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Affidamento figli: a quale genitore?

16 Dicembre 2019
Affidamento figli: a quale genitore?

Quanto può influire il rapporto tra il bambino e il genitore e lo stile educativo di quest’ultimo nella collocazione prevalente. 

Se anche la regola generale vuole che, in caso di separazione e successivo divorzio di una coppia, i figli debbano essere collocati presso il genitore con il quale hanno maggiori rapporti (che di norma è la madre) e affidati ad entrambi congiuntamente, ci possono essere le eccezioni. Una recente ordinanza della Cassazione [1], in tema di affidamento dei figli minori, stabilisce che il giudice deve tenere conto della condotta dei genitori, della loro disponibilità e capacità di creare un rapporto positivo con i figli. In ragione di tale principio, la Corte ha affidato la figlia minore al padre che le garantiva una maggiore regolarità educativa, mentre la madre era più permissiva e distante emotivamente. 

Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire a quale genitore spetta l’affidamento dei figli.

Affidamento dei figli: cos’è?

Quando si parla di affidamento ci si riferisce all’insieme dei poteri che esercita il genitore sulla prole: il genitore affidatario ha la possibilità di decidere l’indirizzo da dare all’educazione e all’istruzione dei bambini minori, può prendere le decisioni più importanti in merito alla loro crescita, salute, stile di vita. La regola vuole che l’affidamento sia congiunto, ossia spetti in pari misura sia al padre che alla madre che, pertanto, dovranno trovare l’intesa sulle questioni più importati relative alla vita dei figli. Solo in caso di particolari e gravi inidoneità del genitore al sano sviluppo psicofisico dei minori, il giudice potrà disporre l’affidamento esclusivo in capo all’altro genitore (si pensi al padre che picchia i bambini o che si dimentica di loro; alla madre con profonde crisi depressive, apatica e distante, ecc.).

Collocazione dei figli: cos’è?

La collocazione è, invece, il luogo ove i figli vanno abitualmente a vivere, fatti salvi ovviamente gli incontri con l’altro genitore al fine di garantire la cosiddetta «bigenitorialità» (ossia il diritto del minore a mantenere solidi legami sia col padre che con la madre). Tale luogo risulta essere la residenza del genitore più rispondente agli interessi del bambino e in grado di offrire a questi una maggiore stabilità affettiva. 

La giurisprudenza è da sempre orientata nel ritenere una “preferenza” nei confronti della madre, salvo dimostrazione di incapacità da parte di quest’ultima. 

Collocamento presso la madre e affidamento congiunto

Chiarita la differenza tra collocamento e affidamento si può comprendere come, nella stragrande maggioranza dei casi, la giurisprudenza sia orientata per collocare i figli presso la madre con affidamento congiunto ad entrambi i genitori.

Sia l’affidamento che la collocazione vengono revocati se il genitore si manifesta come «non idoneo», quando la sua presenza è di ostacolo o fonte di danno per l’equilibrio e la crescita sana del figlio. 

Numerose pronunce hanno revocato la collocazione del figlio presso la madre quando questa impedisce all’ex coniuge di vedere i bambini nei giorni e negli orari stabiliti dal giudice. 

Le situazioni di conflittualità tra i genitori non sono di ostacolo all’affidamento congiunto. Lo sono, invece, quei casi in cui uno dei genitori è del tutto indifferente nei confronti dei bambini, come nel caso del padre che è ripetutamente inadempiente all’obbligo di mantenimento pur non versando in un caso di oggettiva impossibilità economica. 

La revoca dell’affidamento congiunto o della collocazione prevalente presso un determinato genitore debbono essere decisi dal giudice a seguito di ricorso presentato dall’altro genitore controinteressato.

Il bambino con più di 12 anni (o anche più piccolo se risulta capace di prendere decisioni per se stesso) deve essere sempre ascoltato dal giudice prima di adottare la decisione sul suo collocamento. 

Collocamento dei figli e capacità educative dei genitori

In tema di affidamento dei figli, è orientamento consolidato della Cassazione stessa che il giudizio che il giudice deve operare vada formulato tenendo conto, in base a elementi concreti, del modo in cui i genitori hanno precedentemente svolto i propri compiti, delle rispettive capacità di relazione affettiva, attenzione, comprensione, educazione e disponibilità a un assiduo rapporto, nonché alla personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente sociale e familiare che è in grado di offrire al bambino. Resta comunque fermo, in ogni caso, il rispetto del principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, i quali hanno il dovere di cooperare nella sua assistenza, educazione ed istruzione. 

Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto di collocare il minore presso il padre perché genitore più capace di garantire alla bambina una maggiore stabilità, dato che aveva uno stile educativo più regolare rispetto alla madre, più permissiva e distante emotivamente dalla figlia. Inoltre, la bambina viveva in costante rapporto con il padre, intrattenendo anche un’ottima relazione con i nonni paterni e l’intera rete familiare paterna.


note

[1] Cass. ord. n. 30191/19 del 20.11.2019.


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