Cartelle esattoriali: difesa dimezzata

29 Dicembre 2019 | Autore:
Cartelle esattoriali: difesa dimezzata

Ridurre a due i gradi di giudizio tributario: è l’obiettivo della riforma annunciata dal premier Conte in programma per il 2020.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, durante la conferenza stampa di fine anno di ieri, nella quale ha presentato i programmi del Governo per il 2020, ha pensato anche ai cittadini che impugnano le cartelle esattoriali e gli avvisi di accertamento per garantire tempi rapidi nello svolgimento dei processi. In effetti, la giustizia tributaria attende da tempo una riforma, ma il progetto di Conte sembra arrivare ad una difesa dimezzata perché intende eliminare un grado di giudizio e, dunque, comprime le possibilità di discussione delle vicende.

Ecco cosa ha detto il premier: «Dovremo lavorare per velocizzare i processi: questo sarà un pilastro del programma riformatore. Abbiamo già iniziato varando un disegno di legge delega per l’abbreviazione dei tempi della giustizia civile. Stiamo lavorando adesso e siamo in dirittura finale per quanto riguarda i tempi della giustizia penale. Ma siamo molto ambiziosi, dobbiamo mettere mano – e qui in modo ancor più organico e sistematico – alla giustizia tributaria. Il mio obiettivo, che qui dichiaro e spero di avere il pieno coinvolgimento delle forze politiche, è quello di ridurre un grado di giudizio. Per la giustizia tributaria sarebbero sufficienti due gradi. È giusto che chi abbia qualche pendenza possa quanto prima risolverla, in modo da venire in tempi brevi a capo della soluzione definitiva, e poter programmare il suo orizzonte di vita, le sue iniziative imprenditoriali. Ma rimanere lì, con una cartella esattoriale anche consistente, per dieci anni bloccato, senza sapere la partita di dare e avere che direzione avrà, è un fatto che non fa bene all’economia ed alla certezza del diritto».

Dunque, Conte prende atto dell’eccessiva lunghezza dei processi tributari attuali e dice che “non si può restare appesi dieci anni a una cartella”: vuole intervenire e lo dichiara, ma non specifica quale dei tre attuali gradi di giudizio – il primo in Commissione tributaria provinciale, il secondo in Commissione regionale ed il terzo in Cassazione – sarà abolito. Inoltre i primi due gradi giudicano il merito della vicenda, il terzo interviene solo per controllare la legittimità delle precedenti decisioni; è un grado eventuale, ma proprio le sezioni della Cassazione che si occupano dei ricorsi tributari sono quelle oberate dal maggior carico di lavoro, a dimostrazione del fatto che i contribuenti italiani impugnano molto le sentenze emesse nelle precedenti fasi.

Considerato che il primo grado di giudizio è indispensabile per definizione (se lo si eliminasse, il secondo diventerebbe automaticamente il primo) e che l’ultimo è irrinunciabile (la Costituzione stabilisce che contro le sentenze emesse da qualsiasi organo giurisdizionale ordinario o speciale – dunque compresa sicuramente anche la magistratura tributaria – è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge) la proposta si traduce in realtà nell’abolizione del grado di appello, con il dichiarato obiettivo di accelerare i tempi di durata del processo semplicemente “tagliando” una sua importante fase. Se fosse così, si dovrebbero eliminare le attuali Commissioni tributarie di seconda istanza, quelle regionali, ed i loro giudici verrebbero “riconvertiti” in giudici di prime cure. Ma contro le loro decisioni dovrà sempre essere ammesso il ricorso in Cassazione per eventuali vizi di legittimità, altrimenti la riforma sarebbe incostituzionale.

In realtà, però, la riforma preannunciata comporterebbe la compressione dei diritti di difesa del contribuente. Tutta la fase più importante della partita, quella riguardante il merito della vicenda – dunque se il tributo riportato nella cartella esattoriale, in quel caso specifico, è dovuto oppure no – si giocherebbe in un unico tempo. Su questo punto, infatti, insorge l’Uncat, Unione nazionale delle camere avvocati tributaristi, che con un comunicato esprime il suo “netto dissenso” alla proposta di riduzione a due gradi di giudizio della giustizia tributaria: i difensori sottolineano che il disegno violerebbe la Costituzione se sopprimesse la Cassazione e negherebbe i principi del giusto processo – che hanno anch’essi dignità costituzionale – se si riferisse all’appello. Piuttosto, sottolinea l’Uncat, occorrerebbe intervenire sulla professionalità ed il tempo pieno dei giudici.

A ben vedere, in Parlamento giacciono già da tempo diverse proposte di legge di riforma della giustizia tributaria, alcune delle quali sono state presentate dalle stesse forze politiche che compongono l’attuale maggioranza; ma nessuna ha ancora completato il suo iter. Quasi tutte sottolineano la necessità che la giustizia tributaria debba distaccarsi dal Mef, il ministero dell’Economia e finanze dal quale dipendono anche gli organi di accertamento e di riscossione, a partire dall’Agenzia Entrate (che, quindi, sono la controparte del contribuente, che nel processo ricorre proprio avverso gli atti impositivi da loro emanati), e questo mina l’indipendenza dei magistrati tributari.

Inoltre, si vorrebbe dare maggior risalto alla giustizia tributaria distinguendola dalle altre, a partire dalla denominazione, che dovrebbe essere quella di “tribunale tributario” e “corte d’appello tributaria” ed anche istituire la figura del giudice monocratico per le controversie di minor importo, una sorta di “giudice di pace tributario”, analogo a quello che opera nel settore civile ed in quello penale.

Occorrerebbe anche accentuare, secondo i proponenti, la professionalità dei giudici, che ad oggi in questo settore sono a tempo parziale anziché pieno. Ma qui si intrecciano le riforme ordinamentali, che riguardano i magistrati, con quelle che riguardano il processo tributario vero e proprio, dal quale il Governo vuole partire.

Intanto, stando agli obiettivi dichiarati dal presidente del Consiglio, l’unica cosa certa (se il Governo non cadrà) è che si accorceranno i tempi della riforma del processo tributario, che ora è programmata per il 2020; resta da vedere se a seguito di questo si velocizzeranno anche i processi stessi, e senza comportare il sacrificio delle garanzie dei contribuenti.



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