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Quali diritti si perdono con il divorzio

26 Gennaio 2020
Quali diritti si perdono con il divorzio

Le conseguenze della fine di un matrimonio: dalla pensione di reversibilità ai diritti successori. 

Non è un segreto che in Italia il numero di divorzi sia in continuo aumento. Questo ci fa capire quanto, al giorno d’oggi, sia complicato per la coppia riconciliarsi dopo una lite furibonda o, addirittura, un tradimento. Con il divorzio, infatti, gli ex coniugi riacquistano lo stato libero (possono, quindi, contrarre un nuovo matrimonio civile). Tuttavia, al tempo stesso, vengono meno una serie di benefici: ad esempio, la moglie non ha più la possibilità di utilizzare il cognome del marito (a meno che non ci sia un’espressa autorizzazione del tribunale); nessuna eredità spetta in caso di morte dell’ex coniuge e così via.

Ma esattamente, quali diritti si perdono con il divorzio? Cerchiamo di fare il punto della situazione in questo articolo. 

Cos’è il divorzio?

Prima di addentrarci nell’argomento, occorre fare una distinzione tra matrimonio civile matrimonio concordatario:

  • nel matrimonio civile (cioè quello contratto in Comune davanti all’Ufficiale dello Stato Civile), il divorzio rappresenta lo scioglimento definitivo del vincolo matrimoniale, pronunciato con sentenza da parte del tribunale competente;
  • nel matrimonio concordatario (cioè quello celebrato in Chiesa e poi regolarmente trascritto nei registri dello Stato Civile del Comune), si parla più propriamente di «cessazione degli effetti civili» del matrimonio stesso: permangono infatti gli effetti sul piano del sacramento religioso (a meno che non si ottenga una pronuncia di annullamento o di nullità da parte del tribunale Ecclesiastico Regionale o della Sacra Rota); ciò in quanto, per la Chiesa, il vincolo matrimoniale è indissolubile e non può venir meno «finché morte non separi» i coniugi.

Da quanto detto, avrai sicuramente capito che il divorzio si differenzia dalla separazione legale in quanto con quest’ultima i coniugi non pongono fine definitivamente al rapporto matrimoniale, ma ne sospendono solo gli effetti in attesa di una riconciliazione o di un provvedimento che dichiari lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio (il divorzio appunto).

Con il divorzio, invece, il matrimonio finisce definitivamente e si riacquista lo stato libero, nel senso che puoi risposarti nuovamente. Ma attenzione: solo con il rito civile. Nessun effetto, infatti, si produce sul matrimonio religioso, cioè sul matrimonio contratto anche nell’ambito dell’ordinamento della Chiesa cattolica.

Divorzio: le cause

Perché il matrimonio possa essere sciolto occorrono due condizioni:

  • l’accertamento della fine della comunione spirituale e materiale tra i coniugi;
  • la sussistenza di una della cause previste dalla legge [1]:
    • la separazione legale dei coniugi (intesa come sospensione dei doveri reciproci tra loro intercorrenti);
    • una condanna penale a carico dell’altro coniuge per reati relativi al contesto familiare (incesto, prostituzione, ecc…);
    • il coniuge cittadino straniero che ha ottenuto all’estero l’annullamento o lo scioglimento del vincolo matrimoniale o ha contratto all’estero un nuovo matrimonio;
    • la non consumazione del matrimonio, ossia non c’è mai stato un rapporto sessuale tra i due coniugi;
    • cambio di sesso di uno dei coniugi dichiarato dal giudice.

Quali diritti si perdono con il divorzio?

Come anticipato in premessa, in caso di divorzio vengono meno una serie di diritti che derivano dal matrimonio. Esaminiamoli insieme nel dettaglio:

Perdita del cognome

Con il divorzio, la moglie perde la possibilità di utilizzare il cognome del marito e ritorna a firmarsi solo con il suo cognome da nubile (cioè da non sposata).

L’ex moglie, tuttavia, può sempre chiedere al giudice di essere autorizzata a conservare il cognome del marito (in aggiunta al proprio) qualora sussista in tal senso un interesse suo o dei figli meritevole di tutela. Ad esempio, si pensi ad un avvocato che tra i suoi clienti è conosciuta con il cognome del marito. Non è ritenuto meritevole di tutela, invece, l’interesse dell’ex moglie a mantenere il cognome del marito solo per continuare a frequentare gli ambienti mondani.

L’autorizzazione concessa dal giudice può comunque essere revocata in qualsiasi momento quando sopraggiungono motivi di particolare gravità. Ad esempio, qualora l’uomo intenda sposarsi nuovamente e dare il proprio cognome a un’altra donna.

Assegno divorzile

Con la sentenza che pronuncia il divorzio (o meglio, lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio) il giudice può disporre l’obbligo per un coniuge di versare all’altro un assegno (c.d. assegno divorzile) qualora quest’ultimo non abbia mezzi adeguati o comunque non sia in grado di procurarseli per ragioni oggettive. 

L’indipendenza economica, può comunque essere dimostrata con l’utilizzo di alcuni indici probatori, tra i quali rientrano:

  • il possesso di redditi o di patrimoni sia mobiliari sia immobiliari del richiedente l’assegno;
  • la valutazione della sua capacità lavorativa, in relazione all’età, al sesso, alla salute e al mercato del lavoro;
  • la disponibilità di una unità abitativa.

Per riconoscere l’assegno divorzile, il giudice deve prendere in considerazione:

  • il patrimonio di marito e moglie e la loro condizione generale (ad esempio l’età, lo stato di salute, la capacità di lavorare, ecc.);
  • le ragioni che hanno causato il divorzio, ad esempio se il matrimonio è finito solamente perché la moglie è andata via di casa con un altro uomo non le spetterà alcun assegno;
  • il contributo personale ed economico dato da ciascun coniuge alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio comune. Si pensi, ad esempio, alla moglie che rinuncia alla carriera per restare a casa e crescere i figli;
  • il reddito di entrambi i coniugi: ad esempio, la moglie che lavora e percepisce uno stipendio mensile di 3.000 euro non avrà diritto a percepire l’assegno divorzile.

In passato, si riteneva poi che l’ex coniuge economicamente più debole avesse diritto a conservare lo stesso tenore di vita avuto durante il matrimonio. In ragione di tale criterio, ad esempio, la donna che ha uno stipendio di 3.000 euro al mese ha comunque diritto a percepire l’assegno divorzile se, per il tempo in cui era stata sposata, aveva vissuto una vita particolarmente agiata.

Di recente, invece, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite [2] ha ritenuto ormai superato il criterio del tenore di vita. La Corte ha sancito, infatti, che l’importo dell’assegno divorzile va calcolato attraverso una valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dando particolare rilievo:

  • al contributo fornito dall’ex coniuge (richiedente l’assegno) alla formazione del patrimonio comune e personale [3];
  • alla durata complessiva del matrimonio: un’unione molto lunga induce il giudice a far corrispondere un assegno di divorzio nei confronti della parte economicamente debole, soprattutto se quest’ultima ha investito tutta la propria vita nel matrimonio. La durata delle nozze, perciò, è un elemento da non trascurare: si pensi alla moglie che, non avendo mai lavorato per occuparsi della famiglia, difficilmente potrà inserirsi nel mondo del lavoro;
  • alle potenzialità reddituali future;
  • all’età dell’avente diritto.

L’assegno divorzile può essere somministrato periodicamente, secondo la cadenza stabilita dal giudice (quasi sempre mensile), oppure le parti possono accordarsi che la corresponsione avvenga in un’unica soluzione, ove questa sia ritenuta equa dal tribunale. In tal caso, non può essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico.

Infine, va ricordato che l’obbligo di corresponsione dell’assegno divorzile perdura fino a quando il coniuge beneficiario:

  • contrae un nuovo matrimonio;
  • diventa economicamente autosufficiente. In tal caso, il coniuge obbligato all’assegno potrà presentare un ricorso al tribunale per ottenerne la revoca.

Quota Tfr

Se uno dei coniugi riscuote il trattamento di fine rapporto (il c.d. Tfr) dal proprio datore di lavoro (ad esempio, per pensionamento), l’ex potrebbe avere diritto al 40% della somma liquidata.

Ovviamente, la quota spettante verrà calcolata in base agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio (compresi gli anni in cui i coniugi sono stati separati legalmente).

Per beneficiare della quota Tfr è necessario che:

  • la coppia abbia già divorziato;
  • l’ex coniuge non abbia contratto un nuovo matrimonio;
  • l’ex coniuge percepisca un assegno divorzile.

Nessuna somma spetta, invece, all’ex coniuge che ha ricevuto l’assegno in unica soluzione, salvo eventuali disposizioni testamentarie. 

Diritti successori

Quando uno dei due ex coniugi muore, all’ex coniuge superstite non spettano i diritti successori nel senso che non è parte della successione ereditaria del defunto, a meno che questi (ipotesi abbastanza remota in verità) non gli abbia lasciato qualcosa tramite un testamento.

Tuttavia, se l’ex coniuge defunto – al momento del decesso – stava versando all’altro l’assegno divorzile, i suoi eredi dovranno continuare a farlo nei limiti dell’eredità percepita. L’assegno è quantificato in proporzione alla quantità degli eredi, alle loro condizioni economiche ed al valore dell’eredità.

Questa forma di prestazione assistenziale viene concessa solo se il richiedente:

  • è titolare dell’assegno di divorzio;
  • non ha contratto un nuovo matrimonio.

Colui che richiede l’assegno deve dimostrare di versare in stato di bisogno, cioè è privo di risorse economiche sufficienti a soddisfare le proprie esigenze primarie.

Pensione di reversibilità

La reversibilità è la pensione alla quale hanno diritto alcuni familiari superstiti del pensionato, individuati dalla legge. Tale prestazione è prevista anche a favore del coniuge divorziato superstite che:

  • sia beneficiario di un assegno di divorzio in forza di una sentenza del tribunale. L’assegno, però, non deve essere stato revocato o ricevuto mediante versamento in un’unica soluzione;
  • la pensione, da cui scaturisce la reversibilità, sia maturata in relazione ad un rapporto di lavoro svolto dall’ex coniuge deceduto, in un periodo antecedente alla sentenza di divorzio;
  • il beneficiario non abbia contratto un nuovo matrimonio.

Nel caso, invece, in cui l’ex coniuge lavoratore avesse, nel frattempo, contratto un nuovo matrimonio allora la pensione di reversibilità andrebbe divisa tra il coniuge divorziato e quello col quale il defunto era coniugato al momento del decesso, tenendo conto della durata dei rispettivi matrimoni.

Fondo patrimoniale 

Con il divorzio si scioglie il fondo patrimoniale, ossia lo strumento che consente ai coniugi di destinare un patrimonio (costituito da denaro, da beni mobili o immobili) al soddisfacimento dei bisogni propri della famiglia. Si pensi, ad esempio, al marito che decida di inserire nel fondo un appartamento di sua esclusiva proprietà. In caso di comunione dei coniugi, la proprietà del bene è del marito e della moglie per quote uguali. Con il divorzio, invece, l’appartamento tornerà ad essere completamente di proprietà dell’ex marito.

Se, viceversa, la casa era in comproprietà di marito e moglie, ciascuno dei due conserva la rispettiva quota e quindi si applicheranno le norme sullo scioglimento della comunione legale. Nonostante il divorzio, però, il fondo patrimoniale non cessa se ci sono ancora figli minorenni.

L’impresa familiare

Abbiamo visto che con il divorzio cessa lo status giuridico di coniuge e, di conseguenza, viene meno uno dei requisiti essenziali per partecipare all’impresa familiare.

L’impresa familiare è una tipologia di impresa in cui collaborano il titolare e i suoi familiari, come ad esempio il coniuge, i parenti (entro il terzo grado) e gli affini (entro il secondo). I familiari non percepiscono un vero e proprio stipendio, ma viene loro riconosciuta una quota degli utili in ragione dell’attività lavorativa che prestano.

Perché perduri l’appartenenza all’impresa familiare, quindi, è necessario che il rapporto familiare continui per tutta la durata dell’impresa stessa. In parole povere, il divorzio (ma non la separazione) ne comporta il suo venir meno.


note

[1] L. n. 898 del 1970.

[2] Cass., sez. un., sent. n. 18287 dell’11/07/2018.

[3] Cass., sent. n. 11178 del 23/04/2019.


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