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Divorzio: cosa fare se l’ex fa dei prelievi non autorizzati?

25 Dicembre 2019 | Autore:
Divorzio: cosa fare se l’ex fa dei prelievi non autorizzati?

Come tutelarsi per evitare che il coniuge o il convivente si prenda tutti i soldi in banca prima della separazione. Che succede dopo con il conto corrente?

Hai un conto cointestato con il tuo coniuge o convivente. Sai che le cose tra di voi non vanno come dovrebbero e si respira aria di separazione, ma ancora non avete deciso nulla. Un giorno vai a prelevare dei soldi per pagare le bollette e fare la spesa e ti accorgi che il conto è stato prosciugato. Chiedi spiegazioni, ma la banca ti dice che è tutto regolare: il prelievo è stato fatto proprio dalla persona che vive con te, con la quale hai cointestato il conto corrente. Un’ipotesi improbabile? Non per i 150mila italiani che hanno dichiarato in una recente indagine di essere rimasti vittime di questa furbata. Ci si chiede, a questo punto, in caso di divorzio cosa fare se l’ex fa dei prelievi non autorizzati.

Occorre premettere che, in teoria, se i coniugi o i conviventi hanno un conto cointestato ciascuno di loro ha diritto ad un ipotetico 50% di quello che è depositato in banca o in posta. Ipotetico perché, finché entrambi hanno il potere di firma, uno dei due può fare quello che gli pare senza dare spiegazioni all’impiegato della banca o della posta. L’impiegato, infatti, non è tenuto a chiedere se l’altro cointestatario è d’accordo, se la loro vita di coppia procede a gonfie vele oppure c’è una separazione in agguato. Insomma, se vado in banca e chiedo di avere tutti i soldi che ho sul conto, ho il diritto di averli. Anche se il mio partner non ne sa nulla. Ecco, quindi, dove si pone il problema: quando si sta per arrivare al divorzio, cosa fare se l’ex fa dei prelievi non autorizzati?

Occorre pensarci per tempo, prima che lui o lei arrivino a quello che normalmente si chiama «prendi i soldi e scappa». Vediamo come.

Divorzio e conto corrente: che succede in Italia?

Che un coniuge o un convivente vicino alla separazione o al divorzio faccia il furbo con il conto corrente cointestato effettuando dei prelievi non autorizzati, lo dimostra la ricerca fatta recentemente in Italia da mUp Research e Norstat.

Quasi 300mila persone divorziate o separate hanno dichiarato che l’ex partner si è tenuto tutti i soldi ma – e questo è peggio ancora – uno su dieci ha svuotato il conto prima ancora della separazione. E non per diventare ricco: il bottino medio non arrivava a 8.000 euro. Questo avviene soprattutto all’interno delle coppie che hanno vissuto in regime di comunione dei beni.

Conto cointestato tra coniugi: come funziona?

Nel momento in cui ci si sposa in regime di comunione dei beni, si suppone che tra i coniugi ci sia non solo piena armonia ma anche totale reciproca fiducia. È una prassi, dunque, che in banca venga aperto un conto corrente cointestato per depositare i soldi dei propri stipendi ed avere una cassa comune da cui attingere per le spese familiari.

Questa scelta viene fatta spesso anche da chi vive in separazione dei beni. Può darsi, ad esempio, che i coniugi o i conviventi decidano di tenere ciascuno di loro il proprio conto e di aprire anche un ulteriore rapporto in banca per le spese di casa.

Ad esempio, coniugi o conviventi decidono di mettere ogni mese una cifra fissa per le bollette, la spesa del supermercato o le attività dei figli, mentre dal conto individuale prelevano per la cena con i colleghi di lavoro, per la palestra, per un paio di scarpe nuove, in altre parole per le spese personali. Il conto cointestato comporta, anche in questo caso, una comproprietà al 50%.

Non sempre è facile stabilire chi dei due ha alimentato maggiormente il conto cointestato o chi lo ha utilizzato di più, soprattutto quando è destinato alle spese di tutti, cioè a quelle per la famiglia. Ecco perché si presume che la proprietà del conto sia in capo ad entrambi i coniugi o conviventi al 50%. E che in caso di separazione o di divorzio, i soldi debbano essere distribuiti tra gli ex al 50%.

A meno che uno dei due riesca a dimostrare che i soldi che finivano sul conto erano di sua proprietà. È il caso del coniuge che, solo per una questione di comodità, ha cointestato il conto su cui versava lo stipendio ed aveva depositato i suoi risparmi. In questo modo, consentiva all’altro di prelevare quel che era necessario per le spese familiari. Se, come dicevamo, il coniuge dimostra che quel denaro era di sua proprietà, in caso di separazione avrà diritto a ricevere il 100% di quanto depositato.

Conto cointestato: cosa fare se l’ex lo svuota?

Resta il problema delle operazioni che i coniugi possono fare sul conto corrente finché è cointestato ad entrambi. Cosa fare se l’ex fa dei prelievi non autorizzati?

Come detto, la banca non può impedire ad uno dei cointestatari di prelevare dei soldi quando gli pare e per l’importo che ritiene opportuno. Quindi, se c’è il sospetto che l’altro possa fare il furbo ed andare allo sportello a prendersi il denaro, è possibile chiedere al giudice il sequestro del conto fino all’emissione della sentenza di separazione. Occorrerà, però, documentare la titolarità dei soldi depositati e motivare la richiesta di sequestro, cioè spiegare perché c’è il rischio oggettivo di vedere il conto svuotato.

In qualche caso è possibile anche chiedere ed ottenere la restituzione del denaro che spetta all’ex rimasto «al verde». Succede quando uno dei coniugi preleva dal conto cointestato destinato alle spese familiari più soldi di quelli che dovrebbe ritirare. Quando si arriva alla separazione, chi ha avuto la mano più lesta dovrà rimborsare all’altro la parte prelevata in più dal patrimonio comune.

Conto cointestato: che succede dopo la separazione?

Se si è riusciti a tutelare i propri soldi dal rischio di avidità dell’ex e si arriva alla separazione, nel caso in cui si voglia chiudere il conto il denaro deve essere distribuito, come detto, al 50% tra ciascuno dei coniugi o dei conviventi.

Può darsi, però, che entrambi decidano di lasciare il conto aperto per qualche motivo, ad esempio per le spese dei figli oppure per far fronte ad altri pagamenti. E qui c’è da stare molto attenti.

Anche quando il matrimonio non c’è più, la banca considera i due cointestatari responsabili in solido del conto. Significa che, in caso di saldo passivo, i due titolari saranno responsabili nei confronti dell’istituto di credito che, indipendentemente da chi ha causato il rosso, potrà agire contro entrambi per recuperare le somme mancanti.


note

Autore immagine: 123rf.com


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2 Commenti

  1. Sono separata da mio marito in comunione dei beni. In qualità di coniuge separata, potrei rispondere delle cartelle esattoriali non pagate da mio marito o è responsabile lui personalmente con i suoi beni? Possono pignorare il mio stipendio?

    1. Il regime di comunione legale comporta che alcuni beni, acquistati in costanza di matrimonio rientrino automaticamente nella contitolarità di entrambi i coniugi, a prescindere da chi abbia effettivamente speso il denaro per l’acquisto. Si tratta dei seguenti beni:gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi ai beni personali;i frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi, percepiti e non consumati allo scioglimento della comunione;i proventi dell’attività separata di ciascuno dei coniugi se, allo scioglimento della comunione, non siano stati consumati;le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio. Qualora si tratti di aziende appartenenti ad uno dei coniugi anteriormente al matrimonio ma gestite da entrambi, la comunione concerne solo gli utili e gli incrementi.Non rientrano, invece, nella comunione legale:i beni di cui, prima del matrimonio, il coniuge era proprietario o rispetto ai quali era titolare di un diritto reale di godimento;i beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione, quando nell’atto di liberalità o nel testamento non è specificato che essi sono attribuiti alla comunione;i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge ed i loro accessori;i beni che servono all’esercizio della professione del coniuge, tranne quelli destinati alla conduzione di una azienda facente parte della comunione;i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno nonché la pensione attinente alla perdita parziale o totale della capacità lavorativa;i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali sopraelencati o col loro scambio, purché ciò sia espressamente dichiarato all’atto dell’acquisto.I beni della comunione rispondono:di tutti i pesi ed oneri gravanti su di essi al momento dell’acquisto;di tutti i carichi dell’amministrazione dei beni stessi;delle spese per il mantenimento della famiglia e per l’istruzione e l’educazione dei figli e di ogni obbligazione contratta dai coniugi, anche separatamente, nell’interesse della famiglia;di ogni obbligazione contratta congiuntamente dai coniugi.
      Ai sensi dell’art. 189 del codice civile, i beni della comunione, fino al valore corrispondente alla quota del coniuge obbligato, rispondono, quando i creditori non possono soddisfarsi sui beni personali, delle obbligazioni contratte, dopo il matrimonio, da uno dei coniugi per il compimento di atti eccedenti l’ordinaria amministrazione senza il necessario consenso dell’altro.In ogni caso, i creditori particolari di uno dei coniugi, anche se il credito è sorto anteriormente al matrimonio, possono soddisfarsi in via sussidiaria sui beni della comunione, fino al valore corrispondente alla quota del coniuge obbligato.Inoltre, ai sensi dell’art. 190 c.p.c., i creditori possono agire in via sussidiaria sui beni personali di ciascuno dei coniugi, nella misura della metà del credito, quando i beni della comunione non sono sufficienti a soddisfare i debiti su di essa gravanti.In sintesi, dunque, per stabilire se i beni della comunione rispondano per l’intero debito o solo fino al valore corrispondente alla quota del coniuge obbligato, occorre comprendere se i debiti fiscali del marito siano qualificabili come debiti della comunione o come debiti personali.Se il debito è contratto nell’interesse della famiglia, la regola è che i beni che rientrano nella comunione possono essere pignorati dal creditore di uno dei due coniugi. Se tali beni non sono sufficienti, i creditori possono rivalersi, in via sussidiaria, fino al 50%, sui beni personali di ciascuno dei due coniugi.Se si tratta di un debito personale, il creditore può pignorare solo i beni personali del coniuge che ha contratto l’obbligazione. Solo se questi sono insufficienti e, il creditore può soddisfarsi, in via sussidiaria, sulla quota in comunione.Nell’ambito dei debiti discali, costituisce debito della comunione, con responsabilità di entrambi i coniugi, quello derivante dalla dichiarazione dei redditi congiunta. In tal caso, secondo la giurisprudenza, i coniugi sono responsabili in solido anche per il pagamento dell’imposta diretta (es. Irpef), soprattasse, pene pecuniarie e interessi iscritti a ruolo a nome di uno solo dei coniugi. Ne consegue che se i beni della comunione sono insufficienti, il Fisco può aggredire anche i beni personali di entrambi i coniugi.In nessun caso, a seguito della separazione, i creditori possono pignorare lo stipendio del coniuge non debitore, in quanto esso non è entrato a far parte della comunione. Semmai potrebbe essere pignorato il conto corrente cointestato ad entrambi i coniugi sul quale le eventuali retribuzioni siano già confluite in costanza di matrimonio.

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