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Amministratore di sostegno: quando?

16 Dicembre 2019
Amministratore di sostegno: quando?

L’amministrazione di sostegno tutela, limitando il meno possibile la capacità di agire, le persone prive in tutto o in parte di autonomia.

Un tempo, le persone con infermità fisiche o psichiche che non erano in grado di provvedere ai propri interessi venivano interdette o inabilitate; a gestire i loro affari veniva nominato un tutore o un curatore. Il legislatore ha poi creato una sorta di figura meno invadente, per tutte le situazioni non talmente gravi da comportare un’assoluta incapacità permanente di intendere e volere: è l’amministratore di sostegno. La nomina viene chiesta con ricorso in tribunale.

Si ha spesso difficoltà a capire quando c’è la possibilità di richiedere l’amministratore di sostegno. Cerchiamo di fare il punto della situazione. 

Amministratore di sostegno: a favore di chi?

In base al Codice civile, la persona priva di autonomia nell’espletamento delle funzioni della vita quotidiana, che si trova nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, a causa di grave e lunga infermità (anziano, lungodegente) o di una menomazione fisica (portatore di handicap) o psichica (tossicodipendente, alcolista, autistico) può essere assistita da un amministratore di sostegno. 

Non è obbligatorio nominare un amministratore di sostegno: si tratta di una libera scelta che può richiedere lo stesso interessato o i suoi familiari più stretti. Si tratta, quindi, di uno strumento facoltativo pensato per supportare soggetti “fragili” per età o impedimenti, ma non per gli incapaci: per questi ultimi deve essere nominato un tutore.

Amministratore di sostegno: chi è?

Si tratta di una persona che, tenendo conto dei bisogni e delle aspirazioni del beneficiario della misura di protezione, presta la sua assistenza nel compimento di determinati atti. Egli, quindi, serve per tutelare, limitando il meno possibile la capacità di agire, le persone prive in tutto o in parte di autonomia. 

L’amministratore, quindi, senza sostituirsi al beneficiario e senza sopprimerne la capacità di agire, lo affianca nella gestione del quotidiano interferendo il meno possibile con le sue scelte.

Nomina amministratore di sostegno

L’amministratore di sostegno viene nominato dal giudice tutelare del luogo in cui l’assistito ha la residenza o il domicilio.

Nel decreto di nomina, il giudice deve indicare chiaramente, tra le altre cose:

  • la durata dell’incarico, che può essere anche a tempo indeterminato;
  • l’oggetto dell’incarico e degli atti che l’amministratore di sostegno ha il potere di compiere in nome e per conto del beneficiario;
  • gli atti che il beneficiario può compiere solo con l’assistenza dell’amministratore di sostegno.

Amministratore di sostegno: cosa comporta?

A seguito della nomina di un amministratore di sostegno, il beneficiario può ancora continuare a svolgere personalmente e senza bisogno di alcuna autorizzazione gli atti necessari a soddisfare le esigenze della propria vita quotidiana. Invece, gli atti di straordinaria amministrazione richiedono sia il consenso dell’amministratore di sostegno che l’autorizzazione del giudice tutelare. Tra tali atti ci sono:

  • acquisto di beni, eccetto quelli necessari per l’uso del minore, per l’economia domestica e per l’amministrazione del patrimonio;
  • riscossione di capitali, assenso alla cancellazione di ipoteche o allo svincolo di pegni, assunzione di obbligazioni (salvo quelle relative alle spese necessarie per mantenere il minore o per l’amministrazione ordinaria del suo patrimonio);
  • accettazione o rinuncia di eredità, accettazione di donazioni o legati soggetti a pesi o condizioni;
  • conclusione di contratti di locazione ultranovennali di immobili o che, in ogni caso, si prolunghino oltre un anno dopo il raggiungimento della maggiore età;
  • promozione di giudizi (eccetto denuncia di nuova opera o di danno temuto, azioni possessorie o di sfratto e azioni per riscuotere frutti o per ottenere provvedimenti conservativi);
  • vendita o donazione di beni, eccetto i frutti e i beni mobili soggetti a facile deterioramento.

Chi può chiedere la nomina di un amministratore di sostegno?

Possono fare domanda per ottenere la nomina dell’amministratore di sostegno i seguenti soggetti:

  • il beneficiario stesso dell’amministrazione di sostegno;
  • il coniuge o la persona stabilmente convivente;
  • i parenti entro il quarto grado o gli affini entro il secondo grado;
  • il tutore o il curatore;
  • il pm;
  • i responsabili dei servizi sanitari e sociali direttamente impegnati nella cura e assistenza della persona.

Quando non si può nominare l’amministratore di sostegno?

Non si può chiedere l’amministratore di sostegno per chi è in grado di soddisfare le proprie esigenze quotidiane ed è capace di badare a se stesso; o per chi, pur affetto da gravi patologie, riesce a comunicare via computer e mantenga piene facoltà cognitive e volitive. È altresì esclusa la nomina nei casi in cui i familiari siano in grado e vogliano aiutare il più debole a curare i propri affari. Anche il semplice analfabetismo esclude la nomina dell’amministratore. 

Quando si può nominare l’amministratore di sostegno?

Condizioni per la nomina di un amministratore di sostegno sono:

  • la menomazione fisica o psichica; 
  • e la conseguente impossibilità di pensare ai propri interessi.

La nomina dell’amministratore scatta a favore del cosiddetto prodigo, che spende cioè ben oltre le proprie capacità economiche, dilapidando il proprio patrimonio tanto da dover accendere mutui o ricorrere a prestiti per mantenersi. 

L’amministratore di sostegno va riconosciuto anche in favore di chi è ludopatico e brucia lo stipendio con gratta e vinci, slot machine e scommesse. 

Può avvalersene anche il malato oncologico terminale o comatoso che non vada interdetto, chi soffre di problemi motori anche transitori, il bipolare facilmente raggirabile nei periodi di scompenso, il detenuto, il tossico o alcool dipendente o l’anziano affetto da decadimento cognitivo da Alzheimer o altra forma di demenza.



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2 Commenti

  1. Ho una parente separata dal marito che è stata da lui picchiata più volte con relativo ricovero ospedaliero. La figlia la maltratta e vorrebbe farla interdire per avere lei il controllo dei loro beni. Mi ha chiesto pertanto aiuto per evitare che la figlia possa fare quanto detto. Posso essere io nominato come rappresentante legale ed anche finanziario sempre con la clausola che mai potrei impossessarmi in qualsiasi modo dei loro averi?

    1. Con riferimento alla normativa e alla giurisprudenza prevalente per risolvere questa situazione il lettore potrà:
      1) accompagnare la sua parente alla più vicina stazione dei Carabinieri o Commissariato di Polizia affinchè possa denunciare i suoi familiari per maltrattamento o sporgere egli stesso denuncia per i medesimi fatti.
      2) Fare istanza di nomina di un amministratore di sostegno, presso il tribunale del luogo di residenza, che possa amministrare i beni del soggetto incapace, ossia della sua parente, ovviamente se le sue condizioni di salute psichica e fisica lo richiedono.
      Quanto evidenziato, viene affermato per i seguenti motivi.
      Il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi è disciplinato dall’ Art. 572 del codice penale: Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da due a sei anni. Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni. Si tratta dunque di un fatto molto grave che deve essere denunciato alle Autorità competenti. L’istituto dell’interdizione è disciplinato dall’art. 414 del codice civile che elenca le persone che possono essere interdette: Il maggiore di età e il minore emancipato, i quali si trovano in condizioni di abituale infermità di mente che li rende incapaci di provvedere ai propri interessi, sono interdetti quando ciò è necessario per assicurare la loro adeguata protezione. Non è possibile interdire qualcuno in maniera violenta in quanto il provvedimento di interdizione viene emesso dal Giudice in seguito alla verifica delle condizioni di infermità di mente della persona. In altri termini, se la persona è vigile, presente a se stessa, collocata nel tempo e nello spazio, non può essere interdetta. Qualsiasi abuso in tal senso deve essere anch’esso denunciato alle Autorità. La legge prevede la nomina di un amministratore di sostegno per i soggetti incapaci di provvedere ai propri interessi. L’amministratore di sostegno è un’importante figura che viene nominata per la gestione amministrativa del patrimonio del soggetto incapace, ossia del soggetto che, a causa di infermità fisiche o psichiche, non è in grado di prendersi carico di tutti i doveri e gli oneri necessari alla gestione del proprio patrimonio, come ad esempio per i disabili, i tossicodipendenti o i malati di Alzheimer.

      In genere, il giudice tutelare tende a nominare amministratore di sostegno il coniuge, gli ascendenti, i discendenti o i parenti entro il quarto grado, quando però questo non è possibile nomina un professionista iscritto presso un apposito elenco del Tribunale di riferimento. L’art. 379 c.c. prevede che “L’ufficio tutelare è gratuito Il giudice tutelare tuttavia, considerando l’entità del patrimonio e le difficoltà dell’amministrazione, può assegnare al tutore un’equa indennità. Può altresì, se particolari circostanze lo richiedono, sentito il protutore, autorizzare il tutore a farsi coadiuvare nell’amministrazione, sotto la sua personale responsabilità, da una o più persone stipendiate”. L’amministratore di sostegno affronta molte responsabilità ed è onerato di attività impegnative e cospicue dunque, in base al codice civile, è previsto che possa essergli liquidato un rimborso delle spese e, eventualmente, un equo indennizzo che verrà quantificato dal giudice tutelare con riferimento all’attività svolta.
      La giurisprudenza conferma quanto detto “Il reato di maltrattamenti in famiglia, di cui all’articolo 572 del Cp, è un reato abituale caratterizzato dalla presenza di una serie di fatti, per lo più commissivi, ma anche omissivi, che, isolatamente considerati potrebbero anche essere non punibili o non perseguibili, ma che, invece, acquistano rilevanza penale per effetto della loro reiterazione nel tempo. Tali episodi integranti un comportamento abituale devono rendere manifesta l’esistenza di un programma criminoso animato da una volontà unitaria di vessare il soggetto passivo con la consapevolezza del soggetto agente di persistere in una condotta vessatoria.” Tribunale|Taranto|Sezione 1|Penale|Sentenza|30 gennaio 2017| n. 141. “Il reato di maltrattamenti in famiglia è integrato dalla condotta dell’agente che sottopone la vittima ad atti di vessazione reiterata e tali da cagionarle sofferenza, prevaricazione e umiliazioni, costituenti fonti di uno stato di disagio continuo e incompatibile con normali condizioni di esistenza. Rilevano, a tal fine, non soltanto le percosse, le lesioni, le ingiurie, le privazioni e umiliazioni imposte alla vittima, ma anche gli atti di disprezzo e di offesa arrecati alla sua dignità, che si risolvano nell’inflizione di vere e proprie sofferenze morali.” Corte di Cassazione|Sezione 6|Penale|Sentenza|19 luglio 2016| n. 30704.

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