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Conviene andare all’università?

2 Gennaio 2020
Conviene andare all’università?

Conta il voto di laurea? Un diplomato ha più possibilità di trovare un posto rispetto a un laureato?

In un’era in cui non si fa altro che parlare dell’irrilevanza dei titoli nei pubblici concorsi e dell’importanza delle soft skill (attitudini, creatività ed esperienza) nell’acquisizione del nuovo personale, torna una domanda vecchia quanto l’istruzione: conviene andare all’università? Se è vero che il posto da dipendente è sempre più raro e che bisogna “inventarsi” il proprio lavoro, val la pena perdere anni sui banchi degli atenei per avere magari, dopo la sofferta laurea, le idee più confuse ed un’età meno concorrenziale?

C’è chi vede il mondo del lavoro come una sorta di corsa a tempo: chi prima arriva meglio alloggia. In quest’ottica, è chiaro che i tre-quattro anni utilizzati per appropriarsi di un titolo accademico potrebbero essere un pregiudizio rispetto a chi, dopo il diploma, si avvia direttamente alla carriera lavorativa.

Ma è anche vero – ed è innegabile – che, nonostante il tramonto del curriculum e la ricerca di personale specializzato sotto l’aspetto tecnico (più che teorico), la laurea, prima ancora del voto, ha sempre influenzato la selezione del personale e continua ad esercitare una certa influenza. Tant’è che oggi il recruitment (il reclutamento) viene affidato ad appositi uffici di HR (human resources, risorse umane) in grado di valutare una serie di elementi tra cui le hard skills, ossia il livello degli studi, l’esperienza professionale, i titoli, la conoscenza delle lingue. 

Ciò nonostante, i dati statistici continuano a mostrare un forte decremento delle iscrizioni universitarie ed un ampio tasso di “dispersione scolastica” (l’abbandono degli studi nel corso del tempo). I giovani preferiscono avviarsi subito a un’occupazione, acquisire competenze sul campo, formarsi da soli. L’avvento di internet ha favorito l’autoapprendimento ed anche l’università – quando necessaria per ottenere il “pezzo di carta” necessario ai concorsi – viene gestita da casa con l’e-learning. 

In tutto questo, non possiamo negare che la crisi economica abbia contribuito ad aumentare l’incertezza formativa. Conviene andare all’università – si chiedono i giovani di oggi – e magari fare tanti sacrifici economici se poi, alla fine, ci si trova ugualmente disoccupati o costretti ad elemosinare un posto in un call center?

Come sempre, bisogna sfuggire alla tentazione di affidarsi al “sentito dire”, ai luoghi comuni e alle sensazioni personali, che spesso possono essere fallaci e, anzi, mai come in questo campo, letali. Prestiamo piuttosto attenzione ai numeri e a quello che dicono le statistiche: statistiche che possono rivelarci se, davvero, un laureato ha più probabilità di trovare un lavoro rispetto a un semplice diplomato.

Con una laurea si trova lavoro più facilmente?

Uno studio eseguito dall’Università La Sapienza di Roma e pubblicato su Il Fatto Quotidiano, ha dimostrato che la laurea consente di trovare un lavoro con maggiore facilità. Più si studia, meglio è. 

Prima dell’ultima crisi economica che ha investito l’Italia tra il 2008 e il 2011, il tasso di disoccupazione tra i laureati era del 4,4%, quello dei diplomati del 5,6% e quello di chi aveva solo la licenza media del 7,3%. Con la crisi, questa forbice si è allargata: nel 2014, le percentuali erano rispettivamente del 7,8, del 11,9 e del 16,2%. 

Come si vede, però, le cose non sono cambiate: chi non va all’università trova più difficilmente un lavoro. E quand’anche lo trovi, viene pagato di meno. 

Con la laurea si viene pagati di più?

Non solo. La laurea garantisce anche uno stipendio più elevato, il che è facilmente verificabile dalla lettura di qualsiasi contratto collettivo che attribuisce al titolo accademico un elemento ulteriore per la determinazione del reddito da lavoro dipendente. 

Sulla base di un confronto tra le retribuzioni dei diplomati, rilevate attraverso il progetto Almadiploma, e quelle dei laureati magistrali, risulta che ad un anno dal termine degli studi il differenziale è passato dal 20,8% del 2011 al 21,9% del 2014 sempre a favore dei giovani in possesso di un titolo universitario.

Stando ai dati Ocse, su tutta la popolazione in età lavorativa post-laurea (cioè dai 25 ai 64 anni) un laureato guadagna in media il 48% in più di un diplomato. 

Con una laurea si fa carriera?

C’è anche un altro aspetto che la laurea concorre a garantire: le possibilità di avanzamento di carriera. Spesso, nei concorsi interni alle pubbliche amministrazioni (ma anche nelle aziende private), la laurea “fa punteggio”, viene cioè considerata, a parità di merito, un elemento di preferenza del candidato. Quindi, chi non vuole restare tutta la vita a svolgere le stesse mansioni, magari quelle di segreteria, deve conseguire il titolo accademico.

Conta il voto di laurea?

Nonostante le numerose proposte, a livello legislativo, di eliminare nei pubblici concorsi il peso del voto di laurea, non c’è dubbio che un laureato con alle spalle un produttivo ciclo di studi, abbia maggiori capacità di sacrificio e di dedizione. L’università non deve essere vista solo come un’incubatrice di nozioni, tanto più se si considera che (almeno in Italia) si tratta, il più delle volte, di cognizioni teoriche e disconnesse dall’ambiente di lavoro.

Tuttavia, è innegabile che anche “lo stare seduti a lungo su una sedia”, mantenere la concentrazione e il focus su un determinato progetto sono qualità che si acquisiscono nel corso di un ciclo di studi. Insomma, come in un allenamento sportivo, la laurea allena a stare seduti su una sedia. E, di questi tempi, dove le fonti di distrazione sono sempre dietro l’angolo, è una qualità rara.

Nel privato, comunque, il voto di laurea continua a mantenere un grosso ascendente sugli uffici di reclutamento. Un laureato con il massimo dei voti ha maggiori possibilità – fino al 20% in più – di essere assunto rispetto a un qualsiasi altro candidato.

Valutare l’alternativa alla laurea

Quando si compie una scelta, si deve sempre valutare cosa c’è sull’altro piatto della bilancia. Una scelta è, per sua natura, una decisione tra due alternative. Dunque, nel momento in cui ci si chiede se conviene andare all’università, bisogna anche domandarsi quali alternative si hanno, nel breve periodo, alla prosecuzione degli studi. La questione può avere un senso se già è arrivata una proposta di lavoro interessante, non compatibile con la frequentazione dei corsi universitari. Bisogna allora chiedersi se il voler bypassare l’ateneo sia più che altro il frutto di una (comunque naturale) pigrizia. Ed allora la scelta di non continuare gli studi sarebbe sbagliatissima perché influenzata non da ragioni obiettive, ma dalla propria debolezza. 

È vero, di questi tempi internet consente tante alternative al lavoro tradizionale. Uno YouTuber di successo guadagna anche 10mila euro al mese e chi ha un sito internet può arrivare a 3mila euro al mese di pubblicità. Ma non bisogna cadere in un’illusione. La percentuale di chi ce la fa è molto risicata. In più, bisogna avere talento. Internet è una scatola vuota all’interno della quale bisogna inserire contenuti. I contenuti derivano dalla formazione: bisogna rifuggire il banale perché la rete non perdona. Sul web insomma contano l’originalità, il servizio al cittadino, quel “qualcosa in più” che gli altri non sanno o non possono avere. Ecco, chi non ha una formazione difficilmente potrà insegnare agli altri. 


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