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Appello perso: che fare?

30 Dicembre 2019
Appello perso: che fare?

Quando l’avvocato spinge il cliente a fare appello, pur in assenza dei presupposti per vincere, deve risarcirgli il danno?

Se si perde una causa in primo grado si può sempre fare appello: in secondo grado, il giudice può rivalutare tutti i motivi di decisione del primo e ribaltare la sentenza. Ci sono 30 giorni per fare appello da quando la sentenza è stata notificata all’avvocato della parte sconfitta. In assenza di tale notifica (che non è obbligatoria), il termine è di 6 mesi dal deposito della pronuncia in cancelleria (l’avvocato ne viene a conoscenza tramite pec inviatagli dalla cancelleria). I 6 mesi diventano 7 se nel conteggio cade il periodo di agosto, poiché rientrante nella cosiddetta sospensione dei termini feriali.

Potrebbe, però, succedere che a spingere il cliente a fare appello sia il suo difensore, che non ha mandato giù la sconfitta precedente e che, per una questione di dignità professionale, voglia tentare il tutto per tutto per riaffermare le proprie ragioni (sulle tasche però dell’assistito). Oppure potrebbe farlo per un semplice interesse economico personale: un nuovo incarico corrisponde a un’ulteriore parcella.

La parte è inesperta di diritto: non può valutare con attenzione se l’errore in primo grado è stato commesso dal giudice o dal professionista che l’ha difeso. E, chiaramente, se non ha perso la fiducia in quest’ultimo è probabile che gli dia un secondo mandato. Ma cosa avviene se, anche in secondo grado, si subisce una sonora sconfitta? In caso di appello perso, che fare? 

A chiarire questo aspetto è un’interessante sentenza della Cassazione. In essa si affronta la vicenda di un avvocato che aveva indotto il cliente a proporre un’impugnazione della sentenza di primo grado nonostante il probabile esito negativo del giudizio. Il professionista non aveva saputo consigliare con diligenza il proprio assistito, avvisandolo dei rischi di un’ulteriore sconfitta.  

Le domande che, a questo punto, si pongono sono svariate: il cliente dovrà pagare le spese processuali anche per l’appello? E in tale ipotesi potrà chiedere il risarcimento al legale che lo ha assistito? Ad ogni buon fine, c’è la possibilità di ottenere un’ulteriore revisione della sentenza se l’errore è stato commesso dal difensore? Quali colpe possono attribuirsi al cittadino che, inesperto di diritto, si è lasciato consigliare dall’avvocato nel fare appello? Non aveva questi l’obbligo di comunicare, già prima dell’avvio del nuovo giudizio, le possibilità di riuscita? 

Tutte queste domande trovano una risposta nella legge. Legge che, appunto, è stata qui applicata per l’ennesima volta dalla Cassazione al fine di stabilire, in caso di appello perso, che fare. Ma procediamo con ordine.

Il dovere di chiarezza e sincerità dell’avvocato

Prima del conferimento dell’incarico, l’avvocato ha l’obbligo di fornire all’assistito un preventivo scritto: deve cioè indicargli quale sarà la sua parcella per l’intera causa, elencando le singole voci in modo analitico (spese vive, imposte, onorario, ecc.). Lo deve fare anche se il cliente non glielo chiede in modo espresso. Non potrà, quindi, chiedere successive integrazioni sull’onorario, a meno che intervengano sostanziali modifiche nel giudizio (ad esempio, la chiamata in causa di un terzo che comporti un aggravio di difficoltà nella difesa).

Sempre nell’ottica della trasparenza, l’avvocato deve anche informare la parte (questa volta in forma orale) sul grado di complessità dell’incarico, fornendogli tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento sino alla conclusione dell’incarico. Il che, se anche non obbliga a fare pronostici sull’esito del giudizio in termini di percentuali, poco ci manca. Insomma, se la causa è difficile, il professionista deve comunicarlo subito, senza garantire al cliente margini di successo privi di qualsiasi fondamento. Non perché è necessario tranquillizzare l’assistito è lecito rappresentargli una situazione diversa da quella reale. 

Il dovere di chiarezza e sincerità dell’avvocato in appello

L’obbligo di «sincerità» e trasparenza che grava sull’avvocato vale, a maggior ragione, prima di avviare l’appello. La sentenza di primo grado è un’importante cartina di tornasole per comprendere se a sbagliare è stato il professionista o il giudice. Ed è, pertanto, bene leggerla con attenzione e senso autocritico. Laddove, infatti, il giudice abbia individuato delle pecche difensive è inutile accanirsi in un giudizio di secondo grado che potrebbe solo peggiorare la situazione dell’assistito. L’avvocato, insomma, deve essere autocritico e saper ammettere di aver commesso qualche errore. In tal caso, consapevoli del fatto che contro gli sbagli dell’avvocato non c’è possibilità di appello, si potranno tutt’al più valutare le azioni di responsabilità professionale contro quest’ultimo.

Ma che succede se il cliente, fidandosi dello studio legale che l’ha seguito sino ad allora, accetta – anzi insiste – per fare appello? Secondo la Cassazione l’avvocato è tenuto a risarcire il cliente se lo induce a proporre un’impugnazione dal probabile esito negativo. La responsabilità non è esclusa neanche quando le modalità difensive adottate sono state sollecitate direttamente dalla parte. 

In particolare, la diligenza esigibile da parte dell’avvocato comprende anche il dovere di prospettare al cliente tutti gli elementi contrari (ipotizzati in virtù di una preparazione tecnica e di esperienza professionale medie) per i quali, nonostante il regolare svolgimento dell’attività a lui richiesta, i risultati conseguibili possono essere inferiori a quelli previsti, oppure in concreto nulli o persino sfavorevoli, tanto da determinare anche un possibile pregiudizio rispetto alla situazione antecedente. Nel caso in esame, ha rilevato il collegio, risultava che anziché sconsigliare la prosecuzione della lite, dato il probabile esito negativo, l’avvocato li aveva colpevolmente indotti a impugnare il lodo arbitrale prospettando loro un risultato favorevole. 

Se la colpa della sconfitta in appello non è dell’avvocato

Se la sconfitta in appello non è imputabile a una colpa dell’avvocato, si potrà valutare di fare ricorso in Cassazione, da presentare entro 60 giorni dalla notifica della sentenza o, in mancanza, entro 6 mesi dal deposito della stessa in cancelleria. Ma attenzione: a differenza dell’impugnazione in appello, quello in Cassazione è “a critica vincolata”: può cioè essere fatto valere solo per specifici vizi della pronuncia. Vizi di solito riconducibili a una non corretta interpretazione delle norme. Non si può, invece, chiedere alla Suprema Corte di rivalutare le prove o di ammetterne di nuove. Leggi sul punto Cassazione: cosa decide.


note

[1] Cass. sent. n. 31682/19 del 4.12.2019.

Cassazione civile sez. II, 04/12/2019, (ud. 12/03/2019, dep. 04/12/2019), n.31682

Intestazione

Fatto

RILEVATO

che:

– il presente giudizio di legittimità trae origine dal ricorso tempestivamente notificato il 15/6/2015 nei confronti della sentenza della Corte d’appello di Milano che ha accolto parzialmente il gravame proposto dall’avvocato G.B.U. avverso la sentenza di primo grado emessa nell’ambito del contenzioso con G.M., S. ed U.;

– in particolare il tribunale di Milano, dopo la riassunzione a seguito della nullità della sentenza per vizio di notifica dell’atto di citazione pronunciata dalla corte d’appello milanese, aveva revocato il decreto ingiuntivo conseguito dall’avvocato per il pagamento di prestazioni professionali e l’aveva condannato a corrispondere ai G., opponenti in riassunzione, l’importo di Euro 14.806,41, oltre interessi e rivalutazione, per danni da responsabilità professionale nonchè un importo ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 1, per lite temeraria ed unulteriore importo ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3;

– proposto appello in via principale all’avvocato G.B. ed in via incidentale dai G., la corte milanese dichiarava infondato il primo motivo d’appello proposto dall’avvocato laddove censurava la sentenza del tribunale per non aver dichiarato nulla la notifica della citazione perchè avvenuta presso lo studio del procuratore costituito nel processo d’appello e non personalmente alla parte, dato che quest’ultimo era rimasto contumace nella causa innanzi al tribunale;

– la corte d’appello milanese aveva, invece, ritenuto che l’atto con il quale la causa viene riassunta in primo grado dopo che il giudice di appello in applicazione degli artt. 353 e 354 c.p.c., ne abbia disposto la remissione, non è equiparabile all’atto di citazione, in quanto interviene in un procedimento già in precedenza instaurato sia pure in modo irregolare, cosicchè la notifica dell’atto di riassunzione nei confronti della parte che si sia costituita mezzo di un procuratore in sede di appello va effettuata presso quest’ultimo e non presso la parte personalmente ai sensi del combinato disposto dell’art. 125 disp. att c.p.c., u.c. (il quale dispone che la comparsa con la quale la causa è riassunta è notificata a norma dell’art. 170 c.p.c.) e dell’art. 170 c.p.c., comma 1 (a mente del quale, dopo la costituzione di una parte, tutte le notificazioni e comunicazioni si fanno al procuratore costituito) (così cfr. Cass. 2562/2007);

– la corte territoriale aveva, dunque, ritenuto rituale e tempestiva la notificazione dell’atto di riassunzione effettuata presso lo studio del procuratore costituito e domiciliatario dell’avvocato G.B.;

-la corte milanese disattendeva anche il secondo motivo di gravame laddove il tribunale non aveva rilevato l’inammissibilità o l’improcedibilità delle domande nuove e/o diverse formulate dalle controparti del giudizio di riassunzione;

– il giudice d’appello ne riteneva l’ammissibilità richiamando le pronunce della Cassazione n. 821/2006 e n. 223/2011;

– peraltro la corte territoriale riteneva che l’atto di riassunzione non contenesse domande nuove, non configurandosi alcuna mutatio libelli bensì la fattispecie di mere puntualizzazioni ed integrazioni;

– veniva, inoltre, respinto il gravame anche ove l’appellante sosteneva che il giudice di prime cure non avrebbe potuto affrontare il merito della controversia se non successivamente alla nuova notifica dell’atto di riassunzione ex art. 291 c.p.c.;

– a questo specifico riguardo la corte distrettuale osservava che non avendo rilevato alcuna nullità od inesistenza della notificazione dell’atto in questione, non vi era ragione per il giudice di astenersi dal pronunciare in ordine all’opposizione proposta dai signori G.;

– con ulteriore censura l’appellante deduceva poi l’erroneità della sentenza di primo grado per aver accolto la domanda risarcitoria formulata nei suoi confronti nonostante la mancanza di prova in ordine alla negligenza con cui egli avrebbe espletato il mandato professionale conferitogli;

– osservava in proposito la corte milanese come il giudice di prime cure avesse, invece, fatto corretta applicazione dei principi in tema di diligenza esigibile nel contratto di prestazione d’opera intellettuale nonchè dell’art. 2236 c.c., con la deroga ivi prevista per la responsabilità del professionista e limitata solo nelle ipotesi di dolo o colpa grave;

– aggiungeva la corte distrettuale che la diligenza esigibile da parte dell’avvocato comprende anche il dovere di prospettare al cliente tutti gli elementi contrari (ipotizzati in virtù di una preparazione tecnica di esperienza professionale medie) per i quali, nonostante il regolare svolgimento dell’attività a lui richiesta, i risultati conseguibili possono essere inferiori a quelli previsti, oppure in concreto nulli o persino sfavorevoli, tanto da determinare anche un possibile pregiudizio rispetta ella situazione antecedente;

– poichè nel caso di specie non vi era prova che la decisione assunta dagli appellati di impugnare il lodo arbitrale emesso tra di loro e la generale finanziaria era stato frutto di una scelta consapevole e, al contrario, risultava che anzichè sconsigliare la prosecuzione della lite, dato il probabile esito negativo, l’avvocato li aveva colpevolmente indotti a tale iniziativa prospettando loro un risultato favorevole, il tribunale aveva correttamente ritenuto configurabile l’inadempimento dell’appellante rispetto all’obbligo di informazione nei riguardi dei suoi clienti;

– la corte d’appello riteneva parimenti infondata la doglianza di ultra petizione nonchè quella con cui l’appellante si doleva dell’ulteriore condanna al rimborso delle spese legali;

– il giudice d’appello riteneva, tuttavia, di accogliere il gravame in relazione alle condanne emesse ai sensi dell’art. 96 c.p.c., commi 1 e comma 3;

– reputava cioè non dimostrata la temerarietà della lite e, da ultimo, non applicabile ratione temporis al procedimento in oggetto l’art. 96 c.p.c., comma 3, entrato in vigore nel 2009, successivamente all’instaurazione del procedimento in esame;

– la cassazione della pronuncia d’appello è chiesta dall’avvocato G.B.U. sulla base di cinque motivi, pure illustrati da memoria ex art. 380-bis c.p.c., cui resistono i sig.ri G. con controricorso, illustrato da memoria ex art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

– con il primo motivo il ricorrente deduce la violazione dell’art. 2697 c.c. e art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, laddove la corte distrettuale non ha tenuto conto che lo svolgimento dell’attività professionale non è stata mai oggetto di contestazione specifica da parte della difesa G., sicchè la prova delle prestazioni consisteva, non solo nell’elencazione effettuata al Consiglio dell’ordine, ma anche nelle mancate contestazioni specifiche e nelle ammissioni confessorie dei clienti;

– con il secondo motivo si deduce la violazione dell’art. 2909 c.c., artt. 291,353 e 354 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per avere il giudice d’appello ritenuto rituale la notifica dell’atto di riassunzione così come avvenuta;

– con il terzo motivo si deduce la violazione degli artt. 292,354, e 356 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per non avere la corte milanese ritenuto nulla la notifica dell’atto di riassunzione effettuata al procuratore e non alla parte personalmente e non aver dichiarato la causa estinta con conseguente esecutività del decreto ingiuntivo opposto;

– con il quarto motivo si denuncia la violazione degli artt. 83,84 c.p.c., art. 183 c.p.c., comma 6, n. 1, art. 306 c.p.c., in relazione al disposto dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per avere la corte d’appello negato la pronuncia di inammissibilità richiesta dall’avvocato opposto in ragione delle nuove difese svolte con l’atto di citazione in riassunzione da parte degli opponenti;

– con il quinto motivo si denuncia la violazione degli artt. 1227,2236 e 1967 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per avere la corte ritenuto l’inadempimento dell’avvocato all’obbligo di informazione e di segnalazione ai clienti degli elementi ostativi riguardanti la consigliata impugnazione del lodo;

– va preliminarmente dato atto che i controcorrenti hanno sollevato plurime eccezioni di inammissibilità del ricorso e di difetto di legittimazione su cui il collegio provvede accogliendole nei limiti di seguito precisati:

1. l’inammissibilità delle censure congiunte ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, è infondata atteso che per consolidato orientamento è ammissibile il ricorso per cassazione il quale cumuli in un unico motivo le censure di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, purchè lo stesso evidenzi specificamente la trattazione delle doglianze relative all’interpretazione o all’applicazione delle norme di diritto appropriate alla fattispecie ed i profili attinenti alla ricostruzione del fatto (cfr. Cass. 9793/2013; id. 7009017; id. 26790/2018);

2. parimenti infondata è l’eccezione di inammissibilità delle censure ex art. 360, comma 1, n. 3, per violazione delle modalità di proposizione della censura, apparendo, anche in ragione di quanto evidenziato in relazione alla precedente eccezione, possibile procedere alla individuazione dell’oggetto e delle ragioni che, a prescindere dalla loro fondatezza, sostengono il presente gravame;

3. è fondata,invece, l’eccezione di inammissibilità delle censure ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in ragione del criterio della “doppia conforme” di cui all’art. 348-ter c.p.c., comma 4, applicabile ratione temporis al giudizio d’appello conclusosi con la sentenza impugnata perchè introdotto nel 2014, dopo la novella di cui al D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv. con mod. nella L. n. 134 del 2012 (applicabile ai giudizi d’appello introdotti dopo l’11/792012);

4. il prospettato difetto di legittimazione passiva di M. e G.S. avendo assunto la qualità di erede del defunto Go.Ma. soltanto G.U., è infondata perchè l’actio interrogatoria si è svolta nel primo giudizio d’appello e non in quello all’esito del quale è stata emessa la pronuncia impugnata ed al quale essi hanno partecipato anche come appellanti incidentali senza sollevare alcuna eccezione di difetto di legittimazione passiva;

– a questo punto, passando all’esame dei motivi del ricorso come sopra enunciati, con l’esclusione delle censure fondate sull’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, inammissibili per quanto sopra considerato, ritiene il collegio che il primo motivo è infondato;

– in tema di ricorso per cassazione, la violazione dell’art. 2697 c.c., si configura soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella su cui esso avrebbe dovuto gravare secondo le regole di scomposizione delle fattispecie basate sulla differenza tra fatti costitutivi ed eccezioni, mentre per dedurre la violazione dell’art. 115 c.p.c., occorre denunziare che il giudice, contraddicendo espressamente o implicitamente la regola posta da tale disposizione, abbia posto a fondamento della decisione prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli, non anche che il medesimo, nel valutare le prove proposte dalle parti, abbia attribuito maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, essendo tale attività consentita dall’art. 116 c.p.c.;

– nel caso di specie non si è in presenza di una violazione dell’onere della prova nè di una decisione fondata su prove diverse da quella dedotte dalle parti costituite;

– si verte, piuttosto, nel quadro del principio, espresso nell’art. 116 c.p.c., di libera valutazione delle prove (salvo che non abbiano natura di prova legale), per cui il giudice ha apprezzato discrezionalmente gli elementi probatori acquisiti e ritenuti dal punto di vista dell’attore sostanziale insufficienti a provare la pretesa creditoria;

– tale apprezzamento è insindacabile in sede di legittimità, purchè risulti logico e coerente il valore preminente attribuito, sia pure per implicito, agli elementi utilizzati (Cass. 11176/2017);

– il secondo motivo è infondato perchè erroneamente prospettato riproponendo la questione dal punto di vista della sentenza della corte d’appello n. 3548 del 2011 con cui è stata dichiarata la nullità della notifica dell’atto di citazione in opposizione al decreto ingiuntivo;

– il terzo motivo non merita accoglimento;

– la corte d’appello ha posto a fondamento della decisione un orientamento consolidato di legittimità, puntualmente richiamato nella pronuncia impugnata (cfr. pagg. 4 e 5 della sentenza) e rispetto al quale la giurisprudenza citata dal ricorrente (Cass. 4523/2000 e 5341/2004), e riguardante la tematica della notifica dell’atto riassuntivo del giudizio alla parte in precedenza contumace, non è in termini, come, invece, quella posta a fondamento della decisione che attiene proprio alla fattispecie della rimessione all’esito dell’applicazione dell’art. 353 e 354 c.p.c., da parte della corte d’appello;

– il quarto motivo è infondato poichè la particolare funzione dell’istituto della riassunzione (conservazione degli effetti sostanziali della litispendenza) non è di ostacolo a che esso cumuli in sè quella introduttiva di un nuovo giudizio, purchè sia rispettato il contraddittorio (cfr. Cass. 15753/2014; 223/20111; 821/2006);

– il quinto motivo non merita accoglimento, atteso che il ricorrenteidopo avere trascritto la diffusa argomentazione della corte territoriale sulla rilevanza dell’inadempimento all’obbligo di informazione ravvisabile a suo carico quale difensore dei sigg.ri G. (cfr. pag. 24-27) si limiti a censurarne la conclusione, senza indicare quali specifici principi di diritto sarebbero stati oggetto di error in judicando;

– è stato osservato da questa Corte che nell’ambito dell’individuazione del contenuto delle obbligazioni assunte dall’avvocato nell’adempimento della propria prestazione professionale, rientra anche quella di informare il cliente sulle conseguenze del compimento o del mancato compimento degli atti del processo, e, se del caso, a sollecitarlo nel compimento di essi ovvero, sussistendo le condizioni, a dissuaderlo della loro esecuzione (cfr. Cass. 24544/2009);

– il paramentro di valutazione dell’adempimento è quello della diligenza media ai sensi dell’art. 1176 c.c., comma 2, la cui violazionei non è esclusa nè ridotta quando le modalità difensive adottate siano state sollecitate dal cliente stesso, poichè costituisce compito esclusivo del legale la scelta della linea tecnica da seguire nella prestazione dell’attività professionale (cfr. Cass. 10289/2015; id. 20869/2004);

– ebbene, nel caso di specie, tali principi non risultano violati e, dunque, la doglianza va disattesa;

– in conclusione l’esito sfavorevole di tutti i motivi comporta il rigetto del ricorso;

– in applicazione della soccombenza parte ricorrente va condannata alle spese come in dispositivo;

– ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione delle spese che liquida in Euro 7200,00 di cui Euro 200,00 per spese, oltre 15% per rimborso spese generali oltre accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 12 marzo 2019.

Depositato in Cancelleria il 4 dicembre 2019


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