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Alimenti in cattivo stato di conservazione: responsabilità penale del venditore

7 Aprile 2014 | Autore:
Alimenti in cattivo stato di conservazione: responsabilità penale del venditore

Alimenti conservati senza rispettare le norme igienico sanitarie: il venditore commette un reato a prescindere dal fatto che i consumatori abbiano subito danni alla salute; eventuali danni sono comunque risarcibili in sede civile.

 

Il venditore che non rispetta le norme igienico sanitarie e utilizza, vende o distribuisce alimenti in cattivo stato di conservazione commette un reato ed è punito indipendentemente dal fatto che vi sia stato un effettivo danno alla salute dei clienti.

È quanto precisato dalla Cassazione con una recente sentenza [1] che ha chiarito come il reato in questione si configuri a prescindere dal fatto che i beni in cattivo stato di conservazione siano stati o meno consumati con un danno alla salute del cliente.

Addirittura non è neppure necessario che i beni siano stati venduti, in quanto è sufficiente che essi siano semplicemente conservati (per poi essere utilizzati, venduti o distribuiti) senza osservare le norme igienico sanitarie, potendo essere così potenzialmente pericolosi per il benessere dei consumatori.

Ne deriva che un commerciante può essere sanzionato anche per gli alimenti non ancora venduti, ma conservati in condizioni anti igieniche nel magazzino (per esempio esposti all’umidità, allo smog, alla possibile presenza di animali oppure confezionati in imballaggi sporchi ecc.).

Più precisamente, la legge [2] stabilisce che è vietato impiegare nella preparazione di alimenti o bevande, vendere, detenere per vendere o somministrare ai propri dipendenti, o comunque distribuire per il consumo sostanze alimentari:

a) private anche in parte dei loro elementi nutritivi o mescolate a sostanze di qualità inferiore o comunque trattate in modo da variarne la composizione naturale, salvo quanto disposto da leggi e regolamenti speciali;

b) in cattivo stato di conservazione;

c) con cariche microbiche superiori ai limiti stabiliti dalla legge;

d) insudiciate, invase da parassiti, in stato di alterazione o comunque nocive, ovvero sottoposte a lavorazioni o trattamenti diretti a mascherare un preesistente stato di alterazione;

e) con aggiunta di additivi chimici di qualsiasi natura non autorizzati con decreto del Ministro per la sanità o, nel caso che siano stati autorizzati, senza l’osservanza delle norme prescritte per il loro impiego. I decreti di autorizzazione sono soggetti a revisioni annuali;

f) che contengano residui di prodotti, usati in agricoltura per la protezione delle piante e a difesa delle sostanze alimentari immagazzinate, tossici per l’uomo [3].

Chi viola tale divieto è punito con l’arresto o con l’ammenda che ha un importo più o meno elevato a seconda della gravità dell’illecito.

Il fatto che il venditore sia sanzionabile per aver violato il suddetto divieto, a prescindere da eventuali danni provocati ai consumatori degli alimenti, non rende necessaria la prova del nesso di causalità tra cattiva conservazione del bene e danno della vittima.

Non servono pertanto i certificati medici di eventuali danneggiati ma bastano i risultati delle ispezioni igienico sanitarie effettuate presso i locali interessati.

Non sono neppure necessarie le analisi chimiche dei prodotti quando è evidente che il venditore non ha rispettato le norme igienico sanitarie: è il caso in cui siano palesi le condizioni non igieniche di locali o delle confezioni in cui gli alimenti sono conservati o venduti.

Il consumatore che ha ingerito alimenti in cattivo stato di conservazione e ha subito un danno più o meno grave alla salute può comunque agire in sede civile per ottenere il risarcimento del danno. In questo caso egli deve provare il danno stesso e il nesso di causalità tra quest’ultimo e il comportamento illecito del venditore.


note

[1] Cass. sent. n. 6108/14 del 10.02.2014.

[2] Art. 5 L. n. 283/1962.

[3] Il Ministro per la sanità, con propria ordinanza, stabilisce per ciascun prodotto, autorizzato all’impiego per tali scopi, i limiti di tolleranza e l’intervallo per tali scopi, i limiti di tolleranza e l’intervallo minimo che deve intercorrere tra l’ultimo trattamento e la raccolta e, per le sostanze alimentari immagazzinate tra l’ultimo trattamento e l’immissione al consumo.

Autore immagine: 123rf.com


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