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Offese al datore di lavoro: quando sono lecite

22 Dicembre 2019
Offese al datore di lavoro: quando sono lecite

Per le ingiurie, le critiche e le minacce al capo si rischia il licenziamento solo quando non c’è un clima esasperato e di tensioni.

“Sbottare” è un verbo di recente conio, ma ormai noto a tutti. E lo credo bene: la vita è diventata difficile. Si sbotta per tutto: basta poco per avere una reazione che, a volte, stupisce noi stessi. Ci sono il traffico, le bollette da pagare, le rate alla banca, il figlio che non ne vuol sapere di studiare e i prof. che non lo aiutano; ci sono i social, gli stalker e l’ansia da prestazione per una foto pubblicata su Instagram. E poi c’è sempre il rischio di perdere il posto di lavoro per un nonnulla: ora, non ci sono commesse a sufficienza per pagare gli stipendi, ora è colpa della crisi, ora c’è il collega che parla male di te. Insomma, l’ambiente di lavoro è diventato una giungla.

Ecco, prendiamo proprio il caso di una situazione aziendale esasperata, in cui il datore di lavoro è particolarmente nervoso: gli affari non vanno come vorrebbe e se la prende in continuazione con i propri dipendenti. È arrivato a minacciarti di licenziamento se non accetterai una riduzione dello stipendio (ricatto questo che peraltro integra il reato di estorsione). Ed è così che è arrivato anche il tuo momento di “sbottare”. Non appena il capo ti comunica l’intenzione di pagarti lo stipendio in ritardo (e non è la prima volta) ecco che ti esce una parolaccia, anzi un insulto vero e proprio. Lui non se lo fa ripetere due volte e ti dice «Sei licenziato».

Ora, a parte il fatto che un licenziamento orale sarebbe illegittimo se non fosse subito seguito dalla lettera di comunicazione del procedimento disciplinare e, dopo di questa, dal licenziamento scritto vero e proprio, è possibile giustificare il dipendente che insulta il superiore gerarchico? Quando sono lecite le offese al datore di lavoro?

Più di una volta, la Cassazione si è trovata ad affrontare questo problema. Facciamo qui una sintesi delle principali pronunce.

Il lavoratore può reagire a un’ingiustizia e offendere il datore

Secondo il tribunale di Nocera Inferiore [1], non si può licenziare il dipendente che offende il datore su Facebook se sta reagendo a una ingiustizia. In tal caso, gli spetta la reintegra sul posto oltre al risarcimento.

Nel caso di specie, un dipendente aveva postato su Facebook un insulto dai chiari toni diffamatori: «Che pezzi di m.!» aveva scritto sul proprio profilo, riferendosi ai superiori che avevano adottato un provvedimento disciplinare ingiusto contro un collega. L’espressione è volgare e inappropriata, ma il dipendente è stato reintegrato e risarcito: il licenziamento per giusta causa, infatti, risulta sproporzionato laddove arreca al datore un mero pregiudizio morale, mentre non produce conseguenze dannose sul piano organizzativo e, a maggior ragione, sotto l’aspetto produttivo ed economico. E ciò perché l’autore del post intende reagire a una (ritenuta) ingiustizia nei confronti di un altro dipendente. Il licenziamento è, dunque, ritenuto sproporzionato.

Il lavoratore esercita pur sempre un diritto di critica, sia pure in un modo inurbano e inopportuno: il post, dunque, non mostra un evidente intento aggressivo nei confronti dei vertici aziendali.

Dipendente esasperato: reazione legittima

Di una persona esasperata si dice che è “cieca” dalla rabbia. E non a torto. Secondo la Cassazione [2], infatti, non si può licenziare un dipendente che ha uno sfogo personale col datore in un clima di lavoro divenuto insostenibile. Succede, ad esempio, quando ci sono contestazioni sugli stipendi o questioni di carattere sindacale legate magari agli orari di lavoro o all’assenza di misure di tutela della salute. In tal caso, non si può sanzionare con il licenziamento il dipendente che ha una lite col capo. Per l’insubordinazione è, infatti, necessario il dolo, ossia la volontà e la consapevolezza di opporsi con fermezza e violenza a un ordine del proprio superiore; ma queste circostanze non ricorrono quando l’invettiva è solo una reazione – sebbene non immediata e contestuale – all’altrui comportamento provocatorio o a un clima di tensioni dettato dall’ambiente generale.

Anche qui i giudici richiamano il diritto di critica del dipendente.

Del resto, se è vero che le caratteristiche essenziali del tradizionale rapporto di lavoro alle dipendenze di un’azienda sono la fedeltà e l’obbedienza al datore, ciò non significa un servilismo “fantozziano”.

L’email di protesta

È sempre la Cassazione a ritenere illegittimo [3] il licenziamento di un dipendente colpevole di aver inviato una email dal tono polemico, tuttavia, priva di idoneità lesiva per l’immagine della società.

Quando le critiche sono basate su fatti veri

Quando le critiche dirette al datore di lavoro sono basate su fatti veri, il licenziamento è nullo in quanto ritorsivo, ossia frutto di una reazione vietata ad un atto legittimo e non arbitrario del dipendente [4].

L’insubordinazione consiste nella violazione da parte del lavoratore degli obblighi di diligenza e obbedienza, sanciti dal Codice civile e non nel semplice rifiuto di adempiere, essendo normalmente associata ad atteggiamenti di ingiurie, minacce o percosse poste in essere nei confronti dei superiori.

note

[1] Trib. Nocera Inferiore sent. del 29.05.2019.

[2] Cass. sent. n. 26930/16 del 23.12.16.

[3] Cass. sent. n. 23774/2018.

[4] Trib. Firenze, sent. del 5.05.2015.


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