Eutanasia: assolto Cappato, i commenti a caldo

23 Dicembre 2019
Eutanasia: assolto Cappato, i commenti a caldo

Subito dopo l’assoluzione di Marco Cappato dal reato di aiuto al suicidio, i protagonisti commentano la decisione della Corte d’assise di Milano.

Marco Cappato è stato assolto “perché il  fatto non sussiste” dai giudici della Corte d’assise di Milano dall’accusa di aiuto al suicidio per aver accompagnato Fabiano Antoniani – noto come deejay
Fabo – in una clinica svizzera a morire. Lo comunica l’agenzia stampa Adnkronos che riporta anche i commenti a caldo sulla pronuncia, il cui esito era scontato dopo l’intervento della Corte costituzionale che di recente aveva sancito la libertà del suicidio assistito, soprattutto dopo il deposito delle chiare motivazioni nelle quali ha ritenuto «non punibile chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

L’assoluzione per Cappato era stata richiesta stamattina in udienza anche dal procuratore della Repubblica, rifacendosi a quanto stabilito nella sentenza della Consulta dello scorso 25 settembre, che ha escluso in determinati casi la punibilità dell’aiuto al suicidio . L’accusa nei confronti di Cappato era proprio quella di istigazione ed aiuto al suicidio, per aver “aiutato a morire” il 40 enne dj Fabo, rimasto cieco e tetraplegico dopo un incidente in auto accompagnandolo, il 27 gennaio 2017,  in una struttura svizzera ove gli è stato praticato il suicidio assistito.

“E’ stato un atto di disobbedienza civile. Noi chiediamo un’assoluzione sulla base dei principi costituzionali: nella nostra Costituzione c’è un diritto all’autodeterminazione, quale è stato quello di Cappato”. Queste erano state le parole dell’avvocato difensore Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni, pronunciate in aula lo scorso febbraio prima che giudici di Milano sollevassero la legittimità costituzionale sul caso citando la Costituzione e la Convenzione dei Diritti dell’Uomo per rimarcare “i principi della libertà di ciascun individuo di decidere come e quando morire“.

Stamane ancora con più forza la difesa ha chiesto l’assoluzione, rimarcando che proprio la Corte Costituzionale ha ora escluso in determinati casi la punibilità dell’aiuto al suicidio ed ha stabilito che saranno le strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale a verificare l’esistenza delle condizioni che lo rendono legittimo. Condizioni che ricorrono, per esempio, quando si tratta di una persona tenuta in vita con l’idratazione e l’alimentazione artificiale in quanto soffre di una malattia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma che resta tuttavia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Inoltre, ha stabilito che spetterà a un organo collegiale, cioè il Comitato etico territorialmente competente, garantire la tutela delle “situazioni di particolare vulnerabilità” e che non ricadrà sui medici l’obbligo di prestare l’aiuto al suicidio.

Prima che i giudici si ritirassero in camera di consiglio per emettere la sentenza, Marco Cappato ha voluto rilasciare delle dichiarazioni spontanee: “Voglio sottolineare come dalla morte di Fabiano
Antoniani a oggi numerose persone non sono in grado di quantificare, qualche, poche decine sono state aiutate ad andare in Svizzera a morire nella piena informazione delle istituzioni del nostro Stato e
senza che mai fosse attivata l’azione penale obbligatoria, quindi evidentemente c’è qualcosa che viene considerato almeno di fatto un aiuto legittimo”.

Per Cappato, il tema centrale è la “libertà, il diritto alla autodeterminazione individuale, naturalmente all’interno di determinate condizioni ma dove non è la tecnica del tenere in vita, la tecnica del far morire a essere rilevante, ma la condizione di vita, di dignità, di libertà che ciascuno vuole garantire per se stesso a essere rilevante. Per quella ragione io ho aiutato Fabiano”.

Subito dopo la pronuncia della sentenza, la prima a parlare è stata Valeria Imbrogno, la fidanzata di dj Fabo: “Fabiano mi avrebbe chiesto di festeggiare, siamo arrivati alla vittoria per lui: ha sempre
combattuto, sono felice. La battaglia continua per tutti gli altri, quando ha iniziato voleva proprio che fosse una battaglia di libertà per tutti e oggi ci è riuscito”. A chi le chiede se manca una legge sul fine vita
replica, “ora spero che avvenga anche qualcosa a livello politico”.

L’avvocato Filomena Gallo, difensore di Marco Cappato nel processo e segretario dell’associazione Luca Coscioni, ha dichiarato che “La strada che abbiamo intrapreso era giusta fin dall’inizio, ci aspettiamo dal Parlamento una legge, il nostro lavoro continuerà fino a quando in Italia non saremo liberi fino alla fine”.

Anche il procuratore aggiunto di Milano Tiziana Siciliano, che oggi ha svolto le funzioni di pubblico ministero in udienza, commenta: “E’ una giornata storica e un grande risultato perché la decisione della Corte realizza pienamente il significato dell’articolo 2 della Costituzione che mette l’uomo al centro della vita sociale e non anche lo Stato”, aggiungendo che “ora è compito del legislatore colmare le lacune
che ancora ci sono”.

Tra le voci dissonanti, spicca quella di Mario Adinolfi, fondatore del Popolo della Famiglia, che parla di un “gravissimo errore della Consulta” e precisa: “Non mi aspettavo nulla di diverso, l’assoluzione è conseguenza della sentenza della Corte Costituzionale. L’errore è stato compiuto dalla Corte Costituzionale”. “Un errore gravissimo – ha continuato – perché le conseguenze non sono ancora state identificate: vorrei capire cosa succederà quando un domani Cappato dovesse aiutare un altro disabile a uccidersi, stavolta a Roma anziché a Zurigo. Allora vorrei capire davvero se i giudici costituzionali sentiranno il rimorso della propria coscienza”. “Mi appello a Mattarella, al presidente della Corte costituzionale, che sono dei cattolici, mi appello alle forze in parlamento e come Popolo della Famiglia siamo in campo per sensibilizzare tutti – ha sottolineato Adinolfi – affinché si arrivi a una legge che torni a far considerare la vita umana come un bene indisponibile”.

Anche il senatore della Lega Simone Pillon commentando l’assoluzione di Marco Cappato è tra i contrari: “Il problema vero è quello che la sentenza crea come problema di fondo: stiamo andando verso il suicidio di Stato e ci siamo persi qualsiasi riferimento alla sacralità della vita”. Oggi la questione riguarda una persona che lo ha chiesto, fa notare Pillon, ma “domani magari qualcuno che non lo ha chiesto o che lo ha fatto in modo blando. Nei Paesi in cui si è aperto all’eutanasia chi ne usufruisce sono disabili, noi dobbiamo vigilare perché nel nostro Paese la vita non diventi un bene disponibile e di cui ciascuno può fare ciò che vuole: non è così”.

Neutrale, invece, l’opinione dei medici: “Il tema del “fine vita e del rispetto delle ultime volontà dei pazienti richiede una profonda riflessione su quello che si può definire un paradigma della professione medica”. dice all’Adnkronos Salute il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli.

“Credo che i giudici abbiano verificato il rispetto dei criteri individuati dalla Corte Costituzionale. In questo momento – ricorda Anelli – è necessario il rispetto di questi criteri perché questo diritto sia esigibile”.

Anelli più volte in passato ha sottolineato le prevedibili ‘resistenze’ della classe medica di fronte all’aiuto al suicidio. “Ci sarà una profonda discussione in Consiglio nazionale, che però – aggiunge – non potrà che arrivare ad un adeguamento a quanto previsto dalla Corte stessa. Insomma, non si potrà non applicare la sentenza in caso di adesione del medico alla richiesta del paziente“, sempre che siano stati rispettati i criteri individuati dalla Consulta.


note

Autore immagine: 123rf.com


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