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Coltivazione marijuana: quando non è reato

27 Dicembre 2019 | Autore:
Coltivazione marijuana: quando non è reato

Detenzione droga: quando è reato e quando non lo è? Coltivare sostanze stupefacenti è sempre reato? Quando si presume l’uso personale?

Detenere sostanze stupefacenti, anche se per uso personale, è sempre rischioso: la quantità che si ha con sé potrebbe superare i limiti stabiliti dalla legge e far presumere che essa sia destinata allo spaccio, con conseguente arresto e processo penale chi ne ha il possesso. A lungo si è ritenuto che tra le condotte vietate rientrasse sempre e comunque anche la coltivazione di piante da cui è estraibile la droga; grazie a una sentenza a sezioni unite della Corte di Cassazione, ora non è più così. Con questo articolo vedremo quando la coltivazione di marijuana non è reato.

Va subito premesso che quanto diremo vale per ogni tipo di coltivazione di sostanza stupefacente, non solo per la marijuana. Secondo la Suprema Corte, anche una coltivazione di cannabis può essere destinata a uso personale e, pertanto, può andare esente da sanzione penale; purché ricorrano alcune condizioni, però. Se l’argomento ti interessa e vuoi saperne di più, prosegui nella lettura: vedremo quando coltivare marijuana non è reato.

Coltivare stupefacenti: è reato?

Partiamo subito da un presupposto: in linea di massima, coltivare sostanze stupefacenti è reato. Lo dice chiaramente la legge: chiunque, senza apposita autorizzazione ministeriale, coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunque scopo sostanze stupefacenti, è punito con la reclusione da sei a venti anni e con la multa da 26mila a 260mila euro [1].

La pena può essere ridotta (reclusione da sei mesi a quattro anni e multa da 1.032 a 10.329 euro) se, per i mezzi, la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, la condotta vietata è di lieve entità.

Droga per uso personale: non è reato?

L’unica condotta non punita penalmente dalla legge è quella riguardante l’uso personale della droga: chiunque viene trovato in possesso di sostanza stupefacente che, per quantità e modalità di detenzione, fa presumere che siano destinata al consumo personale, non commette reato ma solamente un illecito amministrativo.

Come ti ho spiegato nell’articolo dal titolo detenzione droga: quando non è punibile, il ministero ha emanato delle apposite tabelle che specificano il quantitativo massimo di sostanza stupefacente che si può possedere per non incorrere nel reato di detenzione di droga al fine di spaccio.

In altre parole, chi possiede sostanze stupefacenti entro i limiti fissati dal governo, non sarà perseguibile penalmente, in quanto si presumerà che la droga sia per uso personale, salvo che, per via delle modalità di detenzione della stessa (suddivisione in panetti da vendere, ecc.), le circostanze non facciano pensare il contrario.

Secondo le tabelle del ministero [2], la quantità massima (in termini di principio attivo) detenibile per evitare di incorrere in responsabilità penale è pari a:

  • 250 mg di principio attivo nel caso di eroina (circa dieci dosi);
  • 750 mg di principio attivo nel caso di cocaina (pari a circa cinque dosi);
  • 500 mg di principio attivo nel caso di cannabis, marijuana, hashish (equivalenti all’incirca a 35 – 40 spinelli confezionati);
  • 750 mg di principio attivo per MDMA (circa cinque pasticche di ecstasy);
  • 500 mg di principio attivo nel caso di Amfetamina (cinque pasticche);
  • 0,150 mg di principio attivo nel caso di LSD (circa tre quadratini o “francobolli”).

In pratica, chi viene trovato con tali quantità di droga (espressa in principio attivo, si ricordi), non può essere accusato del reato di spaccio di sostanze stupefacenti poiché si tratta di dosi ritenute idonee all’uso personale.

Questa presunzione, tuttavia, può essere superata nel momento in cui il soggetto venga sorpreso in circostanza che, nonostante il modesto quantitativo, facciano presumere che, al contrario, la droga era destinata alla cessione: si pensi a colui che abbia già precedenti per spaccio, oppure a chi venga trovato in possesso dei classici strumenti che accompagnano la cessione, tipo il bilancino, il coltellino, la carta stagnola, ecc.

Consumo di droga di gruppo: è reato?

Un’altra condotta penalmente non punibile è quella riguardante il consumo di droga di gruppo, equiparato al consumo personale. In pratica, colui che acquista sostanze stupefacenti su incarico di altre persone, non commette reato se poi divide la droga con coloro che gli hanno conferito il mandato all’acquisto. Mi spiego meglio con un esempio.

Tizio, su incarico dei suoi amici Caio e Sempronio, si reca da uno spacciatore per acquistare alcuni dosi di marijuana. La sera dello stesso giorno incontra Caio e Sempronio e decidono di fumare insieme lo stupefacente acquistato da Tizio.

Nel caso esemplificato, Tizio ha agito con il consenso di Caio e Sempronio, i quali erano d’accordo affinché Tizio acquistasse anche per loro la droga. Dunque, la successiva cessione di droga che Tizio compie a favore degli amici non è punibile, in quanto equiparata a un consumo personale di droga.

Coltivare marijuana: è reato?

Fino a qualche tempo fa, coltivare marijuana (o qualsiasi altro tipo di droga) avrebbe costituito senza dubbio alcuno una condotta illecita: come detto, infatti, solamente l’uso personale e quello di gruppo può rientrare tra le condotte non punibili penalmente.

Il principio generale era che la coltivazione non autorizzata di piante dalle quali siano estraibili sostanze stupefacenti è penalmente rilevante, anche se realizzata per l’uso personale del prodotto, quando è accertata l’effettiva capacità della sostanza, ricavata o ricavabile, di produrre un effetto drogante con concreto pericolo di aumento di disponibilità dello stupefacente e di sua ulteriore diffusione.

Qualche sentenza [3], però, proseguiva specificando che la punibilità per la coltivazione andava esclusa se il giudice ne accertava la concreta inoffensività, che si ha se risulta sostanzialmente irrilevante l’aumento di disponibilità della droga e non prospettabile alcun pericolo di sua ulteriore diffusione.

Questo principio, in precedenza solamente “sussurrato”, è divenuto oramai l’orientamento da seguire grazie alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione [4], le quali hanno affermato che devono ritenersi escluse dalla punibilità penale le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che, per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore.

Coltivazione sostanze stupefacenti: quando non è reato?

Alla luce della nuova sentenza della Corte di Cassazione, possiamo dunque sostenere che, accanto alla detenzione di droga per uso personale e al consumo di gruppo, una nuova condotta inerente alle sostanza stupefacenti non è più punibile: quella di coltivazione di piante da cui è estraibile la droga, purché tale coltivazione sia di dimensioni ridottissime, tale da poter far ritenere sin da subito che la sostanza stupefacente non possa essere spacciata ma sia destinata all’uso esclusivamente personale.

Nel caso affrontato dalla sentenza della Corte di Cassazione citata nel paragrafo superiore, la coltivazione riguardava solamente due piante di marijuana (una alta un metro con diciotto rami, l’altra alta 1,15 metri con venti rami).

Dunque, d’ora in avanti non significa che chiunque potrà coltivare droga, ma semplicemente che, se la coltivazione è assolutamente episodica, marginale e ridottissima, non si finirà in carcere (resta, invece, l’illecito amministrativo).

Va peraltro sottolineato come la medesima sentenza abbia anche specificato che il reato di coltivazione di stupefacente è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente.

note

[1] Art. 73 d.P.R. n. 309/1990.

[2] D.M. dell’11 aprile 2006.

[3] Cass., sent. n. 12198/19.

[4] Cass., Sezioni unite penali, informazione provvisoria n. 27 del 2019.

Autore immagine: 123rf.com


3 Commenti

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