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Diffamazione implicita: quando è reato?

28 Dicembre 2019
Diffamazione implicita: quando è reato?

Ho realizzato sul mio PC personale un fotomontaggio goliardico e volgare di una persona facente parte del gruppo organizzato che frequento. Ho inviato questo fotomontaggio ad un’altra persona facente parte del medesimo gruppo tramite messaggio privato WhatsApp. Sfortuna vuole che  anche la persona ritratta ne abbia preso visione.

Nei giorni successivi, scopro che la vittima del fotomontaggio, sul suo profilo personale su Facebook (visibile anche ai membri del gruppo organizzato) ha pubblicato post inneggianti al NO BULLISMO e alla pochezza degli uomini di oggi (senza pubblicare la foto in questione ne riferimenti espressi alla mia persona). A seguito, molti commenti di membri della comunità che la assecondano e prendono le sue difese, con accuse di bullismo e bassezza morale. Pur non citando il mio nome, è palese che si riferiscano alla mia persona e dai commenti emerge che, se non il possesso, terzi siano venuti e stanno venendo a conoscenza della fotografia.

Chiedo cortesemente quali sono i limiti e le potenzialità per un’azione legale da parte mia e nel caso, ove persistano le condizioni, da parte della vittima del fotomontaggio.

Bisogna innanzitutto precisare che il lettore si è esposto al rischio di incorrere nel reato di diffamazione (art. 595 cod. pen.): per giurisprudenza pacifica (tra le tante, Cass., sent. n. 31728/2004), in tema di diffamazione commessa mediante scritti, sussiste il requisito della comunicazione con più persone, necessario per integrare il reato, anche quando le espressioni offensive siano comunicate ad una sola persona ma destinate ad essere riferite almeno ad un’altra persona, che ne abbia poi effettiva conoscenza. Dunque, anche se il commento irrispettoso sia comunicato a una sola persona, con la consapevolezza però che possa essere trasmesso anche ad altri, è possibile incorrere nel reato. La querela andrebbe sporta entro tre mesi dal fatto delittuoso, pena l’improcedibilità del reato.

Detto ciò, vediamo se la condotta della persona inizialmente insolentita possa integrare anch’essa gli estremi della diffamazione, per giunta aggravata (art. 595, terzo comma, c.p.), visto l’utilizzo dei social network.

Secondo la giurisprudenza (Cass., sent. n. 16712 del 16 aprile 2014), la diffamazione sussiste anche quando non si faccia espressamente il nome della vittima, ma ad essa si può risalire in base a circostanze univoche; in altre parole, ai fini dell’integrazione del reato di diffamazione, anche a mezzo di internet, è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone, indipendentemente dall’indicazione del nominativo.

È chiaro che una valutazione del genere va fatta di caso in caso, nel senso che bisogna capire effettivamente se:

  • i commenti siano idonei a ledere la reputazione altrui;
  • le persone che leggono suddetti commenti possano individuare, senza alcun dubbio, a chi siano riferiti.

Nel caso esposto, dunque, potrebbero ravvisarsi gli estremi della diffamazione implicita, purché ricorrano dette condizioni. Il sottoscritto può dire ben poco a riguardo: dallo screenshot di Facebook presi in visione non si ravvisa una condotta diffamatoria o comunque illecita. Altro materiale dovrebbe essere preso in considerazione ma, se è di analogo tenore, a sommesso avviso dello scrivente non ricorre alcun reato.

Va peraltro aggiunto che, se il fotomontaggio da cui è nata tutta la vicenda fosse stato diffuso dalla persona direttamente interessata, neanche questa condotta costituirebbe illecito, in quanto il soggetto della canzonatura iniziale è lo stesso che poi ha provveduto alla diffusione.

Certo, v’è da dire che la pubblicazione di questi post all’interno di un gruppo ristretto di persone ove vi è conoscenza reciproca, può facilitare l’identificazione della persona presa di mira. Si potrebbe diffidare formalmente con lettera raccomandata l’autore dei suddetti commenti invitandolo a desistere dal proseguire con la propria condotta, pena il ricorso alle autorità competenti per far valere le proprie ragioni.

A parere di chi scrive, però, presa visione anche dell’immagine allegata, non ricorrono gli estremi per una denuncia per diffamazione.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Mariano Acquaviva


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