta presentato l’inventario ci sono quaranta giorni di tempo per accettare l’eredità, se omette di farlo perde ogni diritto sull’eredità stessa.

Rinuncia all’eredità: come funziona?

Abbiamo detto che il chiamato all’eredità può accettare l’eredità stessa riservandosi però il beneficio di inventario: in questo modo, egli evita che i debiti lasciati dal defunto possano intaccare il proprio patrimonio personale.

Nel caso di eredità di soli debiti, per evitare spiacevoli conseguenze è possibile anche scegliere una diversa via, cioè una strada differente dall’accettazione con beneficio di inventario: sto parlando della rinuncia all’eredità.

Con la rinuncia, il chiamato rifiuta l’eredità e, di conseguenza, non diventando erede, non potrà essere aggredito dai creditori del defunto. In pratica, con la rinuncia il chiamato dichiara di non voler avere niente a che fare con l’eredità trasmessagli.

Mentre l’accettazione dell’eredità, come detto, può essere anche tacita, la rinuncia deve necessariamente essere espressa; essa consiste in una dichiarazione nella quale si manifesta inequivocabilmente la volontà di rinunciare all’eredità.

Come per l’accettazione con beneficio d’inventario, anche la rinuncia all’eredità deve essere ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale [6] e può essere fatta solamente dopo che la successione si sia aperta; una rinuncia preventiva sarebbe priva di effetto [7].

Il rinunciante può sempre tornare sui suoi passi e revocare la rinuncia [8] fino a che l’eredità non sia stata accettata da ulteriori chiamati; in quest’ultimo caso, la rinuncia è definitiva e non revocabile.

Come sapere se ci sono debiti nell’eredità?

Prima di procedere all’accettazione con beneficio d’inventario o addirittura alla rinuncia dell’eredità, sarebbe opportuno prima accertarsi se nell’asse ereditario ci sono debiti e, in caso positivo, a quanto ammontano. Come fare?

Per sapere se nell’eredità ci sono debiti è opportuno effettuare alcuni controlli, come ad esempio:

  • fare una visura presso la camera di commercio per sapere se il defunto ha emesso assegni o cambiali non onorate e poi protestate;
  • fare un’indagine presso la Centrale Rischi d’Intermediazione Finanziaria (cosiddetta Crif) per verificare se ci sono debiti e finanziamenti in corso;
  • chiedere un estratto di ruolo all’Agenzia delle Entrate per comprendere se ci sono cartelle esattoriali non onorate;
  • parlare con il direttore della banca con cui il defunto aveva un conto corrente per conoscere eventuali posizioni debitorie.

note

[1] Art. 456 cod. civ.

[2] Art. 474 cod. civ.

[3] Art. 475 cod. civ.

[4] Art. 476 cod. civ.

[5] Art. 484 cod. civ.

[6] Art. 519 cod. civ.

[7] Art. 458 cod. civ.

[8] Art. 525 cod. civ.

Autorei mmagine: 123rf.com


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