Cosa provocherà la revoca delle concessioni autostradali

23 Dicembre 2019
Cosa provocherà la revoca delle concessioni autostradali

Tra le principali conseguenze 7.000 posti di lavoro a rischio, mancati investimenti per oltre 10 miliardi e fallimento di Autostrade per l’Italia.

Avevamo anticipato il tema ieri in Autostrade: sarà una rivoluzione o un salto nel buio? Ora emerge che la revoca delle concessioni ad Autostrade per l’Italia – disposta dal Governo nel decreto Milleproroghe varato, salvo intese, l’altroieri dal Consiglio dei ministri – mette a rischio 7.000 posti di lavoro e pregiudica gli investimenti in in programma per circa 10,5 miliardi. C’è inoltre la mancanza di risorse per il ripagamento di circa 10,8 miliardi di debito con il conseguente fallimento della società. Sono questi i risultati di un’analisi svolta da fonti finanziarie dell’agenzia stampa Adnkronos, che hanno esaminato le conseguenze dell’eventuale decisione del Governo su questo fronte.

Autostrade per l’Italia ha in programma oltre 10,5 miliardi euro di investimenti previsti dai piani concessori, alcuni già autorizzati e in corso di avvio, fortemente richiesti dal territorio (ad esempio il Passante di Genova e il Passante di Bologna) che in caso di revoca per legge delle concessione ovviamente non potrebbero essere più finanziati con capitali privati e difficilmente potrebbero essere riaffidati in concessione attesa la sicura riluttanza a finanziare tali opere senza più dimostrata certezza contrattuale.

Sul versante occupazionale, la revoca per legge, calcolano le stesse fonti, metterebbe seriamente a rischio il posto di lavoro di 7.000 dipendenti in Italia (a cui si aggiungerebbe un indotto di altre decine di migliaia di dipendenti) disperdendo il know how di uno dei pochi campioni nazionali, rappresentando Autostrade per l’Italia un leader nel mercato europeo e internazionale.

Inoltre, prosegue l’analisi, per effetto della revoca senza indennizzo mancherebbero ad Autostrade per l’Italia le risorse per il ripagamento di circa 10,8 miliardi di euro di debito (salvo accollo del debito da parte dello Stato a spese dei contribuenti quale conseguenza della ”nazionalizzazione” della concessione) con il conseguente fallimento della società. A catena l’impatto si ripercuoterebbe sul ripagamento di 5,3 miliardi di debito di Atlantia Spa (che controlla l’88% del capitale di Autostrade per l’Italia ed è garante di parte del debito della controllata).

L’ammontare di debito complessivo in default (oltre 16 miliardi) avrebbe serie conseguenze sui mercati obbligazionari e bancari europei visto che la maggior parte del debito è rappresentato da titoli quotati detenuti da grandi investitori di debito internazionali, oltre che da grandi istituzioni finanziarie europee (ad esempio, Banca Europea per gli Investimenti) e italiane ( Cassa Depositi e Prestiti, Banca Intesa, Unicredit), oggetto anche di prestiti Ltro della Banca Centrale Europea. Per altro Autostrade per l’Italia ha anche emesso un prestito obbligazionario retail per 750 milioni di euro, detenuto da circa 17.000 piccoli risparmiatori italiani.

Le agenzie di rating classificherebbero immediatamente il debito di Autostrade per l’Italia e Atlantia al livello ”junk” (che si può tradurre in “spazzatura”) con effetti negativi importanti anche per altre società del Gruppo Atlantia, come Aeroporti di Roma e il Gruppo Abertis, sui loro piani di investimenti e sull’occupazione. Le conseguenze a catena colpirebbero complessivamente un ammontare di debito sui mercati pari a circa 46 miliardi di euro e oltre 31.000 dipendenti.

Verrebbe irrimediabilmente distrutto uno dei pochi gruppi italiani leader nel mondo, presente il 24 paesi, costruito in 20 anni da una privatizzazione di successo. Inoltre il capitale di Autostrade per l’Italia è detenuto da grandi investitori internazionali, come il gruppo assicurativo Allianz (7% del capitale assieme ai suoi partner), nonché il fondo sovrano cinese Silk Road Fund (5% del capitale), oltre che da Atlantia, società quotata alla Borsa Italiana con una capitalizzazione di circa euro 17 miliardi che conta oltre 40.000 azionisti, fra cui il fondo sovrano di Singapore GIC (8,1% del capitale), la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino (4,8% del capitale) e i maggiori investitori istituzionali internazionali del mondo (prevalentemente società di gestione di USA, Gran Bretagna, Francia, Germania e Australia) e i risparmiatori italiani.


note

Autore immagine: 123rf.com


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