L’esperto | Articoli

Impugnazione licenziamento discriminatorio: ultime sentenze

3 Gennaio 2020
Impugnazione licenziamento discriminatorio: ultime sentenze

Scopri le ultime sentenze su: licenziamento discriminatorio; nullità del licenziamento; domanda subordinata di tutela obbligatoria; impugnazione del licenziamento; licenziamento determinato da ragioni di discriminazione politica, religiosa o sindacale.

Licenziamento discriminatorio: la normativa 

L’art. 2 del d.lg. n. 23/2015 prevede che il giudice, con la pronuncia con la quale dichiara la nullità del licenziamento perché discriminatorio a norma dell’articolo 15 della legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni, ovvero perché riconducibile agli altri casi di nullità espressamente previsti dalla legge, ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, indipendentemente dal motivo formalmente addotto.

A seguito dell’ordine di reintegrazione, il rapporto di lavoro si intende risolto quando il lavoratore non abbia ripreso servizio entro trenta giorni dall’invito del datore di lavoro, salvo il caso in cui abbia richiesto l’indennità di cui al comma 3. Il regime di cui al presente articolo si applica anche al licenziamento dichiarato inefficace perché intimato in forma orale.

Stante il tenore letterale e complessivo della disposizione in esame, non si reputano valide ragioni per escludere dalla locuzione “gli altri casi di nullità espressamente previsti dalla legge” anche le fattispecie di nullità sancite da disposizioni del diritto dei contratti in generale quali, ad esempio, l’art. 1344 e l’art. 1345 c.c. applicabili anche agli atti negoziali unilaterali ai sensi dell’art. 1324 c.c. “salvo diverse disposizioni di legge”, nella specie non ravvisabili.

Tribunale Perugia sez. lav., 15/03/2019, n.58

Licenziamento ritorsivo o discriminatorio

Va rigettata perché infondata la domanda volta alla pronuncia di illegittimità del licenziamento quando non risulta, o non risulta provato, che il licenziamento sia ritorsivo o discriminatorio o sorretto da motivo illecito determinante. Ciò perché il lavoratore ricorrente ha solo ipotizzato ed addotto che il licenziamento fosse ritorsivo, ma non ha fornito alcuna prova in tal senso, nemmeno presuntiva, ovvero basata su circostanze “gravi precise e concordanti”.

Tribunale Bologna sez. lav., 06/03/2018

Licenziamento discriminatorio: rito Fornero 

In tema di impugnazione del licenziamento, qualora non possa essere accolta la domanda principale presentata dall’attore volta a far dichiarare il carattere discriminatorio del licenziamento subito ai sensi dall’art. 18 della legge n. 300 del 1970, si può passare all’esame della domanda subordinata di applicazione della tutela c.d. obbligatoria di cui all’art. 8 della legge n. 604 del 1966, domanda che può essere avanzata, appunto in via subordinata, anche in un procedimento instaurato ai sensi della legge n. 92 del 2012.

Tribunale Roma sez. lav., 05/10/2017, n.8048

Diritto al risarcimento del danno

Qualora il lavoratore, impugnato il licenziamento, agisca in giudizio deducendo il motivo discriminatorio o ritorsivo , l’eventuale difetto di giusta causa, pur ricavabile da circostanze di fatto allegate, integra un ulteriore, e non già compreso, motivo di illegittimità del recesso, come tale non rilevabile d’ufficio dal giudice e neppure configurabile come mera diversa qualificazione giuridica della domanda.

(In applicazione dell’anzidetto principio, la S.C. ha confermato la sentenza di appello, che aveva escluso la natura discriminatoria del licenziamento di un dipendente di un ente locale poiché il recesso era stato intimato per sanzionare non il suo orientamento sessuale ma l’asserito discredito apportato all’ente datore di lavoro dall’attività di prostituzione, posta in essere dal lavoratore ed ampiamente pubblicizzata su siti internet).

Cassazione civile sez. lav., 22/06/2016, n.12898

Licenziamento collettivo di lavoratori

In merito all’impugnazione del licenziamento, asseritamente discriminatorio, intimato alla lavoratrice, per ristrutturazione aziendale e ai criteri di scelta di cui all’art. 5 l. n. 223 del 1991, il d.lg. n. 216 del 2003 ha chiarito che la discriminazione può essere sia diretta che indiretta; quest’ultima forma di discriminazione è ravvisabile quando l’adozione di un criterio apparentemente neutro finisce per porre alcuni in una posizione di svantaggio rispetto agli altri.

Qualora il progetto di ristrutturazione aziendale si riferisca in modo esclusivo a un’unità produttiva o, come nel caso specifico, a un particolare settore dell’azienda, la platea dei lavoratori interessati può essere limitata agli addetti a un determinato reparto o settore solo sulla base di oggettive esigenze aziendali, in relazione al progetto di ristrutturazione aziendale.

Il datore di lavoro, tuttavia, non può limitare la scelta dei lavoratori da porre in mobilità ai soli dipendenti addetti a tale reparto o settore se essi siano idonei, per il pregresso svolgimento della propria attività in altri reparti dell’azienda, a occupare le posizioni lavorative di colleghi addetti ad altri reparti, con la conseguenza che non può essere ritenuta legittima la scelta di lavoratori solo perché impiegati nel reparto operativo soppresso o ridotto, trascurando il possesso di professionalità equivalente a quella di addetti ad altre realtà organizzative.

Tribunale Milano sez. lav., 16/05/2016, n.1472

Impugnazione del licenziamento del dirigente

L’impugnazione del licenziamento del dirigente rientra nell’ambito di applicazione del rito ex art. 1, comma 47 ss. l. n. 92 del 2012 qualora, in base alla prospettazione della domanda, il recesso sia ritenuto discriminatorio e, dunque, meritevole della tutela ex art. 18 l. n. 300 del 1970.

Tribunale Roma, 23/10/2014

Estinzione e risoluzione del rapporto

Il demansionamento e l’ingiustificatezza del licenziamento, proprio in quanto non collegati ad un motivo illecito o discriminatorio, non possono condurre alle conseguenze previste dall’art. 18 comma I. Quelli sono atti dispositivi del datore di lavoro che si traducono in un inadempimento dello stesso ai propri obblighi contrattuali; sono atti illegittimi, ma non rientrano tra gli atti discriminatori o illeciti.

Per diventare atti illeciti il ricorrente deve allegare e dimostrare che alla base di tali atti ci sia stato un intento discriminatorio (come individuato dal legislatore) o illecito nel senso voluto dagli artt. 1343 e 1345.

Tribunale Milano sez. lav., 22/08/2014, n.2543

Facoltà di impugnare il licenziamento

Nel caso in cui un lavoratore, licenziato in data 28 novembre 2011, abbia impugnato giudizialmente il licenziamento, deducendone tra l’altro il carattere discriminatorio, successivamente all’entrata in vigore del rito speciale obbligatorio previsto dall’art. 1, commi 47 e ss., della legge n. 92/2012, la causa deve essere trattata dal giudice secondo il predetto rito speciale.

Il lavoratore deve ritenersi decaduto, ai sensi dell’art.6 della legge n. 604/1966, dalla facoltà di impugnare il licenziamento, nell’ipotesi in cui la lettera di impugnativa sia stata sottoscritta unicamente dal legale privo di procura ed il dipendente (che ha disconosciuto in udienza la propria sottoscrizione) non abbia ratificato l’impugnativa, con atto portato a conoscenza del datore di lavoro, entro il termine di legge.

Tribunale Bari sez. lav., 15/01/2013

Divieto del licenziamento discriminatorio

Il divieto del licenziamento discriminatorio, sancito dall’art. 4 l. 604/1966, dall’art. 15 l. 300/1970 e dall’art. 3 l. 108/1990, deve essere interpretato in senso estensivo, di modo che l’area dei motivi vietati (il cui onere probatorio grava sul lavoratore) comprende anche il licenziamento per ritorsione, ossia intimato a seguito di comportarrienti risultati sgraditi al datore di lavoro.

Cassazione civile sez. lav., 28/03/2011, n.7046

Difetto di giusta causa o giustificato motivo

Ove il lavoratore impugni il licenziamento ed agisca in giudizio deducendo il difetto di giusta causa o giustificato motivo, l’eventuale motivo discriminatorio o ritorsivo, pur ricavabile da circostanze di fatto allegate, integra un ulteriore, e non già compreso, motivo di illegittimità del recesso, come tale non rilevabile d’ufficio dal giudice e neppure configurabile come mera diversa qualificazione giuridica della domanda.

(Nella specie la Corte ha respinto il motivo di ricorso in base al quale la lavoratrice aveva lamentato che il giudice di appello, anziché ritenere domanda nuova quella volta a dedurre il carattere ritorsivo del licenziamento, avrebbe dovuto accogliere la domanda stessa, seppure sulla base di una norma giuridica diversa da quella prospettata, considerato che nel ricorso introduttivo erano comunque stati indicati i fatti che dimostravano quel carattere).

Cassazione civile sez. lav., 21/12/2004, n.23683

Licenziamento per motivi politici, religiosi o sindacali

Ai fini dell’accertamento degli estremi dell’ipotesi di licenziamento per motivi politici, religiosi o sindacali ai sensi dell’art. 1 della l. 15 febbraio 1974 n. 36 – che prevede, come condizione di procedibilità per il ricorso al giudice ordinario, il preventivo esperimento di un procedimento amministrativo – il giudice è tenuto a verificare autonomamente la fondatezza della domanda giudiziale (che non configura impugnazione della decisione amministrativa) e, fermo il potere di avvalersi della risultanze raccolte in sede amministrativa, deve perciò verificare se l’attore, tenutovi ai sensi dell’art. 2697 c.c., abbia fornito la prova della sussistenza di un licenziamento determinato da ragioni di discriminazione politica, religiosa o sindacale.

Tale onere probatorio non è circoscritto alla dimostrazione della sola appartenenza del lavoratore ad un determinato partito o movimento religioso o sindacato o alla dimostrazione della mera partecipazione alle correlative attività, atteso che su quell’appartenenza o partecipazione, peraltro, valutabile come elemento indiziario, la legge (art. 7) non fonda alcuna presunzione – nè assoluta nè relativa – di licenziamento discriminatorio.

Cassazione civile sez. lav., 08/10/1994, n.8237



2 Commenti

  1. Il licenziamento discriminatorio è quello fondato su motivo odioso: sulla volontà di escludere dalla compagine sociale un soggetto per il solo fatto di una sua caratteristica personale che lo contraddistingue, per un puro pregiudizio di non identità e omologazione che guarda alla condizione psico-fisica ovvero alla personalità complessivamente intesa del lavoratore.

  2. Ho fatto una ricerca sui vostri articoli e ritengo che questo elenco sia utilissimo per individuare le situazioni ritenute discriminatorie per le quali scatta sicuramente l’illegittimità del licenziamento, ossia:discriminazioni di genere;discriminazioni basate sull’età;discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale;discriminazioni basate sulla disabilità;discriminazioni religiose;discriminazioni basate sull’origine etnica;discriminazioni in base alla razza;discriminazioni politiche;discriminazioni sindacali;molestie o molestie sessuali;discriminazioni basate sulle condizioni sociali;discriminazioni basate sulle condizioni e caratteristiche personali;discriminazioni basate sulla lingua;discriminazioni basate sulle caratteristiche fisiche, sui tratti somatici, sull’altezza, sul peso;discriminazioni basate sullo stato di salute;discriminazioni basate sulle convinzioni personali.

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube