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Maltrattamenti in famiglia e divorzio: ultime sentenze

5 Gennaio 2020
Maltrattamenti in famiglia e divorzio: ultime sentenze

Scopri le ultime sentenze su: divorzio; reato di maltrattamenti in famiglia; scioglimento del matrimonio tra cittadini italiani per maltrattamenti; condotte vessatorie contro il coniuge non più convivente.

La durata della convivenza dopo il divorzio incide sulla configurabilità del reato di maltrattamenti in famiglia? Scoprilo nelle ultime sentenze.

Configurabilità del reato di maltrattamenti

Con l’intervenuto divorzio, cui non segua – come nella specie non è seguita – alcuna ricomposizione di una relazione e consuetudine di vita improntata a rapporti di assistenza e solidarietà reciproche, deve ritenersi cessato ogni presupposto per la configurabilità del reato di maltrattamenti.

Cassazione penale sez. VI, 12/06/2013, n.50333

Reato di maltrattamenti in famiglia e atti persecutori

In tema di rapporti fra il reato di maltrattamenti in famiglia e quello di atti persecutori (art. 612 bis c.p.), salvo il rispetto della clausola di sussidiarietà prevista dall’art. 612 bis comma 1 c.p. – che rende applicabile il più grave reato di maltrattamenti quando la condotta valga ad integrare gli elementi tipici della relativa fattispecie – è invece configurabile l’ipotesi aggravata del reato di atti persecutori (prevista dall’art. 612 bis comma 2 c.p.) in presenza di comportamenti che, sorti nell’ambito di una comunità familiare (o a questa assimilata), ovvero determinati dalla sua esistenza e sviluppo, esulino dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo familiare ed affettivo o comunque della sua attualità temporale.

(In motivazione, la s.c. ha precisato che ciò può valere, in particolare, in caso di divorzio o di relazione affettiva definitivamente cessata con la persona offesa, ravvisandosi il reato di maltrattamenti in caso di condotta posta in essere in presenza di una separazione legale o di fatto).

Cassazione penale sez. VI, 24/11/2011, n.24575

Reato di maltrattamenti alla famiglia: responsabilità

Deve ritenersi responsabile del reato di maltrattamenti alla famiglia, previsto e punito dall’art. 572 c.p. colui che risulti aver percosso e vessato moralmente la convivente. Sono da considerarsi membri della famiglia, tutelati dall’art. 572 c.p. anche i componenti della famiglia di fatto, fondata cioè sulla volontà di vivere insieme, di avere figli, di avere beni comuni, di dar vita, cioè, ad un nucleo stabile e duraturo.

Questa interpretazione dell’art. 572 c.p. è la più coerente con i principi ispiratori del nostro ordinamento, nonché con la realtà sociale moderna. Del resto l’introduzione del divorzio e il suo largo utilizzo hanno dimostrato che il matrimonio non è più un legame indissolubile ed hanno eliminato, dunque, il presupposto più plausibile per una tutela diversificata dei due rapporti.

Cassazione penale sez. VI, 10/10/2001, n.36576

Protezione contro gli abusi familiari

Solo la celebrazione dell’udienza di comparizione davanti al Presidente ex art. 706 c.p.c. o ex art. 4 l. n. 898 del 1970 preclude l’accoglimento del ricorso per la protezione contro gli abusi familiari. Ne deriva che, ove tale udienza non si sia tenuta, la domanda prevista dall’art. 342 bis c.c. è senz’altro ammissibile, nonostante la contemporanea o la previa proposizione del ricorso per separazione personale o per divorzio.

Tribunale Bari, 18/07/2002

Maltrattamenti in famiglia e durata della convivenza dopo il divorzio

Il reato di maltrattamenti contro familiari o conviventi è configurabile nell’ipotesi in cui i maltrattamenti siano posti in essere dal marito nei confronti dell’ex moglie, non rilevando in sé e per sé la durata della convivenza tra i due dopo il divorzio, quanto piuttosto l’esistenza di una stabile relazione affettiva tra l’imputato e la persona offesa, relazione che ha creato reciproco affidamento e aspettative di assistenza, protezione e solidarietà.

Cassazione penale sez. VI, 22/02/2018, n.19868

Condotte vessatorie ai danni del coniuge

Le condotte vessatorie poste in essere ai danni del coniuge non più convivente, a seguito di separazione legale o di fatto, integrano il reato di maltrattamenti in famiglia e non quello di atti persecutori, in quanto i vincoli nascenti dal coniugio o dalla filiazione permangono integri anche a seguito del venir meno della convivenza.

(In motivazione, la Corte ha precisato che il reato previsto dall’art. 612-bis c.p. è configurabile solo nel caso di divorzio tra i coniugi, ovvero di cessazione della relazione di fatto).

Cassazione penale sez. VI, 19/12/2017, n.3087

Divorzio: è configurabile il reato di atti persecutori o anche quello di maltrattamenti?

In materia di rapporti tra il reato di maltrattamenti in famiglia e quello di atti persecutori di cui all’art. 612 -bis, comma 2 cod. pen., è configurabile l’ipotesi aggravata del reato di atti persecutori (prevista dall’art. 612 -bis, comma secondo, cod. pen.) in presenza di comportamenti che, sorti nell’ambito di una comunità familiare (o a questa assimilata), ovvero determinati dalla sua esistenza e sviluppo, esulino dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo familiare ed affettivo, o comunque della sua attualità temporale.

Con la precisazione che ciò può valere, in particolare, in caso di divorzio, ravvisandosi viceversa il reato di maltrattamenti in caso di condotta posta in essere in presenza di una separazione legale o di fatto che non vale a porre nel nulla i doveri di rispetto reciproco, assistenza morale e materiale, e di solidarietà nascenti dal rapporto coniugale e in presenza di una situazione, diffusamente richiamata nell’ordinanza impugnata, caratterizzata dalle reiterate e abituali sofferenze fisiche e morali inferte dall’indagato alla moglie e dallo status di vessazione psicologica che ne è scaturito.

Cassazione penale sez. VI, 01/02/2017, n.10932

Separazione tra coniugi: esclude il reato di maltrattamenti?

La separazione tra i coniugi non esclude il reato di maltrattamenti quando vi sia un’attività persecutoria che incida sulla posizione psicologica subordinata della vittima che solo il divorzio o la detenzione del soggetto agente precludono. (Nel caso di specie, l’imputato dopo la separazione personale con la moglie aveva continuato a perseguitarla con appostamenti, ingiurie).

Ufficio Indagini preliminari Milano, 13/04/2016, n.696

Riconoscimento della sentenza straniera

L’applicazione al rapporto controverso, da parte del giudice straniero, di una legge diversa da quella indicata dalle norme italiane di diritto internazionale privato non osta al riconoscimento della sentenza straniera, purché questa non sia contraria all’ordine pubblico; di questo principio è espressione l’art. 4 della convenzione italo-tedesca 9 marzo 1936 (resa esecutiva con l. 14 gennaio 1937 n. 106 e lasciata in vigore, per la materia matrimoniale, dall’art. 55 della convenzione di Bruxelles 27 settembre 1968, resa esecutiva con l. 21 giugno 1971 n. 804), secondo cui la non applicazione della legge di cittadinanza della parte non impedisce il riconoscimento della sentenza straniera che risulti egualmente fondata alla stregua di detta legge; può essere, pertanto, riconosciuta in Italia la sentenza tedesca che abbia sciolto un matrimonio tra cittadini italiani per maltrattamenti, non applicando – come vuole l’art. 17 preleggi – l’art. 3 della legge italiana di divorzio n. 898 del 1970, richiedente la condanna penale in conseguenza dei maltrattamenti, poiché detta sentenza tedesca è pur sempre fondata su cause gravi e obiettive, prefigurate dalla legge e sintomatiche di un irrimediabile disfacimento della comunione coniugale.

Cassazione civile sez. I, 28/07/1977, n.3361



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