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Licenziamento orale: ultime sentenze

4 Gennaio 2020
Licenziamento orale: ultime sentenze

Le ultime sentenze su: licenziamento orale; onere probatorio incombente sul lavoratore; carenza di prova; prova delle dimissioni o della risoluzione consensuale; condanna del datore alla reintegra e al versamento della prevista indennità.

Licenziamento orale

Sul lavoratore che ha agito sostenendo il licenziamento orale grava l’onere di provare l’estromissione dal rapporto e, qualora sia controverso anche il momento in cui il recesso sia stato intimato, il lavoratore deve provare anche di essere stato estromesso dal rapporto nelle circostanze dallo stesso dedotte – cioè nella data dallo stesso indicata.

Corte appello Roma sez. lav., 25/11/2019, n.4357

Licenziamento orale: la prova 

In tema di licenziamento orale il lavoratore ha l’onere di provare, quale fatto costitutivo della domanda, che la risoluzione del rapporto è ascrivibile alla volontà datoriale, seppure manifestata con comportamenti concludenti, non essendo sufficiente la prova della mera cessazione dell’esecuzione della prestazione lavorativa; nell’ipotesi in cui il datore eccepisca che il rapporto si è risolto per le dimissioni del lavoratore e all’esito dell’istruttoria – da condurre anche tramite i poteri officiosi ex art. 421 c.p.c. – perduri l’incertezza probatoria, la domanda del lavoratore andrà respinta in applicazione della regola residuale desumibile dall’art. 2697 c.c.

Corte appello Catania sez. lav., 27/09/2019, n.912

Licenziamento discriminatorio: la normativa 

L’art. 2 del d.lg. n. 23/2015 prevede che il giudice, con la pronuncia con la quale dichiara la nullità del licenziamento perché discriminatorio a norma dell’articolo 15 della legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni, ovvero perché riconducibile agli altri casi di nullità espressamente previsti dalla legge, ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, indipendentemente dal motivo formalmente addotto.

A seguito dell’ordine di reintegrazione, il rapporto di lavoro si intende risolto quando il lavoratore non abbia ripreso servizio entro trenta giorni dall’invito del datore di lavoro, salvo il caso in cui abbia richiesto l’indennità di cui al comma 3. Il regime di cui al presente articolo si applica anche al licenziamento dichiarato inefficace perché intimato in forma orale.

Stante il tenore letterale e complessivo della disposizione in esame, non si reputano valide ragioni per escludere dalla locuzione “gli altri casi di nullità espressamente previsti dalla legge” anche le fattispecie di nullità sancite da disposizioni del diritto dei contratti in generale quali, ad esempio, l’art. 1344 e l’art. 1345 c.c. applicabili anche agli atti negoziali unilaterali ai sensi dell’art. 1324 c.c. “salvo diverse disposizioni di legge”, nella specie non ravvisabili.

Tribunale Perugia sez. lav., 15/03/2019, n.58

Riparto dell’onere probatorio

La prova gravante sul lavoratore in caso di licenziamento orale è limitata alla sua estromissione dall’azienda, mentre grava sul datore di lavoro l’onere di provare le dimissioni, sotto l’aspetto dell’esistenza di un comportamento che costituisca manifestazione univoca della volontà del lavoratore di concludere il rapporto.

In particolare, ai sensi dell’art. 2697, comma 2, c.c., il datore di lavoro deve dimostrare che vi è stata da parte del lavoratore una manifestazione univoca e ricettizia – dunque priva di effetti se non comunicata al datore di lavoro e con l’onere di quest’ultimo di dimostrare tale avvenuta comunicazione dell’incondizionata volontà di porre fine al rapporto di lavoro.

Tribunale Bari sez. lav., 17/01/2019, n.161

Licenziamento: questioni di costituzionalità

Sono inammissibili, per difetto di rilevanza, le questioni di legittimità costituzionale degli art. 2 e 4 d.lg. 4 marzo 2015 n. 23, nella parte in cui stabiliscono la tutela per i casi di licenziamento discriminatorio, nullo o intimato in forma orale e per i casi di vizi formali e procedurali del recesso datoriale, in riferimento agli art. 3, 4, comma 1, 35, comma 1, e, in relazione all’art. 30 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea., alla convenzione Oil n. 158 del 1982 sul licenziamento e all’art. 24 della carta sociale europea, 76 e 117, comma 1, cost.

Corte Costituzionale, 08/11/2018, n.194

Assenza di prova del licenziamento

La mancata prova del licenziamento, il cui onere incombe sul lavoratore, non comporta di per sé l’accoglibilità della tesi – eventualmente sostenuta dal datore di lavoro – della sussistenza delle dimissioni o di una risoluzione consensuale, e, ove manchi la prova adeguata anche di tali altri atti estintivi, deve darsi rilievo agli effetti della perdurante sussistenza del rapporto di lavoro, oltre che, in difetto di prestazioni lavorative, anche al principio della non maturazione del diritto alla retribuzione, salvi gli effetti della eventuale “mora credendi” del datore di lavoro rispetto alla stessa, sul rilievo che, quando è chiesta la tutela cd. reale di cui all’art. 18 st.lav. o all’art. 2 della l. n. 604 del 1966, l’impugnativa del licenziamento comprende la richiesta di accertamento di inesistenza di una valida estinzione del rapporto di lavoro, della vigenza del medesimo e di condanna del datore di lavoro alla sua esecuzione e al pagamento di quanto dovuto per il periodo di mancata attuazione.

(Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che, rigettata l’impugnativa di licenziamento orale, aveva accertato che il rapporto di lavoro era cessato per abbandono volontario della lavoratrice).

Cassazione civile sez. lav., 04/06/2018, n.14202

Licenziamento orale: inefficacia

In assenza di ogni prova circa la comunicazione scritta, come previsto dall’art. 2 l. n. 604 del 1966, del predetto licenziamento lo stesso va dichiarato radicalmente nullo, con applicazione delle tutele di cui all’art. 18 comma 1 Statuto dei lavoratori, nel testo modificato dalla l. n. 92 del 2012.

Pertanto va dichiarata l’inefficacia del licenziamento orale e, stante la continuità giuridica del rapporto di lavoro, va condannata la E.I.S.R.L. al ripristino effettivo del rapporto di lavoro ed al risarcimento del danno in favore della parte ricorrente, pari alla retribuzione globale di fatto, maturata dalla data del licenziamento e fino all’effettiva reintegra oltre interessi legali e rivalutazione monetaria da ciascuna scadenza fino al soddisfo; altresì la predetta società va condannata al versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali dalla data del licenziamento fino all’effettivo ripristino del rapporto di lavoro.

Tribunale S.Maria Capua V. sez. lav., 23/05/2018, n.1434

Nullità dei contratti a termine

Nel rito del lavoro, l’esame del ricorso deve riguardare, ai fini dell’interpretazione della domanda, la valutazione complessiva dell’atto; ove, tuttavia, difetti una chiara omogeneità delle allegazioni esposte nel contenuto complessivo del ricorso stesso rispetto alla domanda formulata nelle conclusioni, espressamente e senza condizioni circoscritte, il giudice non può d’ufficio, in contrasto con l’art. 112 c.p.c., pronunciarsi in difformità.

(Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di appello che aveva ritenuta nuova la domanda avente ad oggetto il licenziamento orale e la nullità dei contratti a termine in quanto la lavoratrice, pur avendo dedotto nel corpo del ricorso in primo grado un licenziamento orale e la stipula di più contratti a termine nulli con diverse società, aveva circoscritto il petitum al riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato nei confronti di un unico centro autonomo di interessi).

Cassazione civile sez. lav., 14/05/2018, n.11631

Licenziamento orale del dipendente: è illegittimo?

In tema di licenziamento, va dichiarata l’illegittimità del licenziamento orale intimato al dipendente e, pertanto, il datore di lavoro va condannato a reintegrarlo nel posto precedentemente occupato e a corrispondergli l’indennità ex art. 18 l. 300/1970, parametrata all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto, dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegrazione.

Tribunale Bologna sez. lav., 27/09/2017, n.814

La risoluzione consensuale del rapporto di lavoro

In tema di mutuo consenso alla risoluzione del rapporto di lavoro, non costituisce elemento idoneo ad integrare la fattispecie di tacita risoluzione consensuale il fatto che il lavoratore abbia, nelle more, percepito il TFR, ovvero cercato o reperito un’altra occupazione.

(Nella specie, la S.C. ha ritenuto irrilevante lo svolgimento di altra attività lavorativa, per soli quindici giorni, circa quattro anni dopo il licenziamento intimato in forma orale).

Cassazione civile sez. lav., 03/04/2017, n.8604

La lettera di licenziamento

Il licenziamento in esame non si è perfezionato il quanto il dipendente si è legittimamente rifiutato di ricevere e sottoscrivere detta (asserita) lettera di licenziamento in quanto la consegna avveniva fuori del luogo ed orario di lavoro, con la conseguenza che detto licenziamento non appare idoneo a produrre i suoi effetti in quanto, quale atto recettizio, produce i suoi effetti quando giunge a legittima conoscenza del destinatario.

Non si può, infatti, ravvisare un obbligo del lavoratore di ricevere comunicazioni fuori dal luogo e dall’orario di lavoro. Inoltre, il licenziamento orale può essere legittimamente rinnovato (con effetto ex nunc dalla nuova manifestazione di volontà datoriale di porre fine al rapporto di lavoro) ma non può essere convalidato (id est: confermato) con effetto ex tunc, a ciò ostandovi il disposto dell’art. 1423 c.c.

Corte appello Bologna sez. lav., 27/02/2017, n.247



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