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Minaccia a seguito di provocazione

19 Dicembre 2019
Minaccia a seguito di provocazione

Le offese subìte giustificano la reazione concretizzatasi in frasi minacciose? Il rapporto tra l’ingiuria, la diffamazione e il reato di minaccia.

Hai urtato per sbaglio contro l’auto di un’altra persona nell’uscire dal parcheggio. Il proprietario, accortosi dell’accaduto, senza darti il tempo di giustificarti o di chiedere scusa, ti ha insultato davanti a tutti. La provocazione ti ha portato a uscire di senno. Così, per reazione, lo hai minacciato dinanzi a quanti stavano ascoltando: «Ti ammazzo!» gli hai detto senza minimi termini, facendogli presagire una vendetta. Ora lui, per tutta risposta, intende querelarti per la frase che hai detto. Può farlo? Si può punire una minaccia a seguito di provocazione? La questione è stata affrontata dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

Provocazione: cosa è consentito fare?

C’è chi spesso invoca la «legittima difesa» come giustificazione alla propria reazione per un torto subìto. Il richiamo, però, non è sempre corretto. 

La legittima difesa non è altro che una reazione fisica quando è a rischio la vita o comunque l’integrità di una persona. Vi deve essere però uno stato di necessità ed urgenza, che non può eliminarsi se non con la violenza. Viceversa, in assenza di tale pericolo, la legittima difesa non è ammessa. 

Eccezionalmente, la legge ammette la provocazione come causa di giustificazione dell’ingiuria e della diffamazione. Chi viene offeso – in faccia o alle spalle – può, a sua volta, offendere il responsabile.

Domenico viene a sapere che Lorenzo lo ha preso in giro in sua assenza. Domenico è giustificato sia se va da Lorenzo e lo insulta verbalmente, sia se va a dire agli amici che Lorenzo è uno scemo.

Dunque, non si può punire una diffamazione o una ingiuria quando è una risposta a una diffamazione o a una ingiuria appena sopportata. Vi deve però essere una consequenzialità se non immediata, comunque diretta. Come a dire: non si può aspettare troppo tempo. La reazione viene, infatti, perdonata in quanto frutto di un “istinto difensivo” o comunque del “ribollire di sangue” causato dall’ingiustizia ricevuta. Ma se, invece, la reazione avviene dopo molto tempo, a sangue freddo, essa non è altro che una vendetta che la nostra legge non può non punire. 

Minaccia dopo provocazione: è reato?

La legge non giustifica, però, una minaccia neanche se è la reazione ad una provocazione ricevuta.

Mirko viene offeso da Costantino. Per tutta risposta, Mirko gli dice che gli righerà l’automobile o che lo picchierà non appena sarà solo. Mirko è responsabile e non può essere giustificato dalle offese subìte. 

L’intimidazione è, quindi, sempre punita. Proferire frasi come «Questa storia non finisce qua» oppure «Vedrai che ti succede» o «Te la faccio pagare» o ancora «Stai bene attento a ciò che ti potrà capitare…» costituisce sempre reato a prescindere dalla provocazione. 

Secondo la Cassazione, non è necessario che «il soggetto passivo – ossia la vittima – si sia sentito effettivamente intimidito, essendo sufficiente che la condotta sia potenzialmente idonea ad incidere sulla sua libertà morale». L’eventuale atteggiamento minaccioso o provocatorio tenuto anche dalla vittima non mette in discussione l’esistenza del reato compiuto dalla persona finita sotto accusa per la presunta minaccia.

E chi riceve uno schiaffo può minacciare?

Le stesse conclusioni valgono nell’ipotesi in cui una persona subisce uno schiaffo e poi, per reazione, minaccia il suo aggressore. Anche in questo caso saremo in presenza di due reati autonomamente punibili: da un lato quello di lesioni e dall’altro quello di minaccia. I due illeciti insomma non si elidono l’uno con l’altro perché hanno entrambi una rilevanza penale. 

Il caso deciso dalla Corte può servire a chiarire i termini della questione. Un ragazzino – Paolo, nome di fantasia – urta per errore con la propria propria bici contro l’automobile di una donna – Maria, nome di fantasia: quest’ultima la prende malissimo e rimbrotta il giovane tirandogli letteralmente un orecchio. E proprio questo gesto provoca la reazione della madre di Paolo – Emilia, nome di fantasia –, che si sfoga verbalmente contro Maria, rivolgendole frasi inequivocabili: “Ti spacco la testa! Vedrai cosa ti faccio! Questa storia non finisce qua… Vattene via!”.

A rendere ancora più complicata la situazione, poi, qualche giorno dopo il fattaccio, c’è l’aggressione compiuta da Emilia ancora ai danni di Maria, che riporta alcuni «graffi» e «la rottura degli occhiali».

Emilia viene condannata sia in primo che in secondo grado per i reati di «percosse» e di «minaccia», con pena limitata ad una multa, accompagnata dal risarcimento dei danni in favore di Maria.

Osserva la Cassazione: «le provocazioni, le ingiurie e gli schiaffi della persona offesa» sono irrilevanti poiché «le espressioni pronunciate» dalla persona sotto accusa «risultano obiettivamente intimidatorie», anche tenendo presente che «ella si era proiettata con le mani alzate sulla ‘nemica’».

note

[1] Cass. sent. n. 50946/19 del 17.12.2019.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 13 settembre – 17 dicembre 2019, n. 50946

Presidente Scarlini – Relatore Riccardi

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza emessa il 18/09/2018 il Tribunale di Reggio Emilia ha confermato l’affermazione di responsabilità pronunciata dal locale Giudice di Pace nei confronti di En. Gh. per i reati di percosse (capo B, così riqualificato, in parziale riforma, il contestato reato di lesioni personali) e di minaccia (capo C), riducendo, in parziale riforma, la multa inflitta e la condanna al risarcimento dei danni morali.

2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore di En. Gh., Avv. Do. No. Bu., che ha dedotto due motivi di ricorso.

2.1. Violazione di legge in relazione all’art. 612 cod. pen.: le espressioni pronunciate erano prive di reale efficacia minacciosa, e la sentenza impugnata ha omesso di considerare, a tale fine, il contesto nel quale sono maturati i fatti, la conflittualità pregressa, il fatto che l’imputata fosse stata provocata, ingiuriata e anche schiaffeggiata dalla persona offesa, che aveva reagito con un sorriso alle frasi pronunciate; sicché l’idoneità della minaccia non può essere astratta ed avulsa dalla considerazione del contesto, e dell’offensività concreta del fatto, altrimenti non sussisterebbe differenza tra il fatto penalmente rilevante, la minaccia grossolana e l’espressione triviale.

2.2. Violazione di legge in relazione agli artt. 185 cod. pen., 1226 cod. civ., e 538 cod. proc. pen.: lamenta che il danno non patrimoniale sia stato liquidato mediante valutazione equitativa, nonostante non vi sia prova dell’esistenza dello stesso, anche in considerazione della dichiarazione di inutilizzabilità delle dichiarazioni rese dalla persona offesa.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile.

2. Secondo la ricostruzione dei fatti accertata dalle sentenze di merito, il reato di minaccia (capo B) è stato commesso l’11.9.2012, nell’ambito di un litigio determinato dalla violenta presa per l’orecchio, da parte della persona offesa Ja. Ma. Be., in danno del figlio di En. Gh., poiché costui aveva urtato con la sua bicicletta l’auto della donna; nell’ambito di tale contesto conflittuale, l’odierna ricorrente aveva pronunciato le espressioni minacciose compendiate nell’imputazione (“ti spacco la testa! Vedrai cosa ti faccio! Questa storia non finisce qua. Vattene via”); successivamente, il 22.9.2012, l’imputata percuoteva la Ja., cagionandole la rottura degli occhiali.

3. Ciò posto, le doglianze proposte con il primo motivo, concernenti l’asserita carenza di offensività delle espressioni minacciose, in considerazione del contesto reciprocamente litigioso e della provocazione della persona offesa, sono manifestamente infondate.

Al riguardo, è infatti pacifico che, ai fini dell’integrazione del delitto di cui all’art. 612 cod. pen., che costituisce reato di pericolo, la minaccia va valutata con criterio medio ed in relazione alle concrete circostanze del fatto, sicché non è necessario che il soggetto passivo si sia sentito effettivamente intimidito, essendo sufficiente che la condotta dell’agente sia potenzialmente idonea ad incidere sulla libertà morale della vittima, il cui eventuale atteggiamento minaccioso o provocatorio non influisce sulla sussistenza del reato, potendo eventualmente sostanziare una circostanza che ne diminuisca la gravità, come tale esterna alla fattispecie (Sez. 2, n. 21684 del 12/02/2019, Bernasconi, Rv. 27581902; Sez. 5, n. 45502 del 22/04/2014, Scognamillo, Rv. 261678: “Nel reato di minaccia, elemento essenziale è la limitazione della libertà psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima, senza che sia necessario che uno stato di intimidazione si verifichi concretamente in quest’ultima, essendo sufficiente la sola attitudine della condotta ad intimorire e irrilevante, invece, l’indeterminatezza del male minacciato, purché questo sia ingiusto e possa essere dedotto dalla situazione contingente”).

Nel caso in esame, irrilevanti, quanto meno ai fini della sussistenza del reato di minaccia, le provocazioni, le ingiurie e gli schiaffi della persona offesa, le espressioni pronunciate dall’odierna ricorrente risultano obiettivamente intimidatorie, tenuto altresì conto del contestuale contegno materiale serbato dalla En. Gh., che si era proiettata con le mani alzate sulla contendente, e del quadro conflittuale violento nel quale sono maturati i fatti, dopo alcuni giorni culminati in una colluttazione fisica.

4. Il secondo motivo è inammissibile.

Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, in tema di liquidazione del danno morale, la relativa valutazione del giudice, in quanto affidata ad apprezzamenti discrezionali ed equitativi, costituisce valutazione di fatto sottratta al sindacato di legittimità se sorretta da congrua motivazione (Sez. 6, n. 48461 del 28/11/2013, Fontana, Rv. 258170), ed é dunque censurabile in sede di legittimità sotto il profilo del vizio della motivazione, solo se essa difetti totalmente di giustificazione o si discosti macroscopicamente dai dati di comune esperienza o sia radicalmente contraddittoria (Sez. 5, n. 35104 del 22/06/2013, R.C. Istituto Città Studi, Baldini, Rv. 257123).

Ne consegue che, in tema di risarcimento del danno, la liquidazione dei danni morali, attesa la loro natura, non può che avvenire in via equitativa, dovendosi ritenere assolto l’obbligo motivazionale mediante l’indicazione dei fatti materiali tenuti in considerazione e del percorso logico posto a base della decisione, senza che sia necessario indicare analiticamente in base a quali calcoli è stato determinato l’ammontare del risarcimento (Sez. 6, n. 48086 del 12/09/2018, B, Rv. 274229; Sez. 4, n. 18099 del 01/04/2015, Lucchelli, Rv. 263450); inoltre, la determinazione della somma assegnata è riservata insindacabilmente al giudice di merito, che non ha l’obbligo di espressa motivazione quando, per la sua non particolare rilevanza, l’importo rientri nell’ambito del danno prevedibile (Sez. 4, n. 20318 del 10/01/2017, Mazzella, Rv. 269882).

Nel caso in esame, la condanna al risarcimento per i danni morali è stata, in parziale accoglimento dell’appello, ridotta ad Euro 500,00, sulla base della efficacia intimidatoria delle espressioni – alle quali la persona offesa aveva replicato con un sorriso – e delle conseguenze della colluttazione fisica, che, pur senza integrare una malattia rilevante ai sensi dell’art. 582 cod. pen., erano state integrate da graffi e dalla rottura degli occhiali della vittima.

5. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue la condanna al pagamento delle spese processuali e alla corresponsione di una somma di denaro in favore della cassa delle ammende, somma che si ritiene equo determinare in Euro 3.000,00.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

 


1 Commento

  1. Avete presente quando si dice di contare fino a 10? A volte, non è sufficiente, perché certe reazioni scattano lo stesso se sono incitate da allusioni, comportamenti scorretti altrui. Fortunatamente, io ho molto autocontrollo e spesso ho evitato di non cedere alle maldicenze o alle provocazioni di certi soggetti a cui qualsiasi altra persona avrebbe risposto di tutto punto in un certo modo. Ma è meglio esplodere in un secondo momento, con razionalità, piuttosto che farsi sopraffare dalla rabbia, così si evitano tante brutte e spiacevoli situazioni.

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