Perché le banche falliscono?

31 Dicembre 2019 | Autore:
Perché le banche falliscono?

Perché un istituto di credito apparentemente solido può finire nei guai e andare in crac, come i fatti recentemente accaduti dimostrano.

L’ultima è stata la Banca Popolare di Bari qualche giorno fa, ma sono stati molti i crac bancari accaduti negli anni più recenti, da Banca Etruria alla Popolare di Vicenza, solo per fare qualche esempio. Tecnicamente, non è un fallimento vero e proprio, ma la sostanza è la stessa: la banca non è più in grado di far fronte alle proprie obbligazioni e, dunque, di rimborsare i correntisti e i depositanti. Il re è nudo: con i meccanismi di tutela per i risparmiatori (che però coprono solo le somme depositate fino a 100 mila euro per ciascun rapporto) e i vari provvedimenti come i decreti legge “salva banche”, anche lo Stato ammette che le banche possono fallire.

Il problema è capire il perché questo accade, e da qui scoprire il come questi fenomeni si possono prevenire ed evitare. Di norme in materia ce ne sono molte, ma i fatti purtroppo dimostrano che non bastano ad impedire che le banche possano trovarsi in difficoltà finanziaria sempre più gravi fino al punto di andare in collasso. Così anche un bambino di 6 anni è legittimato a chiedersi perché le banche falliscono? E la sua domanda – come tutti i grandi perché sui più profondi accadimenti della vita – non trova una risposta certa, neppure sentendo cosa pensano in proposito esperti economisti o i dirigenti delle banche centrali.

È possibile, però, fare delle ipotesi fondate in base all’esperienza: proprio analizzando i casi accaduti e i sintomi che si sono verificati si riesce a intravedere il perché e a capire quali possono essere state le cause che li hanno provocati. Nel caso delle banche, il sintomo più evidente stando ai nomi degli istituti coinvolti in Italia negli ultimi anni è che non si tratta di colossi, cioè di istituti di credito con dimensione mondiale o almeno internazionale, bensì di banche medio-piccole, quasi sempre “di provincia”. Sono proprio gli istituti di credito ai quali la popolazione residente nel territorio è più affezionata, per motivi di tradizione e di prossimità.

Per decenni hanno funzionato bene e spesso meglio delle banche più grandi, ma ultimamente alcune di esse stanno dimostrando di perdere colpi. Il problema allora sembra essere quello che anche la miglior nave non può navigare bene se non ha un buon capitano. Nel caso delle banche parliamo dei top manager e dei consigli di amministrazione. Quando la conduzione è approssimativa e incerta – o peggio ancora fraudolenta: nei casi indicati sono state prospettate ipotesi di reato e le indagini per accertarli sono in corso – la barca rischia di schiantarsi sotto le onde di qualsiasi tempesta finanziaria dei mercati o sugli scogli dei crediti insoluti.

Spesso, dimentichiamo che le banche sono anch’esse vere e proprie imprese: raccolgono, trasformano, commerciano e distribuiscono una merce che si chiama denaro. Il meccanismo si inghippa quando i soldi che i risparmiatori hanno versato e cioè hanno prestato alla banca perché lo impieghi, non tornano più indietro: è questo il punto nodale. La banca “lavora” il denaro raccolto prestandolo ad altri: possono essere i mutuatari privati, che hanno bisogno della somma per acquistare una casa, oppure le imprese che devono finanziare i propri investimenti produttivi. Di solito, l’istituto di credito si premunisce richiedendo garanzie prima di prestare il denaro, ma spesso queste cautele sono insufficienti e non bastano, come la crisi finanziaria americana del 2008-2009 insegna.

Così, se la banca sceglie male i soggetti ai quali concede i prestiti, il rischio di mancato rimborso diventa serio. Il fenomeno è allarmante perché sono molte le banche che non riescono a recuperare i propri crediti “incagliati”; gli istituti di credito utilizzano vari meccanismi per coprirsi, ad esempio mettendoli in bilancio come sofferenze oppure cedendoli ad altri operatori finanziari, ovviamente per un prezzo più basso del loro valore nominale; saranno questi ultimi a incaricarsi del recupero, accettando il rischio che ciò non avvenga. Intanto la banca ha pagato il prezzo anticipato di questa cessione “sottocosto” ed ha incamerato la perdita.

Quando il flusso del denaro di ritorno si interrompe o comunque diventa più basso di quello che la banca continua a ricevere dai risparmiatori e dai depositanti, il meccanismo di circolazione finanziaria si spezza e la banca va in crac. Dunque una banca può fallire se sceglie male le persone o le imprese alle quali presta il denaro, quelle somme che non sono sue in quanto appartengono ai depositanti ma che essa, come impresa, trasforma decidendo prima di tutto, ed a sua discrezione, come impiegarle. I motivi per cui questo accade possono essere vari: dai meccanismi clientelari ai favoritismi ai manager incapaci o corrotti, fino alle avversità generali di mercato. Alcuni di essi sono evitabili con una maggior accortezza e con una vigilanza più penetrante.

Da quanto abbiamo detto emerge che è possibile individuare la bomba prima che esploda: la banca non entra in crisi da un giorno all’altro ma ci sono dei sintomi, più o meno evidenti, che però gli addetti ai lavori sono in grado di monitorare e di controllare. Qui entrano in gioco le autorità di vigilanza, a partire dalla Banca d’Italia e dalla Consob, che sono qui per questo. I controlli ci sono stati, ma quanto è accaduto rivela che sono stati insufficienti a individuare il dissesto e dunque inefficaci a prevenire la crisi serpeggiante e che solo nella fase finale è esplosa in maniera conclamata. Quando le cause possibili sono molte, i fattori scatenanti si intersecano ed i meccanismi di vigilanza non sono abbastanza incisivi – oppure i loro segnali vengono ignorati, come purtroppo spesso accade: la BpB aveva accumulato perdite consistenti in bilancio già lo scorso anno – la banca, inevitabilmente, fallisce e solo allora ci si preoccupa del salvataggio dell’istituto, dei posti di lavoro e dei risparmi andati in fumo.



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