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Sfratto per morosità: quanto deve pagare l’inquilino in udienza o col termine di grazia?

20 Agosto 2013
Sfratto per morosità: quanto deve pagare l’inquilino in udienza o col termine di grazia?

Nel caso di procedimento di ingiunzione di sfratto per morosità, per estinguere il procedimento giudiziale, il locatario deve pagare, in udienza, tutti gli arretrati accumulatisi fino ad allora, anche nel caso di concessione del termine di grazia.

 

Come noto, se l’inquilino non è in regola con il pagamento dei canoni di locazione può essere sfrattato dal locatore attraverso un procedimento giudiziale (denominato: “convalida di sfratto per morosità”).

Con l’atto di intimazione, notificato dall’avvocato all’inquilino moroso, si ordina a quest’ultimo il pagamento delle mensilità scadute e non corrisposte.

Tuttavia, la prima udienza avviene spesso diverso tempo dopo dalla citazione notificata dall’avvocato. Pertanto, si pone il problema se sia dovuto anche il pagamento di quelle mensilità che, nel frattempo, sono maturate tra la data di citazione e la prima udienza fissata dal giudice.

Ebbene, in tali casi, se il conduttore intende sanare la morosità ed estinguere il procedimento di sfratto deve pagare quanto dovuto sino alla data della prima udienza: non dunque i soli canoni oggetto della morosità indicata dall’avvocato nell’atto di intimazione di sfratto, ma anche tutti quelli che, nel frattempo, sono scaduti fino all’udienza fissata per la convalida.

Alla prima udienza, l’inquilino può chiedere un rinvio di 90 giorni (cosiddetto termine di grazia) onde avere il tempo per procurarsi le liquidità necessarie per pagare il proprio debito. Se il giudice concede il termine di grazia, la prima udienza viene rinviata e viene fissata una seconda udienza per il pagamento del dovuto.

Anche in questo caso, il pagamento dell’inquilino che voglia estinguere il procedimento di sfratto dovrà consistere nell’estinzione di tutto quanto dovuto per canoni, oneri accessori, interessi e spese fino alla scadenza del termine di grazia [1], ossia di quanto maturato dal locatore sino alla seconda udienza, allo scadere del termine di grazia.

Discorso diverso è quello per cui lo sfratto è chiesto per il mancato pagamento di determinati canoni: in tal caso, vi deve essere piena corrispondenza fra la morosità contestata e quella posta a base dell’ordinanza di convalida. Infatti, l’avvocato in udienza deve dichiarare che la morosità per cui è stato chiesto lo sfratto sussiste ancora. Ciò premesso, anche in caso di mancata comparizione all’udienza di convalida dell’intimato ritualmente citato, il giudice deve verificare d’ufficio se sussistono i presupposti di rito e di merito per la convalida, e deve rifiutarla qualora l’attestazione di persistenza della morosità fatta dal locatore o dal suo procuratore sia riferita non già ai canoni scaduti indicati nell’atto di intimazione, ma ad altri canoni  [2]. Ciò, in altre parole, sta a significare che se il conduttore prima dell’udienza di convalida ha sanato la morosità (i canoni scaduti) per cui è stato chiesto lo sfratto, e però è moroso per canoni maturati successivamente, non vi può essere convalida di sfratto ed occorre nuova domanda che abbia ad oggetto questi ultimi canoni impagati.



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