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Licenziamento Naspi

25 Gennaio 2020
Licenziamento Naspi

La perdita del lavoro è un evento che crea paure e preoccupazioni per il futuro. Lo Stato, tuttavia, protegge la sicurezza sociale dei lavoratori che perdono il lavoro con una apposita indennità mensile.

Perdere il lavoro rappresenta uno sconvolgimento della propria esistenza. Ciò è vero soprattutto per tutte quelle famiglie, ossia la stragrande maggioranza, che vivono del loro lavoro e dello stipendio mensile che deriva dal lavoro. Per questo, quando si perde un lavoro, si addensano nubi fitte e scure sulla propria esistenza e, soprattutto se si ha la responsabilità di una famiglia, sorgono preoccupazioni e paure.

Lo Stato prevede un’apposita forma di tutela per le persone che perdono il lavoro. In caso di licenziamento, al lavoratore spetta la Naspi. Vedremo, in particolare, se di recente vi sono state novità in merito. La Naspi ha preso il posto della vecchia indennità di disoccupazione ed ha la funzione di assicurare una tutela economica al lavoratore in caso di perdita del lavoro.

Cos’è la Naspi?

Naspi sta per nuova assicurazione per l’impiego. Si tratta di una tutela economica introdotta nel 2015 [1] dal Jobs Act che ha preso il posto delle precedenti misure di tutela offerte a chi perde il lavoro e, in particolare, della vecchia indennità di disoccupazione e dell’Aspi e mini Aspi.

La nostra Costituzione [2], infatti, afferma che lo Stato deve tutelare la sicurezza sociale dei lavoratori in tutta una serie di eventi, anche nel caso di disoccupazione involontaria. Proprio da questo principio derivano le varie misure introdotte nel tempo per sostenere economicamente il lavoratore che perde il lavoro.

La Naspi consiste in una indennità economica mensile che viene erogata dall’Inps direttamente al lavoratore disoccupato che ne abbia diritto.

Naspi: spetta solo in caso di licenziamento?

Per poter avere accesso alla Naspi deve verificarsi un evento che porta alla cessazione del rapporto di lavoro per causa non imputabile al lavoratore. La legge, infatti, esige che lo stato di disoccupazione sia involontario, ossia, non sia determinato dalla volontà del dipendente.

Ne consegue che è senza dubbio escluso il diritto alla Naspi quando la cessazione del rapporto di lavoro deriva dalle dimissioni volontarie del lavoratore.

Quindi, la Naspi spetta solo in caso di licenziamento? La risposta è no. Di certo, il licenziamento è il caso classico in cui la perdita del lavoro è involontaria poiché la decisione di licenziare il dipendente la assume il datore di lavoro.

Tuttavia, è pur vero che ci sono dei casi in cui, formalmente, la cessazione del rapporto di lavoro non deriva dal licenziamento ma, nella sostanza, la perdita del lavoro è comunque involontaria.

Ad esempio, la Naspi spetta anche in caso di:

  • dimissioni per giusta causa;
  • dimissioni intervenute durante il periodo tutelato di maternità, ossia a partire da 300 giorni prima della data presunta del parto e fino al compimento del primo anno di vita del bambino;
  • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro determinata dal rifiuto del lavoratore ad essere trasferito in una nuova sede di lavoro che dista più di 50 km da quella originaria o, comunque, raggiungibile con i mezzi pubblici in oltre 80 minuti;
  • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro stipulata presso l’Ispettorato territoriale del lavoro nell’ambito della procedura di licenziamento per giustificato motivo oggettivo [3].

Naspi: requisiti

Oltre alla perdita involontaria del posto di lavoro per poter accedere alla Naspi occorrono anche altri due importanti requisiti:

  • requisito contributivo: il lavoratore deve avere alle spalle almeno 13 settimane di contribuzione contro la disoccupazione nei quattro anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione;
  • requisito lavorativo: il lavoratore deve avere alle spalle almeno 30 giornate di lavoro effettivo nei 12 mesi che precedono l’inizio del periodo di disoccupazione. Per giornate di lavoro effettivo si devono intendere quelle di effettiva presenza al lavoro, indipendentemente dalla loro durata oraria.

Naspi: giurisprudenza

A partire dalla prima applicazione, sono sorti numerosi problemi applicativi della Naspi ed è stata la stessa Inps, attraverso le sue circolari, a chiarire alcuni aspetti applicativi ed interpretativi. In altri casi, hanno svolto una funzione di chiarimento le decisioni della magistratura.

Nel 2019, si segnala un’interessante sentenza della Cassazione [4] che ha stabilito che, in caso di cessazione involontaria del rapporto di lavoro, il lavoratore ha sempre diritto a percepire la Naspi a meno che, a seguito di una causa di fronte alla magistratura del lavoro, non sia sia stata disposta (ed eseguita) la reintegrazione del lavoratore nel suo posto di lavoro in azienda.

In particolare, nel caso affrontato dalla Cassazione, dopo la risoluzione del rapporto del lavoro da parte della società, c’era stato un contenzioso giudiziale e, alla fine, le parti avevano sottoscritto una risoluzione consensuale del rapporto di lavoro in via transattiva. L’Inps aveva richiesto al dipendente i soldi della Naspi erogata. Per la Cassazione, la richiesta dell’Inps è illegittima poiché quando c’è perdita involontaria del lavoro la Naspi spetta sempre e, nel caso scrutinato, non c’era stata la reintegra del lavoratore.


note

[1] D. Lgs. 22/2015.

[2] Art. 38, Cost.

[3] Art. 7, L. n. 60471966.

[4] Cass. n. 28295 del 4.11.2019.


1 Commento

  1. La Naspi ha la funzione di assicurare alla persona che perde il lavoro di mantenere comunque un’entrata dopo la cessazione del rapporto di lavoro. La Naspi viene erogata dall’Inps al ricorrere di determinati requisiti.Si tratta di un assegno mensile accreditato dall’Inps sul conto corrente del disoccupato per un periodo massimo di 24 mesi a partire dalla cessazione del rapporto di lavoro.L’ammontare della Naspi dipende dal reddito del lavoratore prima della cessazione del rapporto di lavoro. Nel corso dei mesi l’importo va diminuendo gradualmente.

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