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La banca può dare ad altri i dati dei clienti?

19 Dicembre 2019
La banca può dare ad altri i dati dei clienti?

Se la banca comunica alla società di recupero crediti il debito del cliente commette una violazione della privacy?

Hai ricevuto una lettera da una società di recupero crediti: sei in ritardo col mutuo e ti viene intimato il pagamento delle rate arretrate. Senonché la banca citata come creditrice è diversa da quella con cui hai sottoscritto il contratto. La ragione è spiegata proprio nell’intestazione della raccomandata: c’è stata una cessione del credito. Ti chiedi, però, se tale comportamento sia legittimo o se non costituisca una violazione della privacy. La domanda che, quindi, ti poni è la seguente: la banca può dare ad altri i dati dei clienti? Sulla questione si è pronunciata proprio di recente la Cassazione [1]. L’ordinanza è di particolare interesse per tutti quelli che hanno un problema con banche e finanziarie, sicché sarà bene prenderne atto. Cosa che potrai fare leggendo le poche righe che seguono.

Quando i dati dei clienti possono essere ceduti a terzi

La legge sulla privacy stabilisce che il trattamento dei dati del cliente può essere fatto solo dal soggetto indicato nel contratto (il cosiddetto «titolare del trattamento dei dati»). 

È previsto il divieto di cedere i dati a terzi salvo che non vi sia il consenso del cliente. La cessione può comunque avvenire solo per le finalità del contratto stesso, ossia per la sua esecuzione. 

Le banche, quindi, si fanno autorizzare in anticipo dai propri clienti e ne raccolgono il consenso alla cessione, in favore delle società di recupero crediti, di tutte le informazioni rilevanti alla riscossione (come nome e cognome, indirizzo, numero di telefono, presenza di fideiussioni, rate già pagate e rate da versare, esposizione debitoria, ecc.).

In ogni caso, la cessione deve avvenire in modo trasparente: ossia previa informativa data al cliente alla sottoscrizione del contratto stesso.

Resta comunque sempre valido un principio: il cosiddetto «criterio di minimizzazione» nell’uso dei dati personali. Ossia, i dati devono essere adeguati pertinenti e limitati a quanto necessario rispetto alle finalità del trattamento. In buona sostanza, possono essere ceduti solo i dati essenziali per lo svolgimento dell’attività connaturata al contratto e non altri elementi ininfluenti. Ad esempio, la banca non può cedere informazioni come lo stato di salute del cliente, la composizione del suo nucleo familiare, il nome dei figli se tali soggetti non sono coinvolti nel contratto stesso (perché non si sono obbligati). 

Resta il diritto del cliente di chiedere informazioni sulla cessione dei propri dati a terzi, sull’identità del soggetto cessionario e sulle finalità della cessione stessa. 

La banca può cedere i dati dei propri clienti?

Ma che succede nel caso in cui la banca ceda il proprio credito ad un altro istituto? Secondo la Cassazione, non viola la privacy del cliente la banca che cede un credito e comunica al terzo i dati del debitore. Spetta al danneggiato dimostrare che il trattamento delle informazioni personali ha ecceduto il criterio di minimizzazione nell’uso dei dati personali. 

In merito all’asserita violazione della privacy, la Cassazione ha ricordato che il trattamento delle informazioni personali effettuato nell’ambito dell’attività di recupero crediti è lecito purché, avvenga nel rispetto del criterio di minimizzazione nell’uso dei dati personali, dovendo essere utilizzati solo i dati indispensabili, pertinenti e limitati a quanto necessario per il perseguimento delle finalità per cui sono raccolti e trattati. La banca non commette, quindi, alcun illecito né viola la legge sulla privacy solo perché fornisce ad altri soggetti (la società che acquista il credito) informazioni riguardanti il debitore, ma comunque funzionali alla cessione del credito, quali la situazione debitoria e l’ubicazione dell’immobile vincolato alla garanzia del credito. 

Il trasferimento del database da parte dell’acquirente è ammissibile se la società cedente ha informato gli interessati al trattamento e all’acquisito di uno specifico consenso alla cessione. 


note

[1] Cass. ord. n. 34113/19.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 30 ottobre – 19 dicembre 2019, n. 34113

Presidente De Chiara – Relatore Fidanzia

Fatti di causa

Con sentenza n. 7605/2012, depositata il 26.6.2012, il Tribunale di Napoli ha condannato il Banco di Napoli s.p.a. al pagamento in favore di M.N.G. della somma di Euro 254.960,00, a titolo di responsabilità pre-contrattuale ascritta alla Banca in occasione delle trattative intraprese con l’attrice finalizzate alla conclusione di una transazione, oltre al risarcimento dei danni quantificati nella somma di Euro 5.000,00 per violazione della privacy. È stato ritenuto dal giudice di primo grado che l’istituto di credito, dopo aver pignorato l’immobile posto a garanzia del contratto di mutuo non adempiuto dall’attrice, nonostante le proposte via via migliorative presentate dalla M. , aveva ingiustificatamente ceduto il proprio credito pro soluto a tale V.A. ad una somma inferiore rispetto a quella offerta dalla stessa debitrice.

La Corte d’Appello di Napoli, in riforma della sentenza di primo grado, ha accolto l’appello principale e rigettato l’appello incidentale della M. .

Il giudice di secondo grado ha confutato la prospettazione della debitrice, secondo cui il cessionario del credito aveva versato alla Banca un anticipo del corrispettivo pattuito per la cessione in data (OMISSIS), ovvero in epoca addirittura anteriore all’instaurazione delle trattative con la M. , osservando che si era trattato di un palese errore materiale presente nella scrittura privata autenticata di cessione del credito, come si evinceva dal rilievo che il relativo assegno era stato tratto, in realtà, in data 28.6.2007.

Inoltre, è stato evidenziato nella sentenza impugnata che se era pur vero che la cessionaria aveva pagato una somma inferiore a quella offerta dalla debitrice, tuttavia, l’acquisto del credito era avvenuto in un’unica soluzione e non a fronte di un pagamento dilazionato di 24 mesi, come proposto dalla debitrice, nei cui confronti erano ben comprensibili dubbi di solvibilità, data l’ingente somma debitoria rimasta insoddisfatta.

In ordine alla dedotta violazione della legge sulla privacy, il giudice d’appello ha evidenziato che, una volta eseguito il pignoramento immobiliare, è del tutto evidente che la vicenda debitoria travalichi gli stretti ambiti del rapporto debitore-creditore, coinvolgendo tutti i possibili soggetto interessati all’acquisto del bene staggito.

Avverso la predetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione M.N.G. affidandolo a tre motivi.

Il Banco di Napoli s.p.a. si è costituito in giudizio con controricorso.

Entrambe le parti hanno depositato le memorie ex art. 380 bis.1 c.p.c..

Ragioni della decisione

1. Con il primo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c. e art. 2702 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Lamenta la ricorrente che la Corte d’Appello non ha riconosciuto l’efficacia probatoria privilegiata della scrittura privata autenticata per notaio L.O.R. e, in particolare, della dichiarazione in essa contenuta, proveniente dal Banco di Napoli, secondo cui il prezzo della cessione di credito era stato parzialmente corrisposto a mezzo di assegno bancario dell’importo di Euro 50.000,00, datato (OMISSIS) . Tale fatto era stato documentato con una prova avente valore legale e non poteva essere quindi disatteso dal giudice di secondo grado facendo ricorso alle presunzioni, con conseguente violazione dell’art. 116 c.p.c..

Peraltro, il giudice di secondo grado ha aderito acriticamente alla tesi del Banco di Napoli, che ha offerto come elemento di riscontro copie fotostatiche (di un assegno) non conformi, contestate tempestivamente e dettagliatamente.

2. Il motivo è infondato.

Va preliminarmente osservato che, a norma dell’art. 2702 c.c., la scrittura privata autenticata o riconosciuta fa piena prova fino a querela di falso, della sola provenienza della stessa da chi ne appare come sottoscrittore, con la conseguenza che la fede privilegiata non si estende di certo anche alla veridicità delle dichiarazioni in essa rappresentate, sicché il contenuto di queste ultime può essere contestato dal sottoscrittore con ogni mezzo di prova, entro i limiti di ammissibilità propri di ciascuno di essi. (Cass. n. 13321 del 30/06/2015).

Ne consegue che, nel caso di specie, la fede privilegiata non investe anche la dichiarazione, contenuta nella scrittura privata autenticata dal notaio, con cui il funzionario del Banco di Napoli ha riferito che il prezzo della cessione di credito di cui è causa era stato parzialmente corrisposto a mezzo di assegno bancario dell’importo di Euro 50.000,00, datato (OMISSIS) .

Il contenuto di tale dichiarazione poteva essere confutato con ogni mezzo di prova.

In proposito, il giudice d’appello, con un percorso argomentativo immune da vizi logici, ha evidenziato che la data del (OMISSIS), riportata sulla scrittura privata autenticata, era frutto di mero errore materiale sulla base di elementi gravi, precisi e concordanti, rappresentati dalla copia dell’assegno bancario prodotta in atti che indicava come data di negoziazione del titolo, mediante stampigliatura meccanica, quella dell’11.7.2007 (il che renderebbe estremamente improbabile un’emissione avvenuta oltre due anni prima) nonché dalla copia di un estratto di conto corrente del soggetto emittente il titolo, da cui era risultato che l’addebito sul conto era avvenuto con valuta (OMISSIS).

È peraltro inammissibile la censura con cui la ricorrente ha evidenziato nel ricorso di aver contestato tempestivamente e in dettaglio la conformità all’originale dei documenti prodotti in copia in giudizio dalla controparte.

Sul punto, dall’esame della sentenza impugnata emerge che il giudice d’appello non fatto alcun cenno al disconoscimento delle riproduzione meccaniche asseritamente effettuato dalla ricorrente a norma dell’art. 2712 c.c. (e quindi ai profili giuridici conseguenti a tale dedotta contestazione).

Orbene, essendo principio consolidato di questa Corte che i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena di inammissibilità, questioni che siano già comprese nel thema decidendum del precedente grado del giudizio – non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito, tranne che non si tratti di questioni rilevabili d’ufficio (Cass., 17/01/2018, n. 907; Cass., 09/07/2013, n. 17041) – ne consegue che, ove nel ricorso per cassazione siano prospettate, come nel caso di specie, questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di specificità del motivo, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, nonché il luogo e modo di deduzione, onde consentire alla S.C. di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass., 13/06/2018, n. 15430).

La ricorrente non ha assolto a tale onere di allegazione, limitandosi a sostenere di aver contestato tempestivamente la conformità delle copie agli originali, ma senza neppure dedurre di aver specificamente investito di tale questione il giudice d’appello.

In ogni caso, è comunque principio consolidato di questa Corte che il disconoscimento della conformità di una copia fotostatica all’originale di una scrittura non ha gli stessi effetti del disconoscimento previsto dall’art. 215 c.p.c., comma 2. Infatti, mentre quest’ultimo, in mancanza di richiesta di verificazione e di esito positivo di questa, preclude l’utilizzazione della scrittura, il primo non impedisce che il giudice possa accertare la conformità all’originale anche attraverso altri mezzi di prova, comprese le presunzioni. Ne consegue che l’avvenuta produzione in giudizio della copia fotostatica di un documento, se impegna la parte contro la quale il documento è prodotto a prendere posizione sulla conformità della copia all’originale, tuttavia, non vincola il giudice all’avvenuto disconoscimento della riproduzione, potendo egli apprezzarne l’efficacia rappresentativa (Cass. n. 12737 del 23/05/2018).

3. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione degli dell’art. 132 c.p.c., n. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, nonché la motivazione “apparente”.

Lamenta la ricorrente che la sentenza impugnata è carente nell’esame delle circostanze dedotte con l’appello incidentale, non consentendo di comprendere le ragioni poste a fondamento della decisione.

In particolare, è stato omesso ogni controllo e consequenziale motivazione in ordine alla sussistenza della buona fede della Banca nell’esercizio dell’autonomia contrattuale.

In particolare, la Corte d’appello ha omesso di pronunciarsi sulla legittimità del contegno tenuto dalla Banca, la quale non aveva consentito la liberazione dell’obbligazione della sua debitrice a parità di condizioni con il terzo cessionario, il quale aveva acquistato il credito per una cifra addirittura inferiore a quella offerta dalla ricorrente. Si lamenta, in sostanza, l’apparenza della motivazione del giudice di secondo grado in ordine al dedotto abuso di diritto della Banca, che aveva posto in essere un comportamento contrario a buona fede, non avendo tratto alcuna utilità dalla cessione del credito al terzo, danneggiando il debitore e consentendo che il terzo lucrasse dall’operazione la somma di Euro 254.960,900.

4. Il motivo è infondato.

Va osservato che, come già evidenziato nella parte narrativa, la sentenza impugnata, pur dando atto che la cessionaria aveva pagato una somma inferiore a quella offerta dalla debitrice, ha, tuttavia, precisato che l’acquisto del credito era avvenuto in un’unica soluzione, e non a fronte di un pagamento dilazionato di 24 mesi, come proposto dalla debitrice, nei cui confronti erano peraltro ben comprensibili dubbi di solvibilità, data l’ingente somma debitoria rimasta insoddisfatta.

La Corte d’Appello ha, inoltre, evidenziato che dopo che l’istituto di credito, nel maggio 2006, rifiutò la proposta transattiva della M. (prevedente una dilazione di pagamento in ben 24 rate mensili), quest’ultima contestò tale rifiuto e nessuna altra comunicazione intervenne tra le parti fino a quando, nel successivo luglio (2007), la Banca cedette il proprio credito ad V.A. .

Non vi è dubbio che un tale percorso argomentativo del giudice di secondo grado soddisfi pienamente “il minimo costituzionale” secondo i parametri elaborati da questa Corte a partire dalla sentenza delle S.U. n. 8053/2014.

Dunque, il giudice di secondo grado, con un ragionamento assolutamente immune da vizi logici, ha indicato specificamente le ragioni per cui la Banca non è incorsa nella violazione dei principi di buona fede e correttezza nel rifiutare la proposta transattiva della debitrice. L’offerta da parte della M. di una somma leggermente superiore a quella di cessione (408.000,00 a fronte di 400.000,00 del corrispettivo pattuito con il terzo) – non aumentata neppure in minima parte dopo l’immediato netto rifiuto dell’istituto di credito non era tale da dover indurre la Banca a preferire la debitrice nella definizione della pratica, in conseguenza della richiesta di dilazione di pagamento per un tempo assai prolungato da parte di un soggetto che già in passato non aveva onorato i propri impegni, maturando un’esposizione debitoria davvero ingente.

Il giudice ha quindi indicato i motivi della convenienza economica dell’offerta formulata dal terzo, così confutando il dedotto abuso del diritto.

5. Con il terzo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 196 del 2003, artt. 15 e segg..

Lamenta la ricorrente che vi è stata violazione della normativa sulla privacy al momento della cessione del credito della Banca ad un privato. In particolare, la Banca ha segnalato la debitrice a soggetti privati “acquirenti di crediti” fornendo loro dati sensibili in ordine alla persona del debitore, alla situazione debitoria e all’abitazione della debitrice

6. Il motivo è inammissibile per genericità.

Va preliminarmente osservato che non vi è dubbio che il trattamento delle informazioni personali effettuato nell’ambito dell’attività di recupero crediti sia lecito purché, avvenga nel rispetto del criterio di minimizzazione nell’uso dei dati personali, dovendo essere utilizzati solo i dati indispensabili, pertinenti e limitati a quanto necessario per il perseguimento delle finalità per cui sono raccolti e trattati. Tale principio era ben espresso dal D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 3, recante il titolo “principio di necessità nel trattamento dei dati”, e dall’art. 11, lett. d) legge cit., richiedente la pertinenza, la completezza e non eccedenza dei dati rispetto alle finalità per cui sono raccolti e trattati (tali articoli sono stati recentemente abrogati a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. 10 agosto 2018, n. 101) ed è stato recentemente riaffermato con l’entrata in vigore dell’art. 5, lett. c) del regolamento Europeo sulla protezione dei dati personali 2016/679.

Non può quindi ritenersi che la Banca sia incorsa nella violazione della legge sulla privacy solo perché abbia fornito ai soggetti acquirenti del credito informazioni riguardanti la debitrice funzionali alla cessione del credito, quali la situazione debitoria, ubicazione dell’immobile vincolato alla garanzia del credito, etc., ove non venga fornita prova che la comunicazione a terzi sia avvenuta in violazione del principio sopra enunciato di “minimizzazione nell’uso dei dati personali”.

Nel caso di specie, la ricorrente lamenta la rivelazione da parte della Banca di dati c.d. sensibili concernenti la sua persona senza neppure avere indicato quali, nonostante che già nel giudizio di merito fosse suo preciso onere specificare i dati sensibili propalati in violazione del criterio della “minimalizzazione nell’uso dei dati personali”. La censura si appalesa quindi generica.

Il rigetto del ricorso comporta la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali che liquida in Euro 12.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% ed accessori di legge.

Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello del ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

 


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5 Commenti

  1. A certe condizioni, la banca, tramite un software ed un partner tecnologico, è legittimamente in grado di osservare tutto ciò che facciamo sul web e che interessa il rapporto tra banca e cliente. Perfino quanto tempo si resta collegati, dove si clicca, come si reagisce ad una presunta anomalia. La banca, conosciute le abitudini di navigazione del cliente, è in grado di capire se qualche furbetto si intrufola nella pagina di un altro con le sue credenziali per svuotargli il conto corrente o la carta di credito.

  2. Sono cointestataria da oltre venti anni a firma disgiunta di conto e titoli con mia zia deceduta qualche mese fa. Ho saputo che la banca ha rilasciato certificazione saldi depositi agli eredi per la pratica di successione, indicando chiaramente anche il mio nome in calce. Premesso che gli eredi hanno diritto ad accedere a tali dati ritengo che la mia privacy sia stata violata, in quanto terzi che siano notaio, Caaf , ecc. non hanno alcun diritto ad avere informazioni sulla cointestataria a forma disgiunta di rapporti bancari e relativi a quote fuori successione. È fondata la mia obiezione? Se si, ho diritto ad avere un risarcimento e ad obbligare la banca a sostituire tale dichiarazione?

    1. Il diritto degli eredi all’accesso ai dati bancari del defunto è espressamente previsto dal Testo unico Bancario e non può essere compromesso dall’omessa comunicazione di dati essenziali per la ricostruzione dell’asse ereditario. È pur vero, tuttavia, che la consegna agli eredi della documentazione riguardante i rapporti bancari può ledere la privacy di soggetti terzi.Per tali ragioni, sono intervenute Le linee guida del Garante Privacy per trattamenti dei dati relativi al rapporto banca-clientela (G.U. n. 273 del 23 novembre 2007), secondo cui la Banca può “comunicare dati relativi alla clientela senza violare le rilevanti disposizioni in materia di protezione dei dati personali; altre comunicazioni sono anzi doverose in quanto richieste dalla legge”. Le linee guida riportano, tra le altre ipotesi previste dalla legge, proprio quella delle comunicazioni a seguito di istanza di accesso alla documentazione bancaria ai sensi dell´art. 119 del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia (compreso l’accesso degli eredi alla documentazione bancaria del defunto).L’esigenza di tutela degli eredi, aventi diritto a conoscere le stesse informazioni che avrebbe potuto conoscere il de cuius nella ricostruzione del patrimonio, prevale, dunque, sull’esigenza di tutelare la privacy dei soggetti terzi coinvolti. Sempre le citate linee guida prevedono, infatti, che il diritto di accesso agli atti “non prevede limitazioni rispetto all’ostensibilità delle informazioni contenute nella documentazione richiesta (ivi compresi dati personali relativi a terzi che dovessero esservi contenuti), neanche nelle forme di un parziale oscuramento delle informazioni stesse; il suo esercizio prevede il pagamento delle spese a carico del cliente”.Proprio nel caso dei rapporti cointestati, il Garante Privacy ha avuto modo di precisare che “L´erede che intenda accedere ai dati personali relativi a contratti bancari estinti dopo la morte del proprio dante causa ed originariamente intestati sia a costui, sia a terze persone ha diritto di conoscere tutte le informaizoni detenute dall´istituto bancario, ivi comprese quelle concernenti le generalità dei terzi cointestari dei contratti in questione” (Provv. 3 aprile 2002, doc. web n. 1065256).Alla luce di quanto sopra e delle interpretazioni fornite dal Garante Privacy, a parere dello scrivente si ritiene che non vi siano i presupposti per una richiesta risarcitoria alla banca.

  3. Buonasera. vorrei sottoporvi una questione che mi riguarda e spero potrete rispondere al mio quesito. Ho tre finanziamenti in tre banche differenti e, all’inizio dei rapporti, ho firmato i documenti per la privacy. Ora tutti e tre gli istituti hanno cambiato titolarità e iban ed i miei documenti sono andati in automatico al nuovo subentrante senza il mio consenso. È stata violata la legge? Non occorreva il mio consenso?

    1. Donato non vi è stata alcuna violazione. Il principio di massima è che i dati personali dei clienti possono essere trattati dalla banca solo per scopi leciti, nel rispetto della disciplina in materia di protezione dei dati personali. Di norma, la comunicazione di dati personali è legittima quando: la richiesta giunge dal fisco (controlli sull’evasione) o dall’autorità giudiziaria; la comunicazione costituisce un preciso obbligo di legge a cui la banca non può sottrarsi (ad esempio, in materia di antiriciclaggio); si tratta di dati comunque pubblici (perché, ad esempio, contenuti in archivi da chiunque consultabili); la comunicazione costituisce un legittimo interesse del titolare (banca) o di un terzo destinatario dei dati, anche in riferimento all’attività di gruppi bancari e di società controllate o collegate, a meno che non prevalgano i diritti e le libertà fondamentali, la dignità o un legittimo interesse dell’interessato. Ebbene, ad avviso dello scrivente il caso di specie rientra proprio in quest’ultima ipotesi: quando la banca si fonde con un’altra o viene acquisita o ceduta, è previsto il trasferimento automatico dei rapporti giuridici e dell’intero compendio dei beni comprendente contratti e rapporti di conto corrente e deposito. In ipotesi del genere, quindi, non occorre chiedere il consenso ai singoli clienti riguardo la comunicazione dei loro dati dalla banca cedente alla cessionaria, né è necessario l’invio di un’ulteriore informativa sul trattamento dei dati da parte della nuova banca al singolo cliente, essendo sufficiente che essa sia pubblicata, insieme alla notizia inerente la cessione, sulla Gazzetta Ufficiale. La banca cessionaria (cioè la nuova), tuttavia, è obbligata ad inviare il documento informativo a tutti i clienti alla prima occasione utile successiva alla cessione, normalmente al momento dell’invio dell’estratto conto. La cessione dei dati del lettore, essendo fondamentale perché l’operazione bancaria (cioè la cessione) avvenga, non costituisce pertanto una lesione della privacy sanzionabile.

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